Anche se l’idea di leadership non piace a nessuno dei due, all’origine del common wallet ci sono proprio Marta e Boris, e se risaliamo ancora più indietro nel tempo, ecco la prima cosa che mi ha raccontato Marta. Una notte in un orto urbano di Bruxelles con tre amici aveva acceso un fuoco, intorno al quale avevano camminato all’indietro fino allo sfinimento e finché in ognuno di loro era apparsa un’immagine fondatrice. Di influenza sciamanica o sufi, questa deambulazione circolare è il genere di rituale che Marta si diverte a inventare, nella vita come nei suoi spettacoli. È un modo, dice, per lavorare lo spazio, per risalire indietro nel tempo.

L’immagine che aveva avuto Marta era quella di lei da bambina mentre aiutava la nonna a dissotterrare delle patate. Lavoro faticoso, radicato nel suolo: Marta è orgogliosa di avere, come la nonna, delle mani da contadina, mani che non hanno paura di sporcarsi. È una bella donna sulla quarantina, calorosa, entusiasta, la cui vita consiste nel modellare, fabbricare, creare cose concrete e terrene: esperienze collettive, relazioni umane inedite. Nata nel nord Italia, è passata attraverso tutti i movimenti di estrema sinistra che sono ancora presenti a Torino e soprattutto a Bologna: comunità, cooperative, occupazioni, progetti alternativi. Trent’anni prima sarebbe potuta entrare in Autonomia operaia, invece è diventata attrice e ballerina. Partecipa agli spettacoli folli e provocatori di un coreografo belga, ed è così che ha cominciato a vivere tra Bologna e Bruxelles, una delle città d’Europa, insieme a Berlino, dove il calore umano, la cordiale bruttezza dell’architettura e gli affitti a buon mercato sono più favorevoli alla scena artistica.

guido scarabottolo

Mentre organizza spettacoli di strada e happening, Marta s’interroga attivamente su quelle che chiama fair practices, i modi buoni e virtuosi di fare, e quindi sulle giuste retribuzioni e sulla valutazione del tempo di lavoro. Tutti quelli che partecipano ai suoi spettacoli sono invitati a contabilizzare le loro ore di lavoro, cosa che solleva grandi, grandi interrogativi. Possiamo parlare di lavoro quando si discute dello spettacolo al bar con un amico o quando si riflette nella vasca da bagno? E se sì, su quale base bisogna retribuirlo? Perché il tempo della gente non ha lo stesso valore? Cosa rende un’ora del dentista più cara di un’ora di una baby sitter? È giustificato che l’ora di lavoro di Marta, che ha concepito e messo in scena lo spettacolo, valga più di quella del tecnico delle luci o della persona che vende i biglietti? Un pasto vale quanto una serata di recitazione? Otto ore di sonno dalla madre di Marta, a Venezia, si possono scambiare con altrettante ore di lavoro amministrativo per la troupe? Con tutte queste domande, Marta ha creato uno spettacolo che durava esattamente un’ora, perché con una cifra tonda è più facile fare i conti: un’ora data dagli artisti al pubblico, che dava in cambio un’ora agli artisti. È così che un’intera fila di spettatori ha assistito a uno spettacolo sul tempo di lavoro pelando patate per il pasto degli attori, il problema è che questi spettatori si sono messi a far parte dello spettacolo e quindi a meritare a loro volta di essere retribuiti. Una faccenda piuttosto complicata.

Boris

È a Bruxelles che Marta ha incontrato Boris e ha formato con lui una coppia che non è esagerato definire come un vertice di glamour alternativo. Boris è un gran bel ragazzo, barbuto, al tempo stesso dolce e carismatico, e quando dice con modestia che lavora per un collettivo di artisti, significa in realtà che è il capo del collettivo di artisti. Ossessionato dall’uguaglianza, è un leader naturale. E in questo gruppo che vuol sfuggire all’impero del denaro è l’unico ad averne. Ha una lucida consapevolezza della sicurezza che questo gli dà. Sa che la sua barca è più stabile di quella degli altri. Boris proviene da una famiglia svizzera di lingua tedesca, che in tre generazioni ha salito diversi gradini della scala sociale. I suoi nonni erano contadini, suo padre è diventato economista presso l’azienda chimica Dupont, e ha garantito al figlio il lusso di essere artista. Quando Boris è andato a vivere da solo, suo padre gli ha dato 150mila euro per lanciarsi nel difficile mondo della musica contemporanea. Ha vissuto quattro o cinque anni attingendo a questa somma, sentendosi a disagio nei confronti dei suoi compagni di studio meno fortunati, al punto di considerare seriamente la possibilità di scambiare la sua situazione privilegiata con quella di un altro, dandogli libero accesso al suo conto e vietando a se stesso di toccarlo. Stranamente, o forse no, nessuno ha accettato, e quando Boris ha versato diecimila euro a un compagno particolarmente in difficoltà, quest’ultimo gli ha rispedito il denaro indietro insultandolo.

Finiti gli anni di apprendistato ad Amsterdam e Berlino, e dopo aver incontrato Marta, Boris si è stabilito a Bruxelles in un’ex stamperia di Molenbeek. Molenbeek è il quartiere che ha la cattiva reputazione di essere un punto di riferimento dei jihadisti: Salah Abdeslam, l’autore degli attentati del novembre 2015 a Parigi, è stato arrestato a due strade di distanza dalla stamperia. Boris e Marta amerebbero descrivere Molenbeek come un luogo multiculturale, ma in realtà devono riconoscere che è un luogo quasi completamente monoculturale: gli abitanti sono al 95 per cento musulmani e i pochi tentativi di creare un po’ di fermento sotto forma di caffè conviviali e asili nido alternativi sono animati dal restante cinque per cento e hanno, si può ben dire, poco successo. Boris e Marta hanno abitato qui quasi dieci anni, portando avanti diversi progetti nel quartiere, poi hanno traslocato in un’altra ex fabbrica nel gradevole quartiere di Saint-Gilles, gentrificato da tanto tempo che non hanno avuto l’impressione di partecipare a questo fenomeno che disprezzano: il danno era già stato fatto, gli affitti erano già saliti, anche se rimangono ragionevoli e si possono trovare dei bei loft per 600 euro al mese. La stamperia di Molen­beek è diventata una sorta di spazio di coworking dove Boris, Marta, Oreste e Tahel, di cui parlerò presto, sviluppano progetti e spettacoli. Quelli di Boris hanno un obiettivo apertamente politico, vuole che cambino qualcosa. Così ha creato uno spettacolo che ha girato un po’ in tutta Europa sull’idea di democrazia, collaborando con una giurista per scrivere niente di meno che una costituzione.

Dopodiché – un po’ di pazienza e arrivo all’argomento di questo articolo – si è appassionato alla moneta, questa cosa con cui si vive continuamente senza sapere bene come funziona. “So più di fisica quantistica che di moneta”, dice Boris, “così ho deciso di saperne di più “. È andato a Ginevra a incontrare dei banchieri, dei gestori di patrimoni e una signora della Banca nazionale svizzera a cui ha fatto delle domande volutamente ingenue: da dove viene il denaro sul mio conto? Com’è creato? Perché le banche sono le sole a poterlo creare? È diventata l’ossessione di Boris, che ammette di aver rotto parecchio le scatole ai suoi amici con questo argomento. Le sue riflessioni si sono trasformate in uno spettacolo in cui Boris dialoga con gli spettatori incarnando di volta in volta un banchiere svizzero, un economista, Melinda Gates, un barbone e infine la sua amica israeliana Tahel, che ha molto da dire sulla vita senza denaro in un kibbutz.

Oreste

Ognuno ha la sua versione della nascita del common wallet, che si confonde più o meno con il momento in cui Boris gliene ha parlato per la prima volta. Nel caso di Oreste è successo durante la tournée dello spettacolo di Boris, una sera d’autunno del 2017. Oreste è genovese, ha i capelli crespi e ricci e i baffetti neri e somiglia in modo impressionante a Charlie Chaplin, di cui ha la grazia fragile e ribelle. Quella famosa sera viaggiava con Boris su un furgone lungo una strada nel nord dell’Europa. Si alternavano alla guida e, poiché lo spettacolo parlava di denaro, anche loro parlavano di denaro. Sappiamo tutti che si tratta di un argomento al tempo stesso esplosivo e imbarazzante. Se mi permettete la parentesi, ho un amico i cui unici argomenti di discussione sono il denaro e il sesso, non gli interessa niente altro. Quando incontra qualcuno, lo interroga direttamente su questi punti: quanto guadagni, cosa fai con il denaro, quali sono le tue preferenze sessuali? All’inizio è disturbante, ma quando si toccano questi argomenti almeno si è sicuri di avere una vera conversazione e non di parlare del più e del meno.

Mentre la pioggia spazzava l’autostrada, Boris e Oreste discutevano di un progetto di cooperativa volto a sfruttare al meglio lo status di artista, l’equivalente belga degli “intermittenti dello spettacolo” francesi ma più protettivo e più difficile da ottenere. Il progetto interessava molto a Oreste, che all’epoca non aveva ancora questo status tanto ambito. Poi, con la sua voce sempre dolce e tranquilla, poco più forte del rumore dei tergicristalli, Boris ha chiesto a Oreste se invece di creare una cooperativa non sarebbe stato più semplice avere un conto corrente in comune, in cui ognuno poteva versare quello che guadagnava e da cui poteva prelevare quello di cui aveva bisogno. “Più semplice?”, ha ripetuto Oreste. “Credi che sarebbe più semplice? E chi sarebbe questo ognuno che prende e che dà?”.

“Be’”, ha risposto Boris, “tu, io, Marta, Irena, Tahel, Luis Maria e così via”.

Boris ha chiesto a Oreste se non sarebbe stato più semplice avere un conto in comune, in cui ognuno poteva versare quello che guadagnava e da cui poteva prelevare quello che gli serviva

“E già che ci siamo dividiamo anche i partner? Che sarebbe, una comunità hippy? Ne ho già viste fallire parecchie, io dico no”.

“No, non è una comunità hippy. Solo un common wallet, un portafoglio in comune”.

Oreste ci ha pensato, poi: “Ti ho mai parlato della mia famiglia? La mia famiglia è un common wallet naturale. Mio padre e mio zio si sono sposati lo stesso giorno, nella stessa chiesa, con due sorelle, e hanno fondato insieme a Genova la stessa piccola azienda di addobbi natalizi. Quando si andava al ristorante ci andavamo tutti insieme, i quattro adulti, io e le mie due cugine, e non aveva importanza chi pagava, tanto mio padre e mio zio attingevano alla stessa cassa”.

“E funzionava?”.

“Ha funzionato. Almeno fino alla crisi, dopo è diventato difficile. Mi ricordo il momento in cui mio padre è passato dal real green al fake green, dai veri alberi di Natale a quelli di plastica. Era tutto orgoglioso, trovava meravigliosi questi alberi di tre metri che aveva messo davanti al negozio e io mi ricordo di avergli detto: ‘Papà se pensi che questi alberi siano meglio di quelli veri, allora hai qualche problema’”.

La storia ha fatto ridere Boris. Si sono divertiti entrambi, anche se Oreste aveva un problema con la proposta di Boris. Il problema è che Oreste è povero. Non ha mai guadagnato molto, anche se ha sempre lavorato come regista e montatore tra l’Italia e il Belgio. Evidentemente avrà pensato che fare cassa comune con Boris, decisamente più ricco, rischiava di essere complicato. I suoi dubbi sono aumentati quando, di ritorno a casa, ne ha parlato con Irena, con cui vive e ha una figlia piccola. Perché anche Irena è povera, entrambi fanno fatica ad arrivare alla fine del mese: lui facendo video degli spettacoli di Boris e occupandosi delle luci, lei imparando a memoria uno dei suoi libri preferiti, Il fucile da caccia di Inoue Yasushi, per farne delle letture improvvisate nelle librerie e nelle biblioteche, ma soprattutto vivendo di lavoretti, lavorando per persone che affittano la loro casa su Airbnb, cioè recuperando le chiavi e facendo le pulizie, e battendosi per ottenere il famoso status di artista. Ma inutilmente, dice lei, perché è come la storia del serpente che si morde la coda: se non ottiene lo status è perché fa troppi lavoretti, e se fa troppi lavoretti è perché non lo riesce a ottenere.

In queste condizioni, quando Oreste le ha spiegato l’idea del common wallet, la cosa l’ha fatta completamente uscire di testa, perché guadagna talmente poco da vergognarsene. Irena è diventata paranoica sulle sue misere spese, aveva paura che gli altri le spiassero e giudicassero lei e Oreste. E si è sentita solo parzialmente rassicurata quando Boris e Marta le hanno pazientemente spiegato che quello che a prima vista era un problema, in realtà era proprio la soluzione.

Tahel

Ogni volta che parlavano tra loro di quella che era ancora un’idea un po’ vaga, ogni volta che anch’io ho parlato tra me e me, tre anni e mezzo dopo, di questo reportage intrigante, una domanda tornava continuamente: molto bene, si fa una cassa comune, ognuno dà quello che guadagna e prende quello di cui ha bisogno, ma che succede se qualcuno ne abusa? Se un approfittatore svuota il conto per comprarsi un Rolex o fugge con la cassa? Quando all’inizio gli parlavano di questa possibilità, Boris alzava le spalle: nel peggiore dei casi quello che ognuno perderà non saranno anni di risparmi, ma la sua parte, un decimo di quello che c’è su un conto corrente che molto spesso sarà in rosso, so what? La verità è che nei tre anni di storia del common wallet non è mai successo niente del genere e che il vero problema non è mai stato quello di un approfittatore che abusa della sua posizione – ruolo che nessuno nel gruppo vuole avere – ma quello dei più poveri che, come Irena, hanno paura di pesare sugli altri. Il problema sono la vergogna e l’autocensura, ma se c’è qualcuno che ha fatto avanzare la riflessione su questo punto è Tahel.

Tahel è una ballerina e coreografa israeliana che ha vissuto i primi vent’anni della sua vita in un kibbutz, cioè senza denaro. Il denaro lo ha praticamente scoperto quando è arrivata in Europa, e nel corso degli anni ha anche scoperto che i suoi amici più cari, quelli con cui condivideva tutto, in realtà non condividevano tutto: il denaro era escluso. I più generosi te lo prestano, ma non lo condividono. Oppure si aspettano qualcosa in cambio, un servizio proporzionato al denaro prestato. Da qui l’idea rivoluzionaria di Tahel: per fare in modo che una cosa come il common wallet funzioni, bisogna togliersi dalla testa l’idea di reciprocità. Questo va molto più lontano del sistema di scambi di servizi o di tempo su cui lavorava Marta: non si è più nello scambio perché nello scambio si calcola necessariamente il valore dei beni o dei servizi scambiati e questo in fin dei conti non è diverso dal denaro, la logica è la stessa, mentre l’obiettivo del common wallet è proprio superare questa logica. Non si tratta di dire: i più poveri metteranno nella cassa comune una cosa diversa dal denaro che non hanno, cioè faranno dei lavori d’idraulica o i baby-sitter per i più ricchi. No, i più poveri contribui­ranno al progetto in quanto poveri, perché lo sono. Quello che portano al progetto, e quindi agli altri, è la loro partecipazione.

guido scarabottolo

Luis Maria

Un altro contributo decisivo nella fase precedente alla prima visita in banca è stato quello di Luis Maria. Luis Maria, ancora un italiano: in questa storia belga ci sono più italiani che belgi. Ancora un ragazzo proveniente dall’estrema sinistra, un veterano di tutti i collettivi, di tutto quello che rimane delle utopie degli anni sessanta e settanta, tranne che lui è ingegnere ambientale e gestisce una comune agricola in Puglia. Quindi partecipa al common wallet a distanza – ma vi partecipa – e ho potuto parlargli solo su Zoom. Quando ci siamo ritrovati intorno al tavolo da ping pong che serve per i pranzi nel loft di Marta e Boris, il computer era aperto tra due commensali e Luis Maria parlava, mangiava e beveva con appetito, come se fosse stato con noi. Indipendentemente da dov’è, Luis Maria dà l’impressione di esserci da sempre, e chiunque sia il suo interlocutore sembra sempre un suo amico d’infanzia.

Il suo nome si è imposto fin dall’inizio in questa sorta di casting che Marta e Boris hanno fatto con un’abilità da registi agguerriti, cosa che in effetti sono, non lo dimentichiamo. Erano necessari dei temperamenti diversi, dei rapporti con il denaro diversi e al tempo stesso una certa prudenza: per esempio hanno un ottimo amico che ama giocare, un vero giocatore, compulsivo, entusiasta, capace di perdere tutto quello che ha al casinò e in questo caso non avrebbe perso solo quello che aveva ma anche tutto quello che avevano gli altri, e anche se tutti lo adorano nessuno aveva voglia di vederlo arrivare una mattina con la coda tra le gambe e sentirlo dire, cari amici, sono desolato… Niente mani bucate, quindi, niente alcolizzati né tossici, ma neppure maniaci del controllo la cui presenza sarebbe stata in un certo senso ancora più contraria allo spirito del progetto.

Così, mentre il contributo teorico di Tahel si può riassumere in “la reciprocità è il nemico”, quello di Luis Maria potrebbe essere: fiducia radicale, niente controlli. Visto che la regola è “dai quello che guadagni, prendi quello che vuoi”, per fare in modo che funzioni bisogna avere una fiducia assoluta negli altri e rinunciare a controllare. Perché se dieci persone aprono un conto in banca in comune, ognuno avrà accesso ai movimenti su questo conto. Ognuno potrà sapere quello che versano gli altri e quello che prendono. È molto facile da fare, ed è esattamente quello che non bisogna fare. Riuscirci è la parte più difficile di tutta la faccenda. Ma in ogni caso, come dice Marta, “il controllo è zero sexy”. È “zero sexy” anche avere troppe regole e norme. Qualche settimana dopo la prima conversazione sulla moneta tra Boris e Oreste nel pulmino dello spettacolo, si è deciso di buttarsi, di fare una prima esperienza di tre mesi, e di trovare una banca per aprire un conto.

Lore

Perché Boris ha affidato il compito di trovare questa banca a Lore? Il meno che si possa dire è che non ha nessuna competenza particolare in questo settore, nessuna esperienza se non quella di constatare, senza troppo commuoversi, che il suo conto è in rosso verso il 15 di ogni mese. Molto presto nel mio giro di interviste ho preso l’abitudine di chiedere a ognuno quanto guadagna – cosa alla quale tutti mi hanno risposto senza imbarazzo – e qual è il suo rapporto con il denaro. Lore lo definisce “disinvolto”; guadagna in media 1.300 euro al mese con il suo lavoro di “drammaturga” freelance, il “drammaturgo”, in Belgio come in Germania, non è un autore drammatico ma una sorta di documentalista che assiste il regista nelle sue ricerche. Lore dice spesso cose come: “Non lavoriamo solo su dei progetti, lavoriamo sul mondo”, e immagino con un certo divertimento la faccia dei banchieri belgi quando si vedono arrivare nel loro ufficio questa bella ragazza calma, gradevole sotto tutti gli aspetti, che invece di sollecitare un prestito per comprarsi una macchina o un appartamento, viene ad aprire un conto in comune per lei e nove suoi amici. Un conto in comune? Con dieci libretti degli assegni sullo stesso conto? Dieci carte di credito? Dieci persone che versano e dieci che prelevano? L’ironia della cosa è che Lore si è rivolta dapprima alle banche che si definiscono etiche, alternative, responsabili: ce ne sono, oggi tutto esiste in versione etica, alternativa e responsabile, probabilmente anche gli hedge fund e l’industria delle armi, credo. Tutti le hanno detto di no, il vostro progetto non funzionerà mai. Ma proprio per questo, diceva Lore, chiediamo solo tre mesi per fare una prova, se non funziona dopo tre mesi smettiamo, non siamo pazzi. I banchieri etici hanno tutti scosso la testa.

Non essendo riuscita a convincere i cosiddetti “buoni”, Lore si è rivolta ai “cattivi”, in questo caso la Kbc, la più grande banca belga, tutt’altro che etica. Ed è proprio con la Kbc che si farà l’avventura. Una foto li mostra tutti e dieci (Marta, Boris, Oreste, Irena, Luis Maria, Tahel, Lore, e poi Harpo, Kirsten e Annabel, con cui dovete ancora fare conoscenza) nell’ufficio troppo piccolo di un banchiere al tempo stesso stupito e incuriosito: di solito non ci si diverte molto in una filiale della Kbc, per una volta avrà qualcosa da raccontare alla moglie tornando a casa. Se il banchiere ha accettato è solo perché li ha trovati tutti e dieci incredibilmente simpatici, non vedo altra spiegazione. Persone aperte, sincere, oneste, in cui si ha voglia di avere fiducia. Non ha dovuto pentirsene. Si è abituato ai loro conti in rosso, perché venivano regolarmente coperti. Si è abituato al fatto che su un solo conto ci fossero venti o trenta transazioni al giorno, mentre di solito sono due o tre. A loro volta i membri del common wallet, che d’ora in avanti chiameremo cw, pensavano che la Kbc sarebbe andata bene per i primi tre mesi e che in seguito avrebbero trovato qualcosa di meglio, di più responsabile e di più etico, ma dopo tre anni, contro ogni aspettativa, sono ancora lì.

Harpo

Perché contro ogni attesa ha funzionato. Il conto è stato aperto a gennaio del 2018, io sono andato a trovarli a gennaio del 2021, e la cosa funziona. Si è passati in modo del tutto naturale dal periodo di prova a una pacifica routine, e tutti i membri del cw sono d’accordo nel dire che il loro rapporto con il denaro è diventato più semplice. In particolare per le coppie, mi ha spiegato Harpo, perché si è rivelato molto più comodo avere un conto comune in dieci che in due. Lui, per esempio, vive con Kirsten. Organizza spettacoli di strada su temi presi dall’universo delle favole, lei dirige un teatro. Harpo riconosce senza imbarazzo che la sua compagna guadagna più di lui e che è l’unica della banda a guadagnare in modo regolare perché è la sola ad avere uno stipendio. Prima avevano un conto comune per pagare il mutuo della casa, le fatture più importanti e le tasse, e un conto separato per ognuno, il cui uso non era chiaramente regolato. Quando cenavano insieme al ristorante, c’era sempre una piccola esitazione, un’incertezza al momento del conto: chi avrebbe tirato fuori la carta di credito? Avrebbero diviso? Ora si tira fuori la carta del wallet e la cosa è risolta.

Harpo è un ragazzo alto con i capelli lunghi e radi, che a casa porta dei pantaloni da completo su delle pantofole da bambino. È molto gradevole passare un pomeriggio d’inverno con lui a bere tè perché dà l’impressione di avere molto tempo a disposizione e parla di tutto con ironia leggera, affettuosa, priva di ogni sarcasmo. Sono già tre giorni che li incontro uno dopo l’altro, nel piccolo perimetro di questo quartiere di Saint Gilles, dove abitano tutti quanti, e comincia quasi a darmi sui nervi il fatto di trovarli tutti, compreso il banchiere, così simpatici. Mi piacerebbe che ci fosse qualcosa di oscuro, così comincio a chiedere agli uni e agli altri quale potrebbe essere il dark side del common wallet. A quanto pare la cosa diverte Harpo, che fa la faccia di un troll disegnato da Tomi Ungerer e mi dice: “Se pensi che tra di noi ci sia un serial killer, non è così. Oddio, non si può mai sapere, ma francamente non credo. Siamo tutti persone più o meno tranquille, ci vogliamo bene, ci piace vederci e quello che ci piace di più di questa storia è che rafforza l’amicizia fra di noi. Quello che posso dire è che ci accontentiamo di poco. Cerchiamo di essere piuttosto attenti”.

guido scarabottolo

“Sul serio?”.

“Be’ sì, guarda: versiamo il denaro che guadagniamo ogni mese, preleviamo quello di cui abbiamo bisogno per vivere ogni mese, ma ci limitiamo alle spese correnti, non mettiamo in discussione il risparmio o il patrimonio, e rimane una differenza enorme tra chi per esempio è proprietario e chi non lo è. Tra chi ha una rete di sicurezza come me e Kirsten o Marta e Boris, e chi non ha questa protezione. Finché non prenderemo in considerazione questo aspetto, non potremo andare molto lontano. Così abbiamo cominciato a parlarne, si tratta di un argomento che torna regolarmente nelle discussioni, ma non abbiamo ancora trovato il modo giusto per risolvere la questione. E poi c’è un’altra cosa, ma penso che probabilmente te ne sarai accorto da solo: è l’aspetto ‘bolla’ di questa esperienza. Le nostre personalità sono diverse, alcuni guadagnano meglio di altri, ma siamo comunque un piccolo gruppo di amici che si muovono tutti nello stesso mondo, che ridono delle stesse battute, senza mai fare i conti con un’opinione contraria. Non è molto dark come dark side ma è comunque un limite e se vogliamo veramente far evolvere il cw ci dovrebbe essere tra noi qualcuno che non rida alle stesse battute, qualcuno che non sia attore o scenografo ma idraulico o assicuratore. O addirittura…”. E Harpo si guarda intorno, a destra e a sinistra, come per essere sicuro che non ci sia nessuno ad ascoltarlo, e abbassando la voce: “O addirittura qualcuno di destra”. E poi riprende l’aria da troll che ha appena fatto uno scherzo: “Ma come potremmo fare? Non conosciamo nessuno di destra!”.

Kirsten

Oreste mi ha detto la stessa a cosa a modo suo: “Ho vissuto vent’anni in un paese governato da Berlusconi. Ebbene, sei libero di credermi o meno, ma non ho mai conosciuto nessuno che votava Berlusconi!”. Kirsten, invece, la prima cosa che mi ha raccontato è una discussione con Marta a proposito della televisione. Marta, come me, era convinta che il computer avesse ucciso la televisione, che ormai nessuno avesse la televisione. Lei non ce l’ha, io non ce l’ho e nessuno nel gruppo ce l’ha. Conclusione: nessuno ha un televisore. Un po’ irritata, Kirsten è andata a cercare i numeri e li ha messi sotto gli occhi di Marta: il 98 per cento dei belgi possiede e guarda la tv. Marta non sospetta neanche l’esistenza di questo 98 per cento, perché come tutti i membri del cw fa parte dell’altro 2 per cento, o piuttosto, come precisa Kirsten, dello 0,2 per cento a cui si rivolgono i loro spettacoli e performance, così come gli spettacoli e le performance prodotti da un teatro di Bruxelles di cui Kirsten è direttrice generale.

Anche se è la direttrice di questo teatro d’avanguardia, nel gruppo Kirsten si considera la rappresentante del 99,8 per cento di persone che non sono né performer né scenografi né ideatori di installazioni e di cui i suoi amici del cw ignoravano fino a quel momento l’esistenza. L’unica ad avere uno stipendio fisso, l’unica a non essere artista, l’unica ad avere una macchina, l’unica a partire con la sua famiglia durante le vacanze scolastiche, Kirsten è nel gruppo l’incarnazione seducente, divertita e lucida del principio di realtà. Sono vent’anni che frequenta il mondo dell’arte contemporanea generosamente sovvenzionato dal governo fiammingo e che osserva questo fenomeno paradossale: le persone che come lei lavorano nel mondo dell’arte sono pagate a tempo pieno, mentre gli artisti fanno la fame. Questa differenza tra chi produce la cultura e chi ci si guadagna da vivere la sperimenta nella sua vita privata, perché dopo un matrimonio tradizionale, da cui ha avuto due figli ora adolescenti, Kirsten vive e ha una figlia di sei anni con Harpo, che è un artista tanto indigente quanto simpatico.

Quando hanno cominciato a parlare del cw al bar del teatro era come parlare di un progetto artistico, anche se è vero che nel loro piccolo mondo perfino lavarsi i denti è un progetto artistico, e Kirsten ne ha prodotti tanti che non è facile stupirla. Ma questa volta si è detta: finalmente un progetto artistico che ha un impatto sulla realtà. Invece di una sperimentazione sulla scena, qualcosa che tocca direttamente la vita della gente. La cosa l’ha incuriosita e poi sedotta, e abbastanza naturalmente, sorprendendo anche se stessa, si è decisa ad accettare. Harpo era un candidato ideale per il cw, lei no, ma era impossibile che in una coppia solo una persona vi partecipasse, così una sera, mentre bevevano tutti insieme, Kirsten ha detto: “Ascoltate, a me la cosa interessa ma non voglio essere in prima fila, voglio rimanere in disparte per i tre mesi di prova e ad alcune condizioni. Perché non voglio offendervi, ma voi a 40 anni guadagnate 1.200-1.300 euro al mese e quando ne fate 1.500 stappate lo champagne, mentre in Belgio questa è all’incirca la soglia di povertà. Lo so che voi avete un senso di realizzazione personale, ma in un qualunque altro lavoro sarebbe inconcepibile. Io – siamo chiari – sono una donna della classe media, ho dei sogni da classe media e ho abbastanza denaro per sentirmi libera di sperimentare un po’ a livello di spese mensili, ma non abbastanza da rischiare di più. Sono responsabile della mia famiglia più che di voi. Siamo d’accordo?”.

“Siamo d’accordo Kirsten”, hanno detto gli altri all’unisono, perché è difficile resistere allo stringente buon senso di Kirsten. Se la storia del cw fosse una commedia di Agnès Jaoui e Jean-Pierre Bacri, cosa che purtroppo non è più possibile, sarebbe Jaoui a interpretare il suo ruolo.

Kirsten è una donna molto concreta, ed è nel suo stile, concreto e materiale, che mi spiega come si sono organizzate le cose. Lei guadagna 2.800 euro al mese: è la più ricca del gruppo, ma la differenza con i più poveri non è comunque siderale. Con questo stipendio deve pagare i 1.100 euro della rata mensile del mutuo sul loro appartamento nella signorile rue du Roi. Questo non rientra nel cw, quindi rimangono 1.700 euro. Inoltre Kirsten riceve dei sussidi familiari per i figli, che vanno su un conto separato. Poiché lei rimborsa il mutuo con il suo stipendio, Harpo le deve la metà della rata, cioè 550 euro, che preleva dal cw, ma poiché versa tutto quello che guadagna nel cw, ci si ritrova con i conti. La regola non scritta, poiché nessuna regola è scritta, è che il circuito economico dei più poveri si svolge interamente nel cw – ci si versa tutto quello che si guadagna e si preleva tutto quello che si spende – mentre i più ricchi hanno altri conti e altre carte di credito destinati ad altri usi e sottratti all’uso collettivo.

Ora, quando si sa che alla fine del mese o anche prima ci si ritrova in rosso, che si fa? Due cose. Prima di tutto si tira la cinghia, sono i cosiddetti potato days, a cui alcuni sono più abituati di altri. Ma dato che la cinghia ha un limite e che Kirsten non ha le stesse abitudini di consumo di Oreste o Irena né desidera convertirsi alla loro frugalità, la seconda soluzione è quella di fare appello alle riserve di chi ne ha. A un certo punto succede questa cosa incredibile che i più ricchi, quando è necessario, rimpinguano il cw. Quello che versano rappresenta una sorta di credito, ma vago, non contabilizzato, non destinato a essere rimborsato immediatamente. Il cw funziona in questo modo, e per quanto riguarda le spese correnti Kirsten la pensa come Harpo: è una cosa comoda, spensierata ma non pericolosa, che permette in fin dei conti di pensare al denaro meno di prima. Il problema sono le spese eccezionali. Tralasciando la spinosa questione dei risparmi, di quello che si mette da parte per il futuro, per lo studio dei figli o per gli imprevisti, tralasciando le ore passate a immaginare quello che potrebbe essere un sistema a più lungo termine di un mese, la questione che si è posta in modo più acuto è stata quella delle vacanze. È venuto il momento di raccontare, passando il testimone a Annabel, la crisi dell’estate 2019.

Annabel

guido scarabottolo

Annabel è una ragazza dagli occhi azzurri e dai lunghi capelli neri, animata con uguale intensità dall’estasi davanti alla bellezza del mondo e dalla rabbia per coloro che la rovinano. Si definisce un’“attivista antiestrattivista”. Gli estrattivisti che la ragazza combatte sono quelli che estraggono dal suolo le risorse primarie senza preoccuparsi della loro rigenerazione. Per lei il simbolo della perversione estrattivista è la pianta in vaso: spostata dal suo ambiente originale, reificata, colonizzata, sottomessa al nostro racconto coloniale. Ascolto Annabel un po’ stupito e all’improvviso mi rendo conto che nel suo salotto ci sono decine di vasi pieni di piante, che stiamo parlando in mezzo a una foresta di piante in vaso. “Sì”, risponde Annabel senza scomporsi. “Ma io le amo e poi dobbiamo affrontare questa realtà invece di negarla e inoltre non le compro, le recupero per strada, non partecipo a questo traffico. Non è la stessa cosa”. Ok.

Annabel viene da una famiglia fiamminga, nonni operai, padre architetto, madre infermiera, anche lei è la terza generazione di un’ascesa sociale, per cui si è risparmiato e che rende i genitori orgogliosi e preoccupati di avere una figlia artista. L’avarizia e la paura di non avere abbastanza hanno fatto parecchi danni nella sua famiglia, dice la ragazza, ma il suo rapporto con il denaro è molto disteso. Per lei la cosa più importante è averne un po’ più del necessario per poter essere generosa. Dare il più possibile senza sacrificarsi: è il suo credo, il suo impegno personale, lo formula in modo chiaro e lo trovo giusto e bello.

Annabel ha lavorato come produttrice per Harpo e per le sue performance, ed è attraverso di lui che ha conosciuto Kirsten, Marta, Boris e gli altri. Una sera Boris l’ha invitata a bere una birra e a parlare del progetto che presentava ancora come una sorta di cooperativa. Lei all’inizio ha pensato che volesse solo un parere, e quando invece ha capito che le stava proponendo di entrare nel gruppo, ha risposto con onestà che aveva appena smesso di lavorare per riprendere gli studi, che dormiva da amici e che era in un periodo in cui avrebbe avuto pochissimo denaro da mettere nella cassa comune. Questo però non era un problema per Boris, che ha detto no, va bene così. In effetti all’inizio Annabel guadagnava poco e contribuiva con meno di mille euro al mese, quando andava bene. L’angosciava il pensiero di approfittarsene, ma gli altri le hanno spiegato che prendere quello di cui aveva bisogno o voglia non voleva dire approfittare, che il verbo “approfittare” era l’esatto opposto di quello che cercavano di fare, che consiste invece nel mettersi d’accordo, tutti insieme, per aiutare ognuno a vivere la vita che desidera vivere e che merita.

Poi, dopo un anno e mezzo, un colpo di fortuna: Annabel firma un grosso contratto per un lavoro di ricerca e riceve diecimila euro, una somma che non aveva mai visto tutta insieme e che è orgogliosa e contenta di versare nel cw. Questo gruzzolo arriva alla vigilia delle vacanze estive, e durante una discussione su quello che in Belgio si chiama il pécule, che è l’equivalente delle ferie pagate: un mese di stipendio. Alcuni hanno uno status che gli permette di ricevere questa somma, altri no, e bisogna decidere se quelli che la ricevono debbano versarla nel cw o meno. Boris versa la sua cifra senza esitazioni, ma Kirsten dice di no. No e no. Nel suo stile di vita le vacanze sono fondamentali, non sono negoziabili, sa per esperienza che ogni euro versato nel cw è speso alla velocità della luce e vuole essere certa che la sua famiglia di cinque persone possa partire per gli Stati Uniti. Non vuole dipendere dalla buona o cattiva sorte degli altri e non vuole preoccuparsi che la sua carta di credito possa essere rifiutata, così tiene la somma per sé. La situazione è paradossale: Boris difende il suo diritto a dare il suo denaro al cw senza però rimproverare a Kirsten di non farlo, ma Kirsten si sente comunque sotto pressione e chiede a Boris di non versare questa somma. Alla fine è Boris che cede e accetta di riprendere il denaro versato. Ancora oggi Kirsten ritiene che Boris abbia agito in modo “incoerente”.

Dopodiché ognuno va in vacanza: Kirsten, Harpo e i loro figli negli Stati Uniti; Marta, Boris e la loro figlia Dora in Indonesia, più precisamente sull’isola di Flores dove passano l’estate in un remoto villaggio in cui Marta studia i rituali di una società che non è matriarcale ma matrilineare, mi ha detto. E il denaro? Risposta: hanno pagato di tasca loro, senza ricorrere al cw, i biglietti aerei e alcuni extra come le immersioni subacquee, mentre per il resto la vita in una capanna a Flores è decisamente meno cara che a Bruxelles. Tutti sono partiti, con il cuore ancora più leggero dato che il cw non era mai stato così fornito, grazie soprattutto ai diecimila euro versati da Annabel. Ma si è svuotato talmente in fretta che all’inizio di agosto, quando alla fine delle sue modeste vacanze Annabel ha voluto comprare un biglietto per tornare da Amsterdam a Bruxelles in treno, la sua carta è stata rifiutata. Lei non l’ha presa proprio bene. Ha inviato un messaggio sulla chat Telegram del gruppo, Harpo le ha subito comprato un biglietto, lo scoperto è stato risanato da altri componenti del gruppo, che hanno attinto ai loro conti separati, è arrivato settembre con il suo denaro fresco ma tutti si sono sentiti un po’ in colpa: è stata l’unica volta in cui si è avuta l’impressione che tutto poteva andare a rotoli. Poi se n’è parlato, sul tavolo da ping pong sono usciti i rancori e i malintesi, tutti hanno dimostrato buona fede e comprensione reciproca e si sono ripromessi di fare più attenzione la prossima volta: la crisi è stata superata.

Sophie

Intorno a loro sono sempre di più le persone che s’interessano a questa esperienza. Alcuni chiedono di poter entrare a far parte del gruppo. Ma loro rispondono di no, perché è meglio non essere troppi. Siamo dieci e preferiamo rimanere dieci, ma nulla vi impedisce di formare il vostro gruppo, vi daremo tutti i consigli che volete (del resto un cw bis già esiste nel nord Italia). Dieci sembra un buon numero, né troppi né troppo pochi, come il numero di cittadini – cinquecento, credo – che Aristotele stimava ideale per far funzionare una città greca: bisogna che ognuno possa conoscere tutti, almeno di vista. Questa cifra non è ovviamente scolpita nel marmo, ma quando Irena ha annunciato che avrebbe lasciato il gruppo hanno subito cercato una sostituta.

Questa sostituta si chiama Sophie. L’ho incontrata dopo il mio pomeriggio a casa di Kirsten e Harpo, e il sottotetto dove abita contrasta decisamente con il loro grande e bell’appartamento. Sophie dice che in questo momento ha degli accessi di gioia così forti e improvvisi che non può fare a meno di danzare, ma emana un’aura di timidezza e di solitudine che spiega in modo poetico parlando della sua infanzia. I suoi genitori, venuti dall’Abruzzo, hanno aperto uno dei primi ristoranti italiani di Bruxelles. Lavoravano come matti, non erano mai a casa e Sophie, figlia unica, si è abituata molto presto a mangiare da sola, soprattutto la sera, al ristorante. Non ha mai conosciuto le grandi tavolate italiane tipiche della calorosa e rumorosa famiglia di Oreste, quella sorta di common wallet naturale. Non ha mai conosciuto la pietanza comune che cuoce a fuoco lento in una grande pentola e che si serve con il mestolo accompagnato da generose aggiunte di salsa, ma ordinava il suo piatto: è quella che si chiama, dice, un’educazione individualista. Sophie ha sognato di diventare artista, fotografa, e poi ha trovato il suo posto, come Kirsten, nel settore amministrativo dell’arte.

È così che ha conosciuto il gruppo. Per tutta la vita aveva sognato di appartenere a una comunità, di condividere, ma le sembrava fuori dalla sua portata. Non ci poteva credere quando Tahel le ha detto che Irena se ne andava e le ha proposto di prendere il suo posto. Ha avuto paura di non essere all’altezza, paura la prima volta che ha versato il suo stipendio sul conto comune, paura quando ha assistito, appena arrivata, alla famosa disputa delle vacanze. E poi molto presto, senza capire bene come, questa sensazione è passata, questa paura che era stata la sua compagna di vita l’ha abbandonata e lei si è ritrovata a nuotare, dice. E quando dice nuotare, quando dice danzare, si capisce che Sophie parla di un’esperienza forte, oceanica, che la strappa alla sua solitudine originale. Ha imparato a gestire i problemi giorno per giorno, senza controllare. Ha imparato ad accettare gli altri, il loro carattere, i loro difetti forse meno visibili ma comunque reali come i suoi. Ha imparato che poteva dire quello che pensava e che anche un disaccordo non è grave se espresso con amicizia. Ha imparato che non era grave se spendeva cento euro di più di quello che aveva dato. Ha imparato ad allungare le antenne, a fondersi in questo gruppo che ama perché non ha né leader né regole.

Oggi, dice Sophie con un sorriso che le illumina il volto dall’interno, quando mette la carta di credito nel bancomat è come se gli altri nove fossero con lei, come se l’accompagnassero con una presenza dolce, disponibile, fiduciosa. Qualche volta la ragazza dà un’occhiata al conto, al quale tutti hanno accesso grazie all’applicazione della banca, e vede per esempio che qualcuno è andato in un buon ristorante e che il conto è salato. Lei si rallegra per lui, per lei o per loro: se si sono concessi questa serata è perché ne avevano voglia, e Sophie ha imparato anche questo, è un assioma di Boris: una voglia è rispettabile quanto un bisogno. Se volesse potrebbe sapere chi nel gruppo ha pagato questo conto. Potrebbe ma non lo fa. Non lo ha mai fatto. Teme che se lo facesse, anche solo una volta, si escluderebbe dal gruppo. Vuole restare fedele a un progetto che è un modo per definire meglio le cose che sono davvero importanti per lei.

Quando Sophie mi dice questo, faccio fatica a crederle, eppure è così che funziona. E funziona. Su questo tabù: non verificare, non controllare. L’assioma stavolta è di Luis Maria: radical trust. Questa regola non scritta – non solo non controllare se stessi, ma essere certi che neppure gli altri controllano, altrimenti non farebbero parte del gruppo – è una rivoluzione intima, e probabilmente si può dire che è una cosa da radical chic, ma quello che si rimprovera ai radical chic non è forse di pensare solo a se stessi? E su questo i membri del cw sono diversi. Nel loro piccolo, come in laboratorio, fanno qualcosa di nuovo, qualcosa di coraggioso, qualcosa che penso valga la pena fare. E per una ragazza come Sophie questo cambia la vita, davvero.

Irena

Ho incontrato Irena per ultima, subito prima di rientrare a Parigi. Spesso, quando qualcuno lascia un gruppo così unito, gli altri ti mettono in guardia contro il transfuga, il dissidente, la pecora nera. Ti dicono che è arrabbiato, ti aspetti delle insinuazioni. Ma stavolta no. Tutti mi hanno detto: è importante che tu abbia il punto di vista di Irena – con la quale del resto quelli che erano amici sono rimasti amici. In ogni modo Irena non somiglia agli altri. Non è certo, dio non voglia, quel “qualcuno di destra” che Harpo, con il suo sorriso da troll, vorrebbe avere nel gruppo per rimedare alla sua eccessiva omogeneità. È esattamente il contrario, è impossibile essere meno di destra di Irena, ma io penso che ovunque lei sia, e qualunque sia il gruppo, si avvertirà sempre che Irena viene da un altro posto, che non parla la stessa lingua.

L’ho sentito non appena è entrata nel salotto dell’appartamento che mi avevano prestato per il mio soggiorno. Si è seduta sul tappeto davanti al finto caminetto rosseggiante e prima di aprire bocca è rimasta un lungo momento a riscaldarsi in silenzio, non come qualcuno che viene dal freddo della strada, ma piuttosto come qualcuno che ha sempre avuto freddo e che niente riscalderà veramente. Poi ha cominciato a parlare. Si era preparata quello che mi avrebbe detto, era come se davanti a me dovesse giustificare la sua vita facendomi capire fino a che punto questa vita sia stata difficile per lei, segnata dai problemi e dalle avversità, sempre. In primo luogo è cresciuta in un paese comunista, quella che si chiamava Jugoslavia, e un paese comunista è per definizione un paese povero, ma in questo paese povero la sua famiglia era povera: povertà al quadrato, cioè miseria, fame. È una di quelle frontiere invisibili che tagliano in due l’umanità: quelli che sanno cos’è la fame e quelli che non ne hanno la minima idea, come me, come voi che leggete questo articolo, spero, come tutti quelli del cw. Poi c’è stata la guerra. Sua madre, croata, si è trovata a fronteggiare l’ostilità di amici e colleghi serbi. Questa è diventata talmente grave che ha scelto di lasciare tutto. Itinerario classico dei profughi, esodo e campi della Croce rossa. Arrivano in Italia, si stabiliscono a Bologna, avrebbe potuto essere altrove ma è stata Bologna. La madre di Irena fa grande fatica a trovare un lavoro. Irena va a scuola senza parlare una parola di italiano. Tutto è duro, ostile. Lei pensa che non ce la farà mai, che non sarà mai come gli altri, che non avrà mai la loro spensieratezza. E poi trova la sua strada quando a 17 anni entra in una troupe di teatro situazionista, dove incontra Marta. Marta è una figura radiosa, tutti vanno verso di lei, è la donna che Irena vorrebbe essere e, miracolo, Marta la prende sotto la sua protezione. La ospita nel suo piccolo appartamento.

In seguito Marta si innamora di Boris e Irena di Oreste. Tutti e quattro diventano amici, veri amici, inseparabili, ma le avventure teatrali e coreografiche di Marta e Boris ottengono un vero riconoscimento di pubblico, mentre Oreste e Irena continuano a faticare, lui facendo video e lei lavorando in un teatro ma con compiti amministrativi. Bologna è famosa per i suoi portici, così numerosi che la si può attraversare sotto la pioggia battente senza bagnarsi. È bello, ma Irena e Oreste cominciano a pensare che manchi l’orizzonte e a sognare una vita migliore, altrove. All’inizio pensano a Berlino, tutti gli artisti europei pensano a Berlino, ma Marta e Boris continuano a ripetere loro “Bruxelles! Bruxelles!”, assicurando che li aiuteranno al loro arrivo. E come sempre le loro non sono solo parole al vento, li ospiteranno per tre mesi nella stamperia di Molenbeek e gli troveranno i primi lavori. A ogni modo la vita di Irena e Oreste continua a essere difficile, e con una figlia è sempre più dura.

Per questo motivo quando Oreste le riferisce la discussione con Boris nel pulmino sul cw, la prima reazione di Irena è di paura. Paura perché è la più povera, paura perché è stata sempre, ovunque, in ogni momento della sua vita, la più povera. Allora Boris le dice quello che ha detto ad Annabel: se hai meno denaro degli altri non è un problema, oppure pensa che il problema è la soluzione. Ma questo Annabel ha potuto accettarlo perché aveva abbastanza elasticità e fiducia in se stessa, e anche se era quasi scoppiata a piangere alla stazione di Amsterdam, quando le avevano rifiutato la carta di credito dopo che aveva messo nel cw la somma più grande che avesse mai guadagnato in vita sua, poi ne ha riso e mi ha raccontato l’episodio ridendo. Anche la timida Sophie ha imparato a nuotare con il gruppo come in un branco di delfini, e questa esperienza le ha cambiato la vita. Ma questa fiducia Irena non l’ha mai avuta. Eppure in teoria il cw è tutto quello che ama: una cosa radicale, anticapitalista, una comunità, ma invece di liberarla l’ha fatta sprofondare nella sua miseria. Eppure ha cercato di crederci, ha fatto quello che ha potuto. Per lei è stata una grande promessa, ma poi è diventata una fonte di dolore. Non ha mai smesso di confrontare quello che versava e quello che prelevava e di vergognarsi di non contribuire abbastanza. Non ha mai smesso di soffrire della differenza tra quelli che hanno del denaro da parte, delle case, delle famiglie con cui partire per New York o in Indonesia, e gli orfani come Oreste e lei.

E poi Oreste e lei si sono lasciati. Irena non vuole lamentarsi, parla di Oreste con tenerezza, parla di tutti con affetto, ma dice anche che non si sentiva rispettata. Aveva l’impressione che alcuni fossero più importanti di altri, che tutti fossero più importanti di lei. Uno di loro, di cui non dice il nome, l’ha portata a bere una birra per dirle gentilmente, in nome di quella sacrosanta sincerità che dovrebbe disinnescare tutti i conflitti, che la sua presenza la disturbava: non era abbastanza cool. Così lei si è sentita sempre di più il brutto anatroccolo, era già difficile mostrare la sua miseria a Oreste, ma ad altre otto persone era troppo, così ha finito per mandare un’email collettiva che l’ha al tempo stesso tormentata e sollevata.

Oggi, quando ci ripensa, il cw la fa piangere di gioia e di tristezza. È una cosa che l’ha riempita di orgoglio. Le piace raccontare – è la sua ricchezza – che ha vissuto questa magnifica esperienza, e vedere la gente che l’ascolta sgranando gli occhi. Teme di aver pensato e detto delle brutte cose, mi dice. Il suo passaggio nel cw, il suo fallimento nel cw, le hanno insegnato che la sua eterna povertà non è dovuta solo al caso della vita e neppure a quella che nel suo paese e nella sua infanzia si chiamava la lotta di classe, ma a qualcosa di più misterioso, che è la sostanza stessa del suo essere. Non ho mai sentito alcun componente del gruppo usare dei termini spirituali, anche se il riferimento al Vangelo non sarebbe probabilmente fuori luogo. Solo Irena, quando vuole spiegarsi il suo destino così ostile, così contrario, dice: è il mio karma.

Una volta detta questa parola, si è rimessa il cappotto, mi ha ringraziato per il tè ed è subito ripartita, quasi furtivamente. Sentendo il rumore dei suoi passi allontanarsi per le scale, mi sono improvvisamente reso conto che gli altri li avevo incontrati tutti a casa loro, ed era piccola o grande, ma erano loro che mi accoglievano. Irena è l’unica che non mi ha proposto di andare da lei ed è venuta da me, in questo appartamento che è casa mia ancora per un’ora, fino a quando chiamerò un taxi per farmi portare alla stazione di Bruxelles-Midi. L’ho guardata dalla finestra allontanarsi per la strada luccicante di umidità, svuotata dal coprifuoco, ha girato l’angolo, non sapevo dove andava. ◆adr

Emmanuel Carrère

è uno scrittore francese. Il suo ultimo libro è Yoga (Adelphi 2021). Questo articolo è uscito sulla rivista francese XXI con il titolo Dix amis, un seul compte en banque.

Questo articolo è uscito sul numero 1438 di Internazionale, a pagina 96. Compra questo numero | Abbonati