Non poteva mancare l’incontro fra il Tono monogatari, pubblicato nel 1910 e considerato l’equivalente delle fiabe dei fratelli Grimm, e Shigeru Mizuki (1922-2015), che fece parte della società di antropologia giapponese, figura di primo piano del manga e maestro del soprannaturale espresso dalle tradizioni popolari. Questi straordinari racconti mitico-etnologici, brevi e più che scorrevoli, in una lettura notturna suscitano paradossalmente molta serenità. Se il fumetto è teatro e teatrino, se i suoi personaggi sono maschere-logo, allora ne è la quintessenza un autore come Mizuki, che per la prima volta diede forma visiva a entità astratte come gli spiriti yokai, appartenenti fino ad allora alla tradizione orale o scritta. Qui, i contadini, persone povere e umili alla mercé degli eventi, sono rappresentati come esserini inermi, in modo stilizzato e grottesco, al pari degli inquietanti yokai, dietro a fondali naturali molto curati e realistici, vicini all’incisione. Maschere e fondali come a teatro. E se in un film di Bergman, in un registro però del tutto realista, non c’è differenza tra realtà e soprannaturale, anche Mizuki annulla con grande talento espressivo ogni confine. Con lui tutto è (sopran)naturale. In questi racconti l’autore deambula, è il termine giusto perché c’è in lui qualcosa del sonnambulo, come una gentile e discreta entità, come uno yokai adottivo, in qualità di osservatore speciale nel tempo e nello spazio. Francesco Boille

Questo articolo è uscito sul numero 1465 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati