Venti anni fa, poche ore dopo l’attentato alle torri gemelle di New York, i produttori della Cnn squadernarono le loro rubriche alla ricerca di qualcuno che fornisse al pubblico e ai giornalisti in studio uno spunto per impaginare l’inferno di Manhattan. Insieme alla paura e alla polvere, c’era anche molta confusione. I cronisti, oltre al “qui sta crollando tutto”, raccontavano poco. Un autore del programma ebbe un’idea: chiamiamo lo scrittore Tom Clancy. I titoli delle sue opere – Scontro frontale, Pericolo imminente, Attacco dal cielo – lo rendevano un interlocutore credibile, un tipo dalla fantasia collaudata. Clancy non pronunciò argomenti particolarmente originali, se letti oggi. “Che quattro musulmani si suicidino è contro il Corano”. Si prodigò in consigli al governo: “Possibile che nella Cia nessuno abbia saputo raccogliere informazioni? Il governo degli Stati Uniti dovrebbe investire in empatia, dovrebbe formare degli agenti capaci di dialogare con la gente in giro per il mondo”. Ma il suo schema, che sembrava ricalcare le pellicole statunitensi – gli spacciatori che si confidano con gli sbirri – non ebbe gran riscontro, e la sua esperienza da narratore dell’apocalisse non sedusse il Pentagono. Tom Clancy, malgrado la fama di fantapolitico e visionario, si muoveva ancora tra personaggi, dialoghi, intrighi e Martini con ghiaccio. Dopo quel martedì di venti anni fa arrivarono i droni, e addio letteratura. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1426 di Internazionale, a pagina 84. Compra questo numero | Abbonati





