Il 20 novembre le organizzazioni curde per i diritti umani hanno avvertito del rischio di un massacro nella città curda di Mahabad, nell’ovest dell’Iran. La notte precedente i guardiani della rivoluzione avevano attaccato la città con veicoli blindati dando la caccia agli attivisti che hanno sfidato il regime. Alcuni video diffusi dall’organizzazione per i diritti umani Hengaw mostrano una lunga fila di pickup carichi di uomini armati presumibilmente diretti a Mahabad dalla città di Urmia.

Altri video girati a Mahabad mostrano migliaia di persone, soprattutto giovani, barricarsi nelle strade per prepararsi agli scontri con i guardiani della rivoluzione e con la loro milizia, i basij. Questi hanno attaccato i manifestanti in tutte le aree curde dell’Iran occidentale, uccidendo una trentina di persone – tra cui alcuni bambini – nel corso di quattro giorni di disordini. Hengaw ha riferito che in diverse città curde si sono sentite forti esplosioni.

Ali Karimi, una star del calcio che è diventata una delle voci più importanti delle proteste, ha invitato tutti gli iraniani a sostenere gli abitanti di Mahabad. Rebin Rahmani, tra i fondatori dell’ong Kurdistan human rights network, il 20 novembre ha scritto su Twitter: “I guardiani della rivoluzione, con armi leggere e pesanti, sono entrati a Mahabad per attaccare i giovani. Hanno tagliato l’elettricità nei quartieri in cui c’erano le barricate. Stanno facendo perquisizioni casa per casa per arrestare i cittadini, ci sono continui colpi di arma da fuoco”.

Le università resistono

Anche Bukan e Piranshahr sono state teatro di battaglie tra i manifestanti e i guardiani della rivoluzione. Diverse case di noti collaboratori curdi del regime di Teheran, chiamati jash, sono state incendiate dai manifestanti. Dal 19 novembre ci sono rivolte anche in altre città delle zone curde dove finora le proteste erano state deboli, compresa Paveh.

Almeno 84 manifestanti curdi sono stati uccisi in Iran da quando sono cominciate le proteste per la morte di Mahsa Jina Amini, avvenuta il 16 settembre, dopo che era stata arrestata dalla polizia religiosa. Secondo l’ong Iran human rights, con sede a Oslo, nelle operazioni delle forze di sicurezza in tutto l’Iran sono state uccise almeno 378 persone.

Nonostante le violenze decine di università portano avanti la mobilitazione. Il 19 novembre all’università curda di Sanandaj uno striscione con l’immagine del generale Qassem Soleimani, ucciso nel gennaio 2020 in un raid statunitense a Baghdad, in Iraq, è stato abbattuto e dato alle fiamme. Fonti interne riferiscono che lo sciopero generale prosegue nelle regioni curde.

I massimi esponenti dei poteri giudiziario, legislativo ed esecutivo dello stato si sono incontrati il 19 novembre a Teheran per ribadire che la repressione contro i manifestanti continuerà. ◆ fdl

Rudaw è un sito indipendente con sede a Erbil, nel Kurdistan iracheno. Pubblica articoli in curdo, inglese, arabo e turco.

Questo articolo è uscito sul numero 1488 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati