Il 20 agosto, come ogni anno, da Pápateszér, in Ungheria, era partito un pellegrinaggio di trattori con rimorchio, carrozze trainate dai cavalli e fuoristrada per andare alla cappella di Santo Stefano nel piccolo villaggio di Zsörk, poco distante. Anche gli abitanti della vicina Bakonyszücs hanno assistito alla messa celebrata per l’occasione. “Invitiamo i parenti di chi abitava a Zsörk e anche chi vive nei dintorni. Di solito arrivano tra le settanta e le ottanta persone. Ascoltiamo la messa, poi organizziamo un’agape per i fedeli (un banchetto che consumavano i primi cristiani). L’evento dura tre o quattro ore”, spiega Béla Völfinger, sindaco di Pápateszér.

Oggi Zsörk fa parte del comune di Pápateszér, che ogni tanto rinnova la cappella costruita nel 1813 e raccoglie le donazioni per riparare le vetrate. Il villaggio, abbandonato ormai da quarant’anni, torna a nuova vita il giorno di santo Stefano (in cui si commemora la canonizzazione di Stefano I, primo re d’Ungheria). Durante gli altri 364 giorni dell’anno la località, a parte qualche turista , diventa la casa degli animali della foresta e di colonie di uccelli. La natura si riprende i suoi spazi. Case e cantine sono in rovina. Tra gli alberi da frutta cresce la vegetazione selvatica. Le case non hanno più porte né finestre e molte rischiano di crollare. Eppure si ha l’impressione che fino a poco tempo fa fosse un luogo pieno di vita. Oggi è un villaggio fantasma, quasi come una fiaba dei fratelli Grimm, in cui una fata ha fatto scomparire le persone e permesso alla foresta di invadere le case.

Peri e noccioli

Da Pápateszér e Bakonyszücs ci vuole un’ora di cammino nella foresta per arrivare a Zsörk. Non ci sono indicazioni, bisogna chiederle a chi si incontra lungo la strada. Una signora di Bakonyszücs ci consiglia di andare in auto fino al lago e poi di svoltare a sinistra. Niente di preciso, ma andiamo avanti ammirando il meraviglioso panorama della selva Baconia. Non lontano da noi si inseguono dei giovani caprioli. Sopra le nostre teste volteggia un rapace. A un incrocio un cartello mostra un’indicazione errata. Alla fine il sentiero e il gps ci portano sulla buona strada. Ne abbiamo la certezza quando, camminando nel bosco già da un po’, vediamo tra i faggi e le querce un susino. Poi un altro e un altro ancora. Poi peri e noccioli. Le api ronzano intorno alla frutta a terra. Ecco le prime case: edifici colorati e in rovina. Tavoli, sedie, candele, bottiglie di vino, botti e attrezzi di vario genere fanno tornare alla mente chi ha vissuto qui. In un armadio la giacca di una tuta tipica degli anni settanta permette di definire l’epoca in cui la casa è stata abitata per l’ultima volta. Uno strano viaggio nel tempo.

La storia di Zsörk parte dal tredicesimo secolo. Il primo documento ufficiale che cita il villaggio è del 1249. Zsörk apparteneva ad alcune personalità del vicino castello di Karakó. In seguito passò a una famiglia nobile, poi si spopolò fino all’epoca ottomana. Nel settecento la famiglia Eszterházy prese il controllo del villaggio, piantò vigne e alberi da frutta, e coltivò le terre. La cappella è stata costruita all’ inizio dell’ottocento.

La nuova vita di Zsörk è durata fino alla fine del ventesimo secolo. Quando nel 1990 è caduto il comunismo nel villaggio rimaneva solo qualche abitante. Per molto tempo l’assenza di acqua corrente, gas ed elettricità non sono stati un problema. Ma a partire dagli anni cinquanta questa situazione non è stata considerata più accettabile, così come l’assenza di una vera strada verso Bakonyszücs e Pápateszér. “L’ultimo abitante di Zsörk è andato via all’inizio degli anni novanta. All’epoca molti contadini avevano abbandonato l’agricoltura e le case e i terreni sono stati abbandonati. I saccheggi si sono moltiplicati e la zona è caduta in rovina”, spiega il sindaco Béla Völfinger. Ma da quando è uscito un articolo su Zsörk, l’interesse è cresciuto. “Diverse famiglie e gruppi di amici ci scrivono per dirci che vorrebbero vivere a Zsörk isolati dal mondo. Dicono che le case ci sono e basterebbe cambiare la porta o una serratura per trasferirsi, ma non è così semplice. Finora non ci è riuscito nessuno”.

C’è un’eccezione: più di dieci anni fa una coppia ha comprato varie proprietà. Judit Csikvári e Dávid Bársony facevano osservazioni ornitologiche e ricerche botaniche per degli studi universitari. Qui nidificano una decina di specie di uccelli visto che il terreno non è più coltivato, non sono stati usati prodotti chimici e la vegetazione è rigogliosa. La coppia ha censito a Zsörk circa 360 alberi da frutta. “Vogliamo creare un frutteto rispettando l’ambiente, un’azienda agricola unica nel suo genere in Ungheria e in Europa, inserita in un ecosistema capace di mantenersi da solo”, dichiaravano qualche anno fa su un sito locale. A dire il vero non abbiamo visto alcuna traccia dell’azienda, ma l’iniziativa è interessante.

Il problema di Zsörk sono i vandali che prendono i mattoni delle case, lasciano i rifiuti e inoltre hanno sfondato la porta della cappella, anche se all’interno non c’è nessun oggetto di valore trasportabile. Davanti a un frantoio una scritta avverte i turisti che l’area, dalle case al frutteto, è proprietà privata, quindi non ci si può entrare né raccogliere i frutti. Gli attuali proprietari non vedono di buon occhio la pubblicità che è stata fatta a Zsörk sui mezzi d’informazione.

Il sindaco di Pápateszér continua però a credere che il villaggio potrebbe favorire il turismo locale. Inoltre è in costruzione una strada tra Zsörk e Pápateszér. Un altro progetto è la creazione di un rifugio o di uno spazio per le grigliate di lardo (una tradizione ungherese) vicino alla cappella. Ma per ora c’è una sola certezza: il prossimo 20 agosto Zsörk rivivrà, anche solo per qualche ora. ◆ adr

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Questo articolo è uscito sul numero 1597 di Internazionale, a pagina 76. Compra questo numero | Abbonati