Il 19 novembre il leader supremo iraniano Ali Khamenei ha tenuto il suo ottavo discorso dall’inizio delle proteste in Iran, scoppiate a metà settembre dopo la morte di una ragazza, Mahsa Jina Amini, arrestata dalla polizia religiosa. Nella sua prima dichiarazione, pronunciata all’inizio di ottobre davanti a un gruppo di comandanti in una base militare di Teheran, Khamenei aveva promesso che le rivolte sarebbero finite presto. In seguito aveva dichiarato che il nemico era stato sconfitto. Il 19 novembre ha insultato i manifestanti dicendo che “sono troppo irrilevanti per danneggiare il regime”.

Khamenei ha parlato in occasione delle quinte manifestazioni filogovernative organizzate dall’inizio delle proteste. Durante le precedenti rivolte, a cominciare da quelle lanciate dagli studenti a Teheran nel 1999, il regime aveva già usato manifestazioni simili, che si svolgono di solito dopo le preghiere del venerdì, per cercare di dimostrare che le proteste erano finite, mentre in realtà il livello di violenza contro i contestatori aumentava.

Questa volta, però, i suoi sforzi sono stati inutili. Mentre le manifestazioni filogovernative erano in corso, ci sono stati raduni in molte città e villaggi del paese per gridare slogan contro Khamenei e il suo regime che dura da trentatré anni. Poche ore dopo il discorso della guida suprema, nella cittadina di Khomeyn, luogo di nascita dell’ayatollah Ruhollah Khomeini, fondatore della Repubblica islamica, i manifestanti hanno dato fuoco alla sua casa. Il gesto ha reso evidente l’insofferenza crescente dei manifestanti, perseguitati e umiliati in modo sempre più violento dalle forze di sicurezza. La loro rabbia è diretta contro lo stesso Khamenei che in passato li ha definiti “traditori”, “delinquenti”, “criminali”, “spazzatura”, “lacché degli stranieri” e “insetti”. La guida suprema, che ha 83 anni, parlando all’inizio della decima settimana della protesta, non ha dato segni di ammorbidire la sua posizione. Però ha usato espressioni nuove. Ha messo in guardia contro la “stanchezza degli ufficiali”, la “perdita di speranza del popolo, dei giovani” e “la propaganda sulla mancanza di libertà nel paese”. Ha lanciato un appello ai suoi sostenitori, soprattutto “scrittori, poeti, scienziati, religiosi e personalità influenti” perché “diano speranza”. Questi inviti e avvertimenti potrebbero rivelare che, dietro le quinte, le rivolte stanno avendo conseguenze sul regime.

Nessuna tolleranza

Più di una volta il generale Hossein Salami, comandante dei guardiani della rivoluzione, e il generale Mohammad Bagheri, capo delle forze armate, hanno ordinato di mettere fine alle contestazioni. Lo stesso hanno fatto molti comandanti di grado inferiore dell’esercito, della polizia e della milizia paramilitare basij. Il ministro dell’interno Ahmad Vahidi, ex comandante dell’unità speciale Al Quds, ha parlato almeno due volte della “fine della sedizione”. Ma le proteste non si sono placate. Nelle ultime settimane il governo e i suoi sostenitori hanno cercato di convincere l’opinione pubblica di non aver ancora usato tutti i mezzi a loro disposizione per sopprimere le rivolte e hanno dichiarato che, volendo, potrebbero facilmente farle terminare.

La realtà è che negli ultimi due mesi le forze di sicurezza non ci sono riuscite, pur avendo usato tutta la loro forza. Il numero di agenti di polizia morti negli scontri dimostra che ne sono stati inviati molti sul terreno, come durante le precedenti rivolte. Non ci sono segnali che il governo, questa volta, sia stato più tollerante. Le organizzazioni per i diritti umani affermano che sono stati uccisi più di 370 manifestanti, compresi almeno 47 minorenni.

Peggio del 2019

È molto difficile che qualche funzionario possa opporsi all’uso della violenza contro i manifestanti. Chi era favorevole a una linea più tollerante è stato licenziato o costretto ad andare in pensione. Qualcuno potrebbe essere così scontento del trattamento ricevuto da simpatizzare con le proteste. Ma questo non influenzerà le politiche di un governo diventato sempre più omogeneo.

Il discorso di Khamenei dimostra che la guida suprema non è in grado di proporre parole né azioni nuove. Durante le proteste del novembre 2019 aveva ordinato alle forze armate di “sparare a volontà” e aveva chiamato i contestatori “banditi”. Il risultato è stato un bagno di sangue che ha gettato un’ombra indelebile sul regime. Anche se oggi il numero delle vittime ha superato quello del 2019 (quando secondo Amnesty international ci sono stati 304 morti) gli agenti della Repubblica islamica ammettono che i manifestanti resistono alla repressione e, a differenza del passato, non si fanno fermare dal terrore. La società iraniana sta cambiando e sembra pronta a pagare un prezzo alto perché le sue richieste siano soddisfatte. Ma Khamenei continua a ignorare le forze del cambiamento, mentre il paese si trova in un vicolo cieco. ◆ gg

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Da sapere
Azioni di solidarietà

◆ Negli ultimi giorni la rabbia dei manifestanti contro il regime è stata alimentata dall’uccisione di vari bambini e adolescenti da parte delle forze di sicurezza. Le immagini di Kian Pirfalak, un bambino di nove anni morto il 16 novembre a Izeh, nel sudovest del paese, hanno fatto il giro della rete. La famiglia accusa le forze di sicurezza di averlo ucciso. Intanto aumentano le azioni di solidarietà. Due attrici iraniane, Hengameh Ghaziani e Katayoun Riahi, sono state arrestate il 20 novembre con l’accusa di sostenere le proteste. Su internet ha circolato la foto della squadra di basket femminile in posa senza velo, mentre i giocatori della nazionale di calcio maschile si sono rifiutati di cantare l’inno il 21 novembre, durante la prima partita ai mondiali del Qatar. Alcuni tifosi hanno esibito cartelli con la scritta “Donna, vita, libertà”.

◆Il 22 novembre l’Iran ha colpito per il secondo giorno le postazioni di un gruppo dell’opposizione curda iraniana nel nord dell’Iraq. Il 21 novembre i bombardamenti avevano ucciso una persona, mentre un attacco simile aveva provocato un’altra vittima il 14 novembre. Teheran accusa i gruppi curdi di opposizione armata attivi nel vicino Iraq di alimentare i disordini nella regione del Kurdistan iraniano.

Radio Farda


Questo articolo è uscito sul numero 1488 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati