Il gruppo dirigente scelto dal presidente cinese Xi Jinping al ventesimo congresso nazionale del Partito comunista cinese, che si è svolto dal 16 al 22 ottobre, non ha fatto una buona impressione ai mercati finanziari. Nella settimana successiva all’annuncio della nuova squadra di Xi, la borsa di Hong Kong ha perso l’8,3 per cento e quella di Shanghai ha perso il 4 per cento, nonostante l’intervento del governo cinese per sostenere i prezzi. Le azioni cinesi quotate negli Stati Uniti sono crollate del 15 per cento.

Gli investitori hanno buone ragioni per essere preoccupati. Speravano che Xi avrebbe nominato funzionari più moderati ed esperti, in grado di anteporre il pragmatismo alla politica. Invece ha riempito il politburo e la commissione permanente di suoi protetti.

I nuovi leader cinesi riusciranno a convincere gli investitori solo se dimostreranno di poter gestire la sfida economica più difficile: la crisi del settore immobiliare

Il prossimo primo ministro cinese sarà Li Qiang, in passato capo di gabinetto di Xi dal 2004 al 2007, prima di ricoprire il ruolo di governatore della provincia dello Zhejiang e di segretario del Partito comunista cinese di Shanghai dal 2017 al 2022. A Li viene attribuito il merito di aver convinto la Tesla a costruire la sua più grande fabbrica all’estero proprio a Shanghai, un risultato che ha contribuito ad aumentare la sua reputazione di funzionario amico del mondo degli affari. A differenza di qualsiasi altro premier dal 1988 a oggi, però, Li non ha esperienza amministrativa a livello nazionale.

Ding Xuexiang, il prossimo vicepresidente esecutivo del consiglio di stato, ne ha ancora meno in ruoli dirigenziali, avendo passato gli ultimi dieci anni a fare da assistente di Xi. Agli occhi degli investitori, a questi funzionari mancano la competenza e l’indipendenza necessarie ad affrontare le sfide economiche che attendono Pechino.

Aspettative così basse potrebbero rappresentare un vantaggio per Xi, dato che qualsiasi piccolo successo sembrerà grande e accrescerà la credibilità del suo governo.

Da questo punto di vista la cosa più semplice da fare è cambiare la politica “zero covid”, che ha devastato l’economia e ha contributo a un tasso di disoccupazione giovanile che sfiora il 20 per cento nelle città. Al congresso del partito Xi non ha avuto altra scelta se non presentarla come un grande successo, nonostante i danni che ha provocato. Passato il congresso, le pressioni per cambiare strategia sono forti. Se il governo lo facesse, il rilancio della crescita e dell’occupazione, nonché della reputazione di Li Qiang e Ding Xuexiang, sarebbe immediato.

Alla nuova squadra di Xi Jinping inoltre converrebbe alleggerire le pressioni sul settore tecnologico cinese. Da quando il governo ha avviato un giro di vite normativo, le aziende tecnologiche come Alibaba e Tencent sono andate in sofferenza e gli investitori stranieri hanno lasciato in massa il paese. Secondo le stime della banca Goldman Sachs, nel 2021 il giro di vite ha determinato perdite per un valore complessivo di tremila miliardi di dollari. Visto che le restrizioni sul settore tecnologico cinese sono considerate controproducenti dagli esperti, qualsiasi tregua del governo manderebbe segnali positivi agli investitori sul futuro del settore, sul pragmatismo della nuova classe dirigente e su un possibile ritorno a una crescita economica sostenuta.

I nuovi leader cinesi però riusciranno a convincere gli investitori solo se dimostreranno di poter gestire la sfida economica più difficile: la crisi del settore immobiliare. Per il 2022 si prevede un calo del 30 per cento nelle vendite di case. Diverse grandi società immobiliari, come la Evergrande e la Shimao, si sono dichiarate insolventi. Con il taglio dei fondi, molti progetti edilizi restano incompleti e questo spinge alcuni compratori arrabbiati a interrompere il pagamento delle rate dei mutui.

Questa crisi sarà il vero test delle capacità della nuova squadra di governo. Riuscirà a trovare una soluzione alla diffusa insolvenza degli immobiliaristi? Riuscirà a trovare dei modi per garantire che i nuovi progetti edilizi non restino incompiuti? E riuscirà a scongiurare un crollo dei prezzi delle case, nel caso in cui gli investimenti nel settore non dovessero più generare profitti? In questo campo perfino un successo parziale procurerebbe dei vantaggi enormi. Il settore immobiliare ha alimentato per vent’anni l’economia cinese, contribuendo tra il 17 e il 29 per cento alla crescita del pil. Rivitalizzarlo significherebbe rimettere il paese su un percorso di crescita positivo.

Non è chiaro se la squadra di Xi Jinping sarà in grado di trovare soluzioni alla crisi del settore immobiliare. Dopotutto chi l’ha preceduta non ci è riuscito, pur avendo molta più esperienza. In ogni caso, però, Xi non sembra disponibile a un cambio di linea politica. Insomma, se i profeti di sventura avranno ragione o torto dipenderà, come praticamente ogni altra cosa oggi in Cina, da quello che farà l’uomo al comando. ◆ gim

Questo articolo è uscito sul numero 1487 di Internazionale, a pagina 46. Compra questo numero | Abbonati