Non mi piacciono le analisi dopo le elezioni. Sono come quelle giacche sgargianti che sembrano perfette quando le provi in negozio ma poi si rivelano fuori luogo quando le indossi per strada. Dopo aver perso nel 2012, i repubblicani pensavano di aver bisogno di un approccio morbido per riconquistare un paese sempre più vario dal punto di vista demografico. Poi è arrivato Donald Trump, che ha vinto proponendo esattamente il contrario. Dopo aver perso nel 2004, i democratici si erano convinti di dover presentare un candidato rassicurante che piacesse agli Stati Uniti profondi. Poi è arrivato Barack Obama e ha alterato radicalmente la traiettoria del paese.

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Le storie che raccontiamo, in politica e nella vita, ci tengono bloccati nel passato, quando invece la realtà impietosa ci proietta sempre verso il futuro. Per questo sono più interessato alle tendenze che si ripetono tra un’elezione e l’altra, e in posti diversi. In questo momento le tendenze importanti sono tre: la calcificazione, la parità e il contraccolpo culturale. A settembre i politologi John Sides, Chris Tausanovitch e Lynn Vavreck hanno pubblicato The bitter end (Princeton university press). Gli autori hanno dedicato gli ultimi due anni ad analizzare dati sulle presidenziali del 2020 negli Stati Uniti. Quello che hanno scoperto vale anche per quelle del 2016 e del 2022: considerando che la politica è estremamente calcificata, in teoria non c’è niente che abbia importanza; allo stesso tempo, dato che le distanze tra i partiti sono minime, ogni cosa può avere un’importanza estrema.

La distanza sempre più netta tra democratici e repubblicani ha reso gli elettori indecisi una specie in via d’estinzione

Consideriamo quello che è successo tra il 2016 e il 2020: Donald Trump è diventato presidente e ha guidato una delle amministrazioni più caotiche della storia del paese; non è riuscito a cancellare la riforma sanitaria voluta da Obama, ma ha tagliato le tasse; la disoccupazione è scesa al 3,5 per cento; una pandemia ha causato centinaia di migliaia di morti; l’omicidio di George Floyd ha provocato proteste e rivolte; Trump è stato messo in stato d’accusa per abuso di potere e per aver mentito al congresso. In quei quattro anni è successo di tutto, eppure alle elezioni del 2020 si sono ripetute le stesse dinamiche del 2016. In media tra il 2016 e il 2020 lo scarto nei risultati a livello statale è stato di appena due punti percentuali, inferiore a quello registrato tra il 2008 e il 2012, e tra il 2012 e il 2016. Secondo Sides, Tausanovitch e Vavreck, gli eventi traumatici che hanno sconvolto il paese non hanno influenzato quasi per niente le presidenziali. Le contee in cui c’erano stati molti decessi per covid-19 non hanno votato contro Trump, mentre quelle in cui le proteste antirazziste sono state violente hanno premiato Joe Biden. I ricercatori hanno definito il fenomeno “calcificazione”, spiegando: “Proprio come succede nel corpo umano, in politica la calcificazione produce un irrigidimento: le persone tendono a non allontanarsi dalle proprie convinzioni”.

La causa della calcificazione è chiara. Quando le posizioni dei due schieramenti diventano inconciliabili, gli elettori smettono di passare dall’uno all’altro. C’è una statistica impressionante: nel 1952 solo il 50 per cento degli elettori diceva di notare una differenza sostanziale tra il Partito democratico e quello repubblicano, nel 1984 la percentuale era salita al 62 per cento, nel 2020 al 90 per cento. La distanza sempre più netta tra i due partiti ha reso gli elettori indecisi una specie in via d’estinzione, e bizzarra: quanto devi essere politicamente confuso per fare la spola tra due schieramenti che non sono d’accordo su nulla?

Questo fenomeno è stato evidente alle recenti elezioni di metà mandato. Herschel Walker, il candidato repubblicano al senato in Georgia, ha alle spalle una storia di tradimenti, comportamenti violenti e bugie. Gli elettori lo sapevano, ma in tanti hanno votato comunque per lui, consentendogli di andare al ballottaggio contro il democratico Raphael Warnock. Questo per il semplice fatto che Walker è un repubblicano. Allo stesso modo, in Pennsylvania tanti elettori hanno votato per John Fetterman, candidato democratico al senato, pur sapendo che la sua salute è precaria per via di un ictus che l’ha colpito a maggio.

L’elemento più sorprendente delle ultime elezioni è che, nonostante l’inflazione e l’impopolarità di Joe Biden, pochissimi seggi sono passati da un partito all’altro

La calcificazione fa in modo che a livello nazionale il potere passi continuamente da un partito all’altro, e le elezioni siano sempre decise da pochi voti. Questo perché, oltre alla calcificazione, è in atto un’altra dinamica tipica della nostra epoca: la costante parità tra i partiti. Storicamente nella politica statunitense c’è sempre stato un partito “sole” e un partito “luna”. Dopo la guerra civile i repubblicani governarono per decenni, mentre dopo il new deal degli anni trenta dominarono i democratici. Tra il 1931 e il 1995 il Partito democratico ha perso il controllo della camera solo per quattro anni. Dal 1995, invece, la maggioranza alla camera è cambiata cinque volte.

Viviamo in un’epoca caratterizzata da un’insolita competitività politica. Le elezioni presidenziali dipendono da pochi punti percentuali in pochi stati. La camera e il senato sono alla portata di entrambi i partiti quasi in ogni singola votazione. Sia nel 2016 sia nel 2020 meno di centomila voti sarebbero bastati a capovolgere il risultato delle presidenziali. Di conseguenza, anche se la calcificazione riduce il numero di elettori che cambiano idea a ogni scrutinio, la parità fa in modo che dei cambiamenti minimi possano alterare profondamente lo scenario politico. Prendiamo il 2016. Se quarantamila persone in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania avessero votato Hillary Clinton invece di Trump, la politica statunitense avrebbe seguito una strada molto diversa. La stabilità è stata la tendenza dominante anche nel 2022. L’elemento più sorprendente delle ultime elezioni è che, nonostante l’inflazione e l’impopolarità di Joe Biden, pochissimi seggi sono passati da un partito all’altro.

C’è infine un terzo elemento che spiega la politica degli Stati Uniti e di molti altri paesi: è il contraccolpo culturale, un concetto introdotto dai politologi Ronald Inglehart e Pippa Norris. Inglehart è conosciuto per la sua analisi della svolta post-materialista nella politica globale. A partire dagli anni settanta le generazioni cresciute in un contesto di ricchezza hanno cominciato a occuparsi meno delle questioni economiche tradizionali e più degli aspetti legati all’autonomia personale e ai valori sociali. Le battaglie politiche più accese si sono allontanate dalla ridistribuzione della ricchezza avvicinandosi alla protezione dell’ambiente e all’autonomia delle donne.

I cambiamenti sono stati generazionali e si sono progressivamente spostati dai margini della politica verso il centro. Questa tendenza ha prodotto il contraccolpo di chi si oppone o è semplicemente disorientato dalla rapidità con cui i costumi sociali stanno cambiando. Di conseguenza sono nati partiti di destra interessati più alla cultura e all’identità, e meno ai tagli alle tasse e alla deregolamentazione. “Queste formazioni, definite ‘di destra radicale’, sono spesso favorevoli alla spesa pubblica”, mi ha spiegato Norris. “Ciò che le contraddistingue è il fatto di voler contrastare il liberalismo sociale, o l’agenda ‘woke’ (riferita all’attivismo vigile e consapevole), come è definita comunemente oggi dai mezzi d’informazione”. Nel 2010 il repubblicani statunitensi avevano una posizione economica discutibile ma chiara: l’amministrazione Obama stava spendendo troppo e l’aumento del debito era un problema. Nel 2010 gli elettori preoccupati dall’economia potevano votare per un partito che sembrava avere un piano per risolvere il problema. Oggi non è così. Uno dei motivi per cui i repubblicani non sono riusciti ad approfittare dell’aumento dell’inflazione è il fatto che la destra è incapace di presentare un messaggio unico in campo economico. I repubblicani vogliono spendere di più o di meno? Entrambe le cose. L’inflazione è un problema, ma i repubblicani non hanno mai mostrato di avere una soluzione. Oggi il Partito repubblicano è ossessionato dalle crociate culturali sul gender e sui libri da adottare a scuola, non dall’economia e dalla sanità.

Se volessimo riassumere la politica statunitense degli ultimi anni, potremmo farlo in tre frasi: i partiti sono così diversi tra loro che perfino eventi epocali non cambiano l’opinione di molti elettori; sono così vicini nei risultati elettorali che perfino un’alterazione minuscola del voto può cambiare il paese; anche in un periodo di crisi economica, al centro della battaglia politica non c’è la percezione degli effetti delle decisioni dei partiti sul portafogli degli elettori, ma la loro opinione sui cambiamenti culturali degli ultimi cinquant’anni. ◆ as

EZRA KLEIN
è un giornalista statunitense. È stato tra i fondatori di Vox. È un editorialista del New York Times, dov’è uscito questo articolo, e conduttore del podcast The Ezra Klein Show .

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Questo articolo è uscito sul numero 1487 di Internazionale, a pagina 43. Compra questo numero | Abbonati