**◆ **F. è solo al mondo. Da tre mesi è ricoverato all’ospedale di Penne, nella divisione di medicina che è di fatto una geriatria, non fosse per lui che ha 39 anni. Negli orari in cui non mangia, non viene medicato e nessun farmaco gli scende in vena, F. si aggira in carrozzina per i corridoi, getta uno sguardo nelle camere, si ferma a parlare con qualche malato o un infermiere che ha un momento. Chiede qualcosa a una dottoressa e lei gli dice: aspettami, F., che ho un ricovero. È bello il viso di F., capelli biondi e occhi blu, forse dei problemi ai denti. Dalla vita in su è anche muscoloso, malgrado la degenza prolungata. Ha una grave forma di diabete giovanile, le gambe sono esili, fasciate sotto il ginocchio. Immagino la necrosi dentro quelle fasce. E poi, anzi prima, prima di tutto, ha questa solitudine al mondo. Quando è entrato gli operatori socio-sanitari con una colletta gli hanno comprato pigiami e biancheria intima, a turno gli lavano i capelli. Avrebbe anche un amministratore di sostegno, un avvocato che non si fa mai vedere. Ho conosciuto F. in queste settimane di ospedale con mio padre. Tre volte al giorno scende sotto in carrozzina ed esce a fumarsi una sigaretta, guarda le montagne senza neve. Lì fuori parliamo un po’, ora è più triste: presto sarà trasferito in una struttura di lungodegenza. Sempre con i vecchi, dice. Non si fa, ma gli ho allungato di nascosto un pacchetto di Win ston.
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Questo articolo è uscito sul numero 1667 di Internazionale, a pagina 12. Compra questo numero | Abbonati





