Quando i leader politici dell’Europa occidentale incontrano i loro colleghi dell’Europa centrale e orientale, l’unica cosa di cui vogliono discutere è la crisi della democrazia e l’erosione dello stato di diritto. La priorità per i governi dell’Europa dell’est, invece, è la crisi demografica e lo spopolamento dei loro territori. Andrej Plenković, il primo ministro croato attualmente presidente di turno del consiglio dell’Unione europea, ha definito lo spopolamento il “problema esistenziale” dell’Europa nel suo recente incontro con il presidente del Consiglio europeo, Charles Michel. Ma è possibile che ci sia un legame diretto tra la crisi della democrazia e quella della demografia?

Invece di vedere il crescente illiberalismo dell’Europa centrale come un inevitabile ritorno del nazionalismo e dell’autoritarismo, potremmo interpretarlo come qualcosa di nuovo: un tentativo di conservare il potere da parte di maggioranze etnoculturali in crisi di fronte al calo della popolazione e all’aumento dell’emigrazione. L’Onu stima che, dagli anni novanta, i paesi dell’Europa orientale hanno perso circa il 6 per cento della popolazione totale, cioè più o meno 18 milioni di persone.

Milioni di persone se ne sono andate in occidente e l’influenza delle forze progressiste è diminuita, perché è stata proprio una grossa fetta del loro elettorato a partire

Nel 1939 circa un terzo degli abitanti della Polonia non era di origine polacca (c’erano importanti comunità tedesche, ebraiche, ucraine e di altra origine). Oggi in Polonia le persone di origine polacca rappresentano più del 95 per cento della popolazione. Ma questa tendenza si sta invertendo. Quello che lo storico politico statunitense Joseph Rothschild ha definito un “ritorno alla diversità” è diventato evidente. Per gestire questa diversità le società dell’Europa centrale e orientale dovranno mettere da parte quella che molte di loro considerano ancora la principale lezione del ventesimo secolo: cioè che la diversità etnica e culturale, più che un vantaggio, è una minaccia alla sicurezza.

In democrazia i numeri contano. Quando cambiano, il potere politico cambia a sua volta. In Europa orientale e centrale milioni di persone se ne sono andate, per lo più in occidente, e l’influenza delle forze politiche progressiste è diminuita molto, perché è stata proprio una grossa fetta del loro elettorato a partire. Il nuovo illiberalismo, contrariamente a quanto si crede, non si fonda sulla premessa politica di mantenere i confini chiusi. Nel 2017, per esempio, la Polonia, che si è opposta con forza alla politica per i rifugiati di Bruxelles, ha concesso più visti a lavoratori migranti stranieri di qualsiasi altro paese dell’Unione. L’illiberalismo, casomai, si fonda sulla promessa di stabilire chi ha diritto di partecipare alle decisioni politiche e di distinguere tra cittadini e non cittadini. Gli stranieri sono liberi di trasferirsi in un paese e lavorare. Ma non gli sarà mai permesso di avere voce in capitolo all’interno del processo politico. Questo atteggiamento ricorda il modo in cui gli stati del golfo Persico trattano i lavoratori migranti, anche se è meno eclatante nei numeri e nella portata. Chiunque è benvenuto se vuole lavorare, ma non può avere i benefici della cittadinanza.

La scelta di salvaguardare il potere della maggioranza originaria del luogo in una società a più livelli ha un costo. La conseguenza più immediata ed evidente è la creazione di una società divisa in due categorie. Una situazione che genera risentimento. Inoltre i giovani sono un gruppo sociale relativamente piccolo in Europa centrale e orientale, a causa dei bassi tassi di natalità e degli alti tassi d’emigrazione, e sono marginalizzati.

Il rischio è che le generazioni più anziane – troppo rappresentate all’interno del sistema politico, e che giustamente pensano di essere le principali vittime della transizione postcomunista (con le loro pensioni basse e le loro carriere sconvolte) – blocchino gli investimenti sul futuro. Questa eventualità potrebbe scatenare un ulteriore esodo di giovani. I governi quindi si trovano di fronte a un dilemma: come convincere i loro cittadini più anziani a sacrificarsi per il futuro del paese, anche se sospettano che nei prossimi anni i loro figli o nipoti vivranno altrove?

Nell’arco di pochi decenni l’esclusione dei migranti dal processo politico potrebbe produrre una situazione in cui enormi masse di lavoratori sono private del diritto di voto e la maggior parte degli elettori è formata da pensionati. Per permettere a un simile sistema di funzionare bene o la democrazia perderà la sua importanza o il regime diventerà meno democratico.

Nel 1953, in seguito alla violenta repressione delle manifestazioni anticomuniste a Berlino Est, Bertolt Brecht scrisse una poesia intitolata La soluzione, in cui si chiedeva sarcasticamente se non fosse più facile “che il governo sciogliesse il popolo e ne eleggesse un altro”. Per i leader politici illiberali di oggi, l’Europa sta facendo i conti con il suo momento brechtiano. ◆ ff

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Questo articolo è uscito sul numero 1343 di Internazionale, a pagina 38. Compra questo numero | Abbonati