Mentre in piazza Enrico Letta magnificava l’integrazione della comunità ucraina in Italia, dallo studio del Tg3 Lucia Annunziata sottolineava con tono sbrigativo quanto quella comunità fosse composta in prevalenza da “camerieri e badanti”. Il commento faceva da evidente contraltare alla retorica del politico. Come a dire: tutti bravi a fare le anime belle, ma in tempi di pace gli affibbiamo i lavori più duri e meno tutelati. Eppure il solertissimo tribunale dei social ha condannato la giornalista per razzismo e classismo. Non tanto perché sia un tribunale tonto e intossicato dai pregiudizi, ma perché Annunziata si è espressa in un fuori onda. Nel perverso meccanismo televisivo, le cose dette a microfoni “spenti” corrispondono alla verità reale, quella cattiva e scomoda, rivelatrice del mostro che si cela dietro la maschera del democratico. I fuori onda sono da tempo diventati un ricercatissimo ingrediente televisivo e un’arma impropria nelle mani dei fonici. Sono il nettare del complottista, la prova della “conclamata” meschinità altrui. Ovviamente Annunziata si è dovuta scusare, con i social funziona così. Prima ti cospargi il capo di cenere, poi speri che si comincino a valutare le ragioni del reo. Come per le intercettazioni, delle parole dette in privato sfuggono tono e contesto, e si aprono varchi alla libera interpretazione. I fuori onda inchiodano alle responsabilità. Non di chi li pronuncia, ma di chi li ascolta. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1450 di Internazionale, a pagina 82. Compra questo numero | Abbonati