Netflix
In attesa di un giudice a Berlino, possiamo apprezzare lo sceriffo dell’Arkansas Eric Higgins, ispiratore del reality Unlocked _(Netflix). Per sei settimane le celle vengono aperte, senza agenti, lasciando ai detenuti l’organizzazione della propria vita. L’istituzione sospende il controllo e cede spazio alla responsabilità. Niente sorveglianza diretta, solo telecamere. I detenuti gestiscono i turni, distribuiscono il cibo, negoziano le regole. Il risultato è sorprendente. Non idilliaco, ma rivelatore: l’ordine non nasce dalla paura ma dalla responsabilità condivisa. Alcuni detenuti diventano leader, altri mediatori, altri sabotatori. È una piccola società accelerata, dove ogni comportamento ha conseguenze immediate. Puntata dopo puntata, il totem del controllo totale, secondo cui chi è già privato della libertà debba essere privato anche della scelta, si incrina. Nello scetticismo generale, lo sceriffo di una provincia statunitense, più per istinto che per buone letture, sceglie di puntare sull’umanità residua del detenuto e anche di riscattare la brutale condizione degli agenti penitenziari. Non mancano le ombre. Alcuni critici parlano di voyeurismo, di un esperimento che oscilla tra osservazione e spettacolo. Ma alla fine _Unlocked non assolve nessuno e non propone soluzioni facili. Ribalta il punto di vista, disinnesca il corto circuito di violenza e recidiva, dimostrando che la libertà non è un interruttore, ma una competenza. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1657 di Internazionale, a pagina 80. Compra questo numero | Abbonati





