L’acronimo Iykyk sta per If you know you know, cioè “se lo sai, lo sai”. Ed è piuttosto frequente sui social media, per quanto abbia qualcosa di irritante. Sul mio account posto un’immagine un po’ enigmatica, che può essere di una cosa da mangiare, un capo d’abbigliamento, un paesaggio o un ritratto, ma non la spiego: se la capisci, sei dei miei. C’è un’unica scritta, anche quella da conoscere per sapere cosa vuol dire: Iykyk.

Sui social è una posa, un modo per far sentire gli altri inclusi o esclusi. Ma un istinto simile all’If you know you know è da tempo una caratteristica cinese, che si esprime in particolare per commemorare eventi politici che non possono essere apertamente nominati. Così, ci si avvita su non detti più o meno eloquenti, che servono a far capire di cosa si parla senza esplicitarlo.

Nelle gallerie d’arte della città può capitare di trovarsi davanti al ritratto di un noto dissidente cinese, le cui vicende sono state dimenticate dopo anni di rimozione forzata

Per il 4 giugno, l’anniversario della violenta repressione delle proteste di piazza Tiananmen nel 1989, l’internet cinese è ancora più sorvegliata del solito, e chi vuole far vedere “a chi sa” di non aver dimenticato si sbizzarrisce nei modi più ambigui possibili, con giochi di parole sul suono dei due numeri della data: 6.4, liù sì (nel sistema cinese il mese ha la precedenza sul giorno). Nel tempo si sono visti dei cerbiatti con delle bottiglie, giocando sul fatto che cerbiatto, , può suonare simile a liù, e ping, “bottiglia”, può far pensare a un noto slogan per chiedere giustizia per quella repressione. Spesso si parla del 35 maggio – aggiungendo quattro giorni al mese di maggio, per arrivare al 4 giugno. Oppure si mettono in fila oggetti tutti uguali di fronte a uno diverso, messo in direzione opposta: è un richiamo alla famosa foto dell’uomo che bloccava i carri armati.

Se tutto questo è molto comune in Cina, fino al 2020 non lo era a Hong Kong: i cittadini s’impegnavano a interpretare i post più oscuri sul web cinese, ma a Hong Kong, prima dell’imposizione della legge sulla sicurezza nazionale, si poteva ricordare quell’evento, e molti altri, in modo diretto. Poi con la nuova legge, accompagnata dall’articolo 23, che ha espanso ulteriormente il significato di “sicurezza nazionale”, c’è stato l’ingresso prepotente dell’If you know you know anche a Hong Kong.

Oggi nelle cosiddette date sensibili molte persone postano contenuti simili a rebus. Un’immagine nera, per il 4 giugno. Alcuni, una candela accesa: lutto, commemorazione. Per cosa, di cosa? Se lo sai, lo sai. Ma ci sono anche altre dimostrazioni indirette che dimostrano che la città non è diventata improvvisamente vittima di amnesia, anche se bisogna sapere per accorgersene.

Nelle gallerie d’arte ci si può trovare davanti al ritratto di un noto dissidente cinese, le cui vicende sono state dimenticate dopo anni di rimozione forzata. È capitato di recente con un quadro intitolato solo Un professore. I visitatori lo guardano, e non c’è modo di sapere se abbiano capito di chi si tratta. L’artista e il curatore danno prova di coraggio ma lasciano aperta la possibilità di dichiararsi inconsapevoli dell’identità dell’uomo nel ritratto (l’artista un po’ meno, di sicuro). Ma per gli altri? Chi sa, sa, e riconosce l’uomo, ed è colpito dal ricordo in pubblico, anche se tace.

A Shanghai, invece, una curatrice che aveva allestito una mostra piuttosto coraggiosa, davanti alla domanda su come avesse aggirato i censori, risponde che “sono troppo ignoranti, non capiscono quello che ho messo in mostra”, confermando che chi non sa, o non capisce, non nota nemmeno. Poi ha avuto un momento di compassione per Hong Kong: “Lo so, voi non potreste fare una mostra del genere adesso. La situazione è più controllata a Hong Kong che a Shanghai, anche perché questa è una città rivoluzionaria”, dice, ricordando che la rivoluzione cinese è partita da lì.

Forse per il famoso zelo dei principianti, i censori a Hong Kong sono molto più attivi e presenti. Ma lo stesso, If you know you know, e se non sanno, non sanno. In un’altra mostra in una piccola galleria indipendente un artista ha mescolato l’intelligenza artificiale con antichi metodi di divinazione cinese, in particolare Il libro dei mutamenti. Per attivare la divinazione si tocca un pulsante che, in base al tempo in cui resta premuto e alla temperatura corporea di chi lo preme, produce risposte a domande formulate solo mentalmente.

In una minuscola stanza a fianco c’è una cronologia della storia cinese, dapprima a grandi linee poi, per il secolo scorso e questo, più dettagliata: con il telefono si possono illuminare frasi che luccicano in blu, invisibili il resto del tempo. E dietro alle date in un certo senso fatidiche di Hong Kong – il 2014 (il movimento degli ombrelli) e il 2019, le proteste durate quasi un anno e represse duramente – si notano frasi sibilline: “Controlli futuri”, per il 2014. “Lo sciame scopre i suoi limiti”, per il 2019. Iykyk. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1664 di Internazionale, a pagina 52. Compra questo numero | Abbonati