All’alba del 3 gennaio, quando Donald Trump ha ordinato di bombardare il Venezuela e catturare il presidente Nicolás Maduro, pochi osservatori sono rimasti sorpresi. Da tempo Trump aveva manifestato il desiderio di eliminare Maduro, definendolo un narcoterrorista e mettendo una taglia di cinquanta milioni di dollari sulla sua testa. Negli ultimi mesi il presidente statunitense e il suo “ministro della guerra” Pete Hegseth avevano schierato un nutrito contingente militare nella regione, attaccando decine di imbarcazioni sospettate di trasportare droga e uccidendo più di cento persone.

Maduro e la moglie sono stati portati via a bordo della nave Iwo Jima. La ministra statunitense della giustizia Pam Bondi si è congratulata con Trump, annunciando che Maduro era stato incriminato a New York per traffico di stupefacenti e altri reati. “Presto verrà colpito dalla potenza della giustizia americana, su suolo americano, nei tribunali americani”, ha detto. Il segretario di stato Marco Rubio ha ripubblicato un tweet di luglio: “Maduro non è il presidente del Venezuela e il suo regime non rappresenta un governo legittimo. È il capo del Cártel de los Soles, un’organizzazione narcoterrorista che ha preso possesso di un paese”. Queste affermazioni, come la tesi di Trump secondo cui gli attacchi contro i pescatori avrebbero fermato il contrabbando di fentanyl verso gli Stati Uniti, non sono state accompagnate da nessuna prova pubblica.

Ho intervistato Maduro nel 2017, quando Trump cominciava a chiedere che fosse allontanato. In quell’occasione mi aveva parlato del suo mentore, Hugo Chávez, padre della rivoluzione bolivariana. Chávez era un ideologo impetuoso ma, secondo Maduro, perfino lui evitava di provocare troppo gli Stati Uniti. “Sapeva di avere bisogno di un buon rapporto con el poder”, mi aveva detto. Con Trump, Maduro ha mantenuto un rapporto ambiguo. Lo ha preso in giro chiamandolo “il re delle parrucche”, ma l’anno scorso ha incontrato il suo inviato Richard Grenell, per discutere un accordo con cui il Venezuela avrebbe fornito a Washington un accesso alle sue riserve petrolifere, le più grandi del mondo. Evidentemente la trattativa è fallita.

Un destino diverso

Nel 2017 la prospettiva di un attacco diretto al Venezuela sembrava lontana. “Nessuna persona coinvolta nella pianificazione militare ha mai pensato che il Venezuela sia un posto in cui versare sangue e denaro, anche perché non rappresenta una minaccia per la sicurezza nazionale”, mi aveva confidato all’epoca un funzionario di Washington.

La situazione è cambiata quando Trump, di nuovo alla Casa Bianca, ha riesumato la dottrina Monroe, secondo cui gli Stati Uniti devono mantenere il controllo nella loro sfera d’influenza. Il 3 gennaio Trump ha detto che “il dominio dell’America nell’emisfero occidentale non sarà mai più messo in discussione”. Ha dichiarato di voler assumere il controllo dell’industria petrolifera venezuelana, dopo aver ripetuto che quel petrolio dovrebbe appartenere agli Stati Uniti. In America Latina i leader di destra sembrano felici di lasciarlo fare: l’argentino Javier Milei e l’ecuadoriano Daniel Noboa hanno accolto con gioia la notizia dell’attacco al Venezuela. Invece a sinistra il cileno Gabriel Boric, il brasiliano Luiz Inácio Lula da Silva e la messicana Claudia Sheinbaum hanno manifestato una profonda preoccupazione. I leader comunisti di Cuba hanno invitato la comunità internazionale a opporsi al “terrorismo di stato”, temendo che Washington voglia attaccare il loro paese. Trump ha accennato a questa possibilità in conferenza stampa, mentre Rubio ha aggiunto: “Se vivessi all’Avana e facessi parte del governo, sarei quantomeno preoccupato”.

L’operazione per rimuovere Maduro è scattata esattamente 36 anni dopo l’invio dell’esercito statunitense a Panamá ordinato da George H.W. Bush per destituire il generale Manuel Noriega. Ex pupillo di Washington, Noriega aveva cominciato a criticare gli Stati Uniti durante i suoi discorsi elettorali, brandendo un machete. A quel punto era stato prelevato e accusato di traffico di droga, come Maduro. Quando ho incontrato Noriega in carcere, nel 2015, due anni prima che morisse, mi ripeteva di essere innocente e si diceva pentito di aver attaccato gli statunitensi, aggiungendo che non avrebbe ripetuto lo stesso errore.

Da sapere
Transizione gestita da Washington

◆ Il 5 gennaio 2026, poche ore dopo la cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores da parte delle forze speciali statunitensi, la vicepresidente Delcy Rodríguez ha prestato giuramento come presidente ad interim del paese.

Dopo aver denunciato il sequestro, definendolo illegale, Rodríguez, un’avvocata di 56 anni e collaboratrice stretta di Maduro, ha cambiato tono e si è rivolta agli Stati Uniti per “cooperare per uno sviluppo condiviso nell’ambito della legalità internazionale”.

Sempre il 5 gennaio, in un’intervista al canale tv Nbs, il presidente statunitense Donald Trump ha detto di escludere nuove elezioni in Venezuela nel prossimo futuro. E ha aggiunto che non affiderà la transizione a María Corina Machado, la leader di destra dell’opposizione che a dicembre ha ricevuto il premio Nobel per la pace

Il presidente degli Stati Uniti ha dichiarato che bisogna prima ricostruire il paese e soprattutto il suo settore pretrolifero.

La Casa Bianca ha aggiunto che gli Stati Uniti controlleranno il petrolio venezuelano “a tempo indeterminato”. Washington continua a bloccare le esportazioni di petrolio del Venezuela. Il 7 gennaio l’esercito ha sequestrato due petroliere, tra cui una battente bandiera russa, inasprendo il confronto con Mosca dopo la destituzione del suo alleato Maduro. Bbc, Reuters


Durante la conferenza stampa del 3 gennaio, Trump ha insistito sul fatto che deponendo Maduro, Washington ha rimosso “il capo di una vasta rete criminale” che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti. Poche settimane prima, però, Trump ha concesso la grazia all’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández, processato nel 2024 a New York per traffico di cocaina e condannato a 45 anni di detenzione. Ha giustificato quella decisione affermando che Hernández era stato “trattato in modo duro e ingiusto” dal suo predecessore Joe Biden.

Quando ho incontrato Maduro nel 2017, mi ha parlato dei tentativi di rimuoverlo dal suo incarico. “Vogliono cacciarmi, ma se lascio questa poltrona chi ci metteranno?”, mi ha detto. “Chi può essere il presidente?”.

Molti venezuelani sostengono Edmundo González e María Corina Machado, vincitori in teoria delle elezioni presidenziali manipolate da Maduro nel 2024. González era il candidato alla presidenza, ma la vera forza motrice dell’opposizione è Machado, cattolica e conservatrice. Entrambi vivono nascosti all’estero, anche se a dicembre Machado era a Oslo, in Norvegia, per ricevere il premio Nobel per la pace, che ha dedicato “al popolo sofferente del Venezuela e al presidente Trump”.

Il 3 gennaio Trump l’ha definita “una signora molto simpatica”, ma che non è “abbastanza rispettata” da poter guidare il paese. Ha comunicato che gli Stati Uniti “governeranno” il Venezuela nell’immediato, nell’ambito di un “gruppo” di cui farebbero parte anche alcune aziende petrolifere statunitensi.

Gli Stati Uniti dovranno avere rapporti con i funzionari del regime di Maduro. Tra loro ci sono i fedelissimi di Maduro, come il generale Vladimir Padrino López, il ministro dell’interno Diosdado Cabello e la vicepresidente Delcy Rodríguez. Durante una conferenza stampa, Padrino ha parlato di “aggressione militare criminale” e ha annunciato un piano di difesa nazionale che prevede la mobilitazione generale dell’esercito, della marina e dell’aeronautica. Molte domande per ora sono senza risposta.

Resta anche da capire in che modo i venezuelani risponderanno all’aumento dell’ingerenza statunitense. Ventiquattro anni fa ho parlato con Hugo Chávez a Fuerte Tiuna, una struttura militare di Caracas bombardata durante i raid del 3 gennaio. Chávez mi disse che non avrebbe mai permesso agli americani di catturarlo vivo, perché non voleva essere sfoggiato come un trofeo. Morto nel 2013 per un tumore, evitò questa umiliazione. Maduro non ha avuto la lungimiranza, o l’istinto, di scrivere un destino diverso per se stesso. ◆ as

Jon Lee Anderson è un giornalista statunitense. Scrive per il New Yorker. Il suo ultimo libro pubblicato in Italia è Che. Una vita rivoluzionaria (Feltrinelli 2017).

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Questo articolo è uscito sul numero 1647 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati