Ci sta, ci sta tutto. Ormai non si riesce più a dire due parole, senza queste dichiarazioni soddisfatte, esultanti, o semplicemente pensose, di fronte a un qualche vuoto che si giudica perfettamente riempito. Non so quando è cominciata, l’invasione del “ci sta”, questa forma colloquiale ormai compare nei vocabolari e ci sta, ci sta tutta, in tre o quattro righe. Si va sempre più a grandi ondate, con le parole. C’è stato il periodo dell’attimino. C’è stato il periodo in cui non c’era libro o film che non fosse catalogato importante. C’è stato il periodo in cui una qualche operazione ben riuscita non poteva essere definita che rotonda. Ora c’è questo “ci sta” e ciò che colpisce è il suo sostanziale ottimismo. Nel bene e nel male, in povertà e ricchezza, in salute e malattia, noi insistiamo: ci sta. Ci sta il globalismo, ci sta la nazione, ci sta il nazionalismo, ci sta la rivoluzione digitale, ci sta ogni tipo di guerra locale, ci sta il tagliagole sotto casa, ci sta la sempre viva minaccia nucleare, ci sta la geopolitica con le sue placche tettoniche e le sue faglie, ci sta il clima che cambia. Ma ci sta specialmente il covid-19, ci sta in ogni dove, attivo o accucciato, lui e chissà quanti altri virus. Ci sta, ci sta tutto, insomma. E chissà, forse la formula perderà le sfumature di soddisfatta pienezza, e assumerà il senso di una disfatta, sfinita constatazione.

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Questo articolo è uscito sul numero 1382 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati