Il 28 dicembre in diverse città iraniane sono scoppiate proteste contro il regime che nel giro di pochi giorni si sono estese a tutta la Repubblica islamica fino a diventare le più significative dalla rivolta Donna, vita, libertà del 2022. Diversamente dalle proteste precedenti, finora non c’è una questione predominante. Nei loro slogan i manifestanti denunciano con la stessa collera la scarsità di acqua, il crollo della moneta, la corruzione del governo e le avventure militari regionali del regime.

La simultaneità e la diffusione delle proteste – che hanno toccato più di cento città e piccoli centri – sono particolarmente rivelatrici. Non si tratta di azioni coordinate di un’opposizione organizzata, ma della combustione spontanea di una società che ha raggiunto il suo punto di rottura. Dalle periferie povere di Teheran ai quartieri della classe media di Shiraz, dalle città curde nell’ovest del paese alle zone beluci nel sudest, gli iraniani sono scesi in strada per chiedere conto delle sue responsabilità a un regime che non è più in grado di garantire neppure i servizi di base come una fornitura idrica affidabile.

Immagini tratte da video girati il 9 e l’11 gennaio 2026 e circolati online. Mostrerebbero persone che cercano di identificare i resti dei loro cari tra decine di cadaveri nell’obitorio di Kahrizak, alla periferia di Teheran. (UGC (Ap/Lapresse), 2)

Non stupisce che l’Iran sia travolto da un’altra ondata di proteste. Nell’ultimo decennio il peggioramento delle condizioni economiche ha ripetutamente alimentato tensioni in tutto il paese. L’altissima inflazione, con tassi attualmente stimati tra il 42 e il 48 per cento annuo, e il crollo della valuta nazionale hanno devastato gli standard di vita. Il valore della moneta è crollato dai circa 40mila rial per dollaro di inizio 2018 (prima della campagna di sanzioni “massima pressione” dell’amministrazione statunitense di Donald Trump) a un tasso di cambio stimato oggi di circa 1,5 milioni di rial per dollaro. Questa caduta libera dell’economia è andata di pari passo con la crescente visibilità – e le conseguenze sempre più disastrose – della corruzione delle autorità.

Le attuali proteste, tuttavia, si distinguono non solo per l’ampiezza delle rivendicazioni, ma anche per la minore capacità del regime di disinnescarle. Una delle strategie consolidate della Repubblica islamica consiste nell’assorbire il malcontento combinando repressione e concessioni: consentire alle proteste di emergere prima di schiacciarle violentemente, offrendo al contempo vantaggi materiali.

Senza difese

Le proteste su scala nazionale del 2017-2018 e del 2019, per esempio, erano state innescate dall’aggravarsi delle condizioni economiche e furono brutalmente represse, ma portarono anche a modeste concessioni sotto forma di sussidi su alimenti e carburanti, adeguamenti di bilancio e una modifica delle politiche economiche. Allo stesso modo dopo la rivolta del 2022 lo stato ha di fatto smesso di imporre l’obbligo dell’hijab nel tentativo di indebolire la forza del movimento. Da quando quest’ultima rivolta si è placata, l’Iran ha affrontato vari sconvolgimenti politici, economici, sociali e geopolitici. Tra questi la morte improvvisa del presidente Ebrahim Raisi e di altri funzionari in un incidente in elicottero; l’elezione di un presidente riformista per la prima volta dal 2005; la reintroduzione delle sanzioni dell’Onu nel settembre 2025; il collasso della struttura di potere regionale del regime, da Hezbollah in Libano alla dittatura di Assad in Siria, e il primo scontro militare diretto dell’Iran con Israele nel 2024.

Ma soprattutto la guerra dei dodici giorni nel giugno 2025 ha infranto un pilastro fondamentale dell’immagine che il regime proiettava di sé. Nonostante anni di retorica combattiva il conflitto ha dimostrato a molti iraniani che il paese era privo di difese contro Israele, che gli aerei israeliani potevano bombardare Teheran e altre città impunemente, senza incontrare una resistenza significativa dall’esercito iraniano. Ma anche se la guerra ha temporaneamente stimolato un senso di solidarietà nazionale tra il regime e quelli che altrimenti sarebbero i suoi critici, la riconciliazione non è durata a lungo.

Nella seconda settimana di gennaio a Teheran gli scontri si sono intensificati e secondo l’ong Iran human rights sono stati uccisi almeno 734 manifestanti. Il regime iraniano è rimasto al potere per più di quarant’anni offrendo concessioni specifiche quando necessario, ma senza esitare a usare la forza bruta. L’attuale protesta mette alla prova questa strategia in un modo nuovo. Se le precedenti rivolte potevano essere contenute con specifiche concessioni, adesso i manifestanti chiedono al regime di rispondere delle sue azioni. E quando il susseguirsi di errori compromette perfino la capacità dello stato di fornire l’acqua, nessuna concessione tattica può bastare.

Punto di rottura

All’inizio del dicembre 2025 la crisi idrica in Iran ha raggiunto proporzioni catastrofiche. Il fiume Zayandehrud a Isfahan, un tempo arteria vitale per l’agricoltura della regione, è ormai prosciugato da mesi. Nel Khuzestan gli abitanti raccontano di avere l’acqua corrente solo due giorni alla settimana. Nei quartieri popolari del sud di Teheran le famiglie si sono trovate improvvisamente con i rubinetti a secco, costrette a comprare acqua in bottiglia a prezzi esorbitanti o a fare ore di fila alle autocisterne del comune.

Il cambiamento climatico ha avuto un ruolo significativo nella crisi: la deforestazione e la desertificazione sono aumentate a dismisura e, con gli inverni sempre più secchi, si è ridotta drasticamente la neve sui monti Zagros e Alborz (principale fonte di acqua dolce per l’Iran). Tuttavia la crisi idrica è anche il risultato di decisioni politiche, il culmine di decenni di cattiva gestione. Per motivi clientelari il regime ha dato priorità a progetti agricoli intensivi con un forte consumo idrico e a uno sviluppo industriale in regioni semiaride, ignorando gli avvertimenti degli scienziati ambientali, e senza investire in progetti di risparmio idrico o riparare gli acquedotti fatiscenti (si stima che il 20-30 per cento dell’acqua si disperda prima di raggiungere i consumatori). In particolare i Guardiani della rivoluzione islamica, che controllano vasti interessi economici anche nel campo dell’edilizia e dell’agricoltura, sono stati coinvolti nella costruzione illegale di dighe e progetti di deviazione dell’acqua funzionali ai loro interessi ma con effetti devastanti sulle comunità locali.

Aumento esponenziale
Tasso d’inflazione in Iran, percentuale (semafor/FMI)

Per molti iraniani la crisi idrica è diventata la dimostrazione più tangibile che il sistema, oltre a essere corrotto o mal gestito, è incapace di governare. L’Iran possiede notevoli risorse idriche, ma la cattiva gestione ha creato una scarsità artificiale. La consapevolezza che la propria sofferenza non è inevitabile, ma il risultato diretto di precise scelte politiche, ha mobilitato chi in passato sperava ancora nella possibilità di una riforma graduale.

Una delle linee di frattura principali del momento è la questione dei negoziati nucleari con l’occidente e la prospettiva di un alleggerimento delle sanzioni. Il presidente Masoud Pezeshkian, che ha esortato il sistema politico ad ascoltare i manifestanti e a rispondere alle loro rivendicazioni, è stato eletto in parte per portare avanti questa apertura con le potenze occidentali. Tuttavia, dopo quattro decenni di sanzioni l’economia iraniana ha sviluppato dei meccanismi che le hanno consentito di funzionare, dando origine a nuove élite facoltose e intaccando le classi medie tradizionali. Queste élite potrebbero respingere qualsiasi accordo, perché sconvolgerebbe uno status quo per loro vantaggioso. La crescente consapevolezza di molti iraniani che, a causa dei falchi di Teheran e dell’impossibilità di fidarsi delle intenzioni di Trump, non c’è nessun accordo all’orizzonte potrebbe spiegare il senso di sconforto che ha alimentato le attuali proteste, che vanno lette alla luce di un simile contesto. Sono trasversali alle generazioni, alle classi sociali, alle etnie e alle professioni. Le rivendicazioni sono tante: riguardano le libertà civili, la politica economica, la svalutazione della moneta, le carenze idriche, il deterioramento delle infrastrutture e la sfiducia in un ritorno alla vita normale. Eppure tutte contengono una richiesta comune: il regime deve rispondere delle sue azioni.

Tempi difficili
Crescita annuale del pil in Iran, percentuale (financial times, banca mondiale)

Qui sta la sfida ma anche l’opportunità che ha di fronte il movimento di opposizione iraniano. In precedenza le rivendicazioni sono state più circoscritte e tangibili (sussidi, salari, riforme politiche), e il regime aveva potuto rispondere con limitate agevolazioni. La responsabilità politica, al contrario, non può essere oggetto di negoziazione. Che concessioni può offrire un sistema quando la sua legittimità è messa in discussione?

Il fattore esterno

L’ombra di Israele e degli Stati Uniti incombe sui calcoli dei manifestanti iraniani, ma non come immaginano molti osservatori occidentali. Mentre i funzionari israeliani sono stati piuttosto espliciti riguardo al loro desiderio di vedere un cambio di regime in Iran, e nonostante le affermazioni bellicose del primo ministro Benjamin Netanyahu, non ci sono molti riscontri concreti di un imminente attacco militare. La guerra dello scorso giugno ha dimostrato la schiacciante superiorità militare di Israele, ma paradossalmente il risultato più importante di Netanyahu in quel conflitto risiede forse nel fatto che le capacità nucleari iraniane non sono state distrutte. Il persistere di una minaccia iraniana è fondamentale per la sopravvivenza politica del premier israeliano.

Nel frattempo, Trump ha minacciato un intervento se le forze di sicurezza iraniane intensificheranno la repressione e continueranno a uccidere i manifestanti. Il sequestro del presidente venezuelano Nicolás Maduro e di sua moglie rende credibili le minacce di Trump, che però hanno anche risvegliato le profonde inquietudini iraniane riguardo a un intervento esterno. Un’azione militare israeliana o statunitense mentre gli iraniani sono in piazza favorirebbe quasi certamente il regime, permettendogli di etichettare il malcontento interno come un tentativo di destabilizzazione sostenuto dall’esterno. La memoria politica iraniana è lunga: il colpo di stato del 1953 compiuto dalla Cia e dall’Mi6 contro Mohammad Mossadeq, che i funzionari statunitensi e britannici giustificarono dicendo che avrebbe salvato l’Iran dal caos, inaugurò invece 25 anni di dittatura. I parallelismi con l’esplicita intenzione di Trump di prendere il controllo delle risorse petrolifere del Venezuela non sfuggono agli iraniani, che considerano le promesse di “liberazione” una copertura di un controllo imperialista.

È per questo che lo slogan “morte al tiranno, che sia il re o la guida suprema” riecheggia con tanta forza. Gli iraniani rifiutano la Repubblica islamica, ma anche alternative sostenute dall’estero promosse da figure in esilio come Reza Pahlavi, il figlio dell’ex scià, che dalla sua comoda casa vicino a Washington chiede ai manifestanti di combattere fino alla fine. Anche se gli slogan a favore di Pahlavi sono comparsi più spesso rispetto alle passate proteste, la maggior parte degli iraniani sembra volere sovranità, democrazia e controllo sull’operato del potere, non un ritorno alla monarchia o la sottomissione a interessi strategici di potenze straniere.

Non si sa ancora se questa mobilitazione riuscirà là dove le altre hanno fallito. Il regime detiene un sostanziale potere coercitivo, l’opposizione resta frammentata e l’intervento straniero rischia di compromettere le aspirazioni democratiche invece di sostenerle. Tuttavia, la convergenza tra collasso economico, catastrofe ambientale, umiliazione strategica e una legittimità logorata sembra indicare che gli iraniani potrebbero essere entrati in una nuova fase. Questo non significa che la Repubblica islamica sia sull’orlo del collasso: ha più volte dimostrato la sua creatività nel trovare dei modi per sopravvivere. La questione non è se il cambiamento avverrà, ma quale forma assumerà e a quale prezzo per il popolo iraniano. ◆ fdl

Lior Sternfeld è uno storico esperto di Medio Oriente e di studi ebraici. Insegna storia moderna dell’Iran alla Penn state university, negli Stati Uniti.

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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati