**◆ **Bakari Sako era venuto in Italia per lavorare. Era uno dei circa 350mila braccianti stranieri addetti alla raccolta della frutta e della verdura che arrivano sulle nostre tavole. Doveva lavorare anche il suo ultimo giorno di vita, un sabato. Alle cinque di mattina andava in bici a prendere l’autobus, nella Taranto vecchia ha incontrato i ragazzini che lo hanno ucciso a botte e colt ellate. Figli di contesti degradati, non avevano ancora finito di giocarsi la notte. Ha incontrato anche un adulto, gestore del bar in cui ha provato a rifugiarsi: lo ha scacciato a male parole. La morte di Bakari Sako, 35 anni, ha fatto poco rumore, meno di quella di Satnam Singh, 31 anni, avvenuta nel 2024. In quel caso il datore di lavoro lo aveva abbandonato davanti alla sua baracca con un braccio amputato da un macchinario. Altre persone sono morte di fatica, in incidenti di furgoni stracarichi o negli incendi delle baraccopoli. Attribuire questa strage diluita nel tempo a una somma di fatalità è disonesto, così come ridurre le aggressioni a un generico problema di sicurezza. La morte di Sako è diversa. E i ragazzi di Taranto, nella loro violenza razzista, agiscono un sentire indicibile e strisciante, cresciuto negli anni perché alimentato da più parti: che i migranti arrivati qui in condizioni di bisogno rappresentino quasi una forma di vita inferiore, necessaria ma irrilevante, un po’ meno degna, in fondo.
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Questo articolo è uscito sul numero 1666 di Internazionale, a pagina 14. Compra questo numero | Abbonati





