◆ Ci acquietiamo un pochino ricorrendo a formule ironiche. Per esempio chiudiamo le email con: un abbraccio virtuale. O scriviamo: un bacio, l’unico possibile. L’ironia zoppica solo con comestai . Una volta lo si buttava lì in modo automatico, tanto era sicura la risposta altrettanto automatica: benegrazie . Oggi chiedere: “Come stai?”, mette ansia, suona perfino inopportuno, temiamo un possibile: “Malissimo”. Del resto se lo si fa, e l’interlocutore risponde con un “Bene” perplesso, o ironizza con un “Bene, per adesso”, fateci caso, è raro che aggiunga: “Grazie”. Grazie di che? Sto come sto. Sto vecchio e malinconico. Sto chiuso in casa o giro intorno al palazzo. Sto davanti alla tv a vedere quanto ci si ammala in Italia e nel mondo e quanto si muore. Sto a temere per i figli, per i parenti, per gli amici obbligati ad andare al lavoro o che il lavoro non ce l’hanno più. Sto a tener lontano i nipoti. Sto dalla parte della scienza ma anche ad arrabbiarmi perché non fa miracoli se non per i produttori di vaccini che già si stanno automiracolando. Sto con quelli che stringono la cinghia e presto sbotteranno, non con quelli che fanno festa al bambinello mangiando, intascando, sciando, salvo poi crocifiggerlo con il covid molto prima di Pasqua. Sto a pensare a quanta importanza ci diamo, noi umani e postumani, senza averne nemmeno un po’. Sto bene insomma. Forse.
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Questo articolo è uscito sul numero 1386 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati




