Pochi minuti dopo la notizia della morte di Gino Paoli, in tv hanno cominciato a circolare non estratti di canzoni – relegate a sottofondo – ma interviste e confessioni di una vita densa di eventi. Dal tentato suicidio alla militanza comunista, dagli amori compulsivi ai vizi rivendicati con ironia. Gesti e parole magnificati per la loro scorrettezza. Era già successo con Ornella Vanoni. Le sue ospitate da Fabio Fazio – come battitrice libera e imprevedibile – erano state smontate in una serie di clip motivazionali su sesso, politica e cannabis, divorate dagli spettatori non tanto per curiosità quanto per un fisiologico bisogno di franchezza. Schema che ricorre. L’opera viene relegata ai proventi Siae, mentre il lascito pubblico si concentra sulla postura morale e dissacratoria tenuta in vita: utile per vagheggiare mondi alternativi all’austerità conformista e inattaccabile – per definizione – con la morte del reo. Torna in mente la celebre descrizione che Alberto Arbasino fece delle parabole degli intellettuali italiani: si comincia come bella promessa, si diventa “il solito stronzo” e, per pochi eletti, si approda alla figura del venerabile maestro. Negli ultimi anni sembra essersi aggiunto un passaggio ulteriore. Un quarto stadio che, in certi casi, ridefinisce quelli precedenti: il momento in cui si conquista una condizione stabile, rassicurante per chi resta e illuminante per il presente. Quella del rimarchevole estinto. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati




