Gli statunitensi si faranno vaccinare per primi, ha dichiarato Paul Hudson, il nuovo amministratore delegato della casa farmaceutica francese Sanofi. Ma a parte loro, a chi dovranno essere destinati i vaccini contro il covid-19? A tutti? Solo alle persone a rischio? Solo al personale medico-sanitario? A meno di sei mesi dalla scoperta dei primi casi di covid-19 in Cina, sono allo studio almeno 123 vaccini, dieci dei quali sono già in fase di sperimentazione clinica sugli esseri umani. Un vero record. In questa corsa folle, però, non si parla di chi dovrà essere vaccinato. “La fortuna favorisce le menti preparate”, diceva Louis Pasteur. E preparare bene un vaccino significa proprio sapere a chi è destinato. “Proteggeremo prima di tutto le persone più a rischio”, propone Daniel Lévy-Bruhl, responsabile dell’unità per le infezioni respiratorie e le vaccinazioni di Santé publique France, il centro di salute pubblica francese. Quindi cominciamo da lì. Qualunque sia il paese che prendiamo in considerazione, le persone più a rischio sono sempre le stesse: gli anziani.
In Francia, secondo i dati del centro di salute pubblica, il 95 per cento dei decessi è avvenuto nella fascia di persone con più di 65 anni. Secondo le ultime stime pubblicate sulla rivista Science, il tasso di letalità del virus supera il 2 per cento tra chi ha più di 70 anni, raggiunge il 10 per cento tra gli ultraottantenni e resta inferiore allo 0,02 per cento tra chi ha meno di 40 anni.
I bambini sotto i dieci anni potrebbero non essere i principali vettori del covid-19
Ma c’è un problema: più s’invecchia, meno i vaccini sono efficaci. Il sistema immunitario degli anziani infatti risponde meno bene alle sollecitazioni esterne e non produce un numero sufficiente di anticorpi per combattere in modo efficace gli agenti patogeni. “Qualunque sia il vaccino che svilupperemo, dovremo assicurarci che funzioni con le persone anziane. Altrimenti avremo mancato il bersaglio”, conferma Ofer Levy, ricercatore del Boston children’s hospital, negli Stati Uniti. “Gli scienziati stanno sviluppando vaccini concepiti per soggetti adulti in salute”, avverte un suo collega, l’immunologo David Dowling. “È un grosso errore”.
È un problema che si è già posto per i vaccini contro l’influenza, che riducono solo del 35 per cento la mortalità tra le persone con più di 65 anni. Ecco perché paesi come la Finlandia, il Regno Unito e alcuni stati degli Stati Uniti hanno scelto di vaccinare i bambini – che sono il principale serbatoio dell’influenza e sui quali il vaccino è molto più efficace – per limitare la circolazione del virus e proteggere così le persone più anziane.
Tuttavia, al contrario di quanto succede con l’influenza, i bambini sotto i dieci anni potrebbero non essere i principali vettori del covid-19. In uno dei primi focolai scoppiati in Francia, un inglese di ritorno da Singapore alla fine di gennaio ha contagiato dodici persone durante un soggiorno a Los Contamines-Montjoie. Tra queste un bambino di nove anni che ha sviluppato dei sintomi e ha continuato ad andare a scuola, a lezione di sci e al corso di lingua per una settimana prima che la diagnosi fosse confermata. In quel periodo ha frequentato almeno 172 persone, soprattutto bambini. Un controllo condotto nell’arco di 14 giorni ha rilevato che nessuno di quei contatti era stato contagiato.
In Islanda più di novemila persone “a rischio” (quelle che presentano sintomi, in contatto con persone contagiate o di ritorno da una regione in cui il virus è particolarmente diffuso) sono state sottoposte a tampone. Ne è emerso che i bambini sotto i dieci anni avevano la metà della probabilità di essere portatori del virus rispetto agli anziani. Inoltre, fra i tredicimila islandesi non a rischio inclusi nella ricerca, nessuno degli 848 bambini di età inferiore ai dieci anni è risultato positivo al covid-19. “I bambini non sembrano essere dei ‘superdiffusori’”, concludono due ricercatori britannici che hanno passato in rassegna la letteratura scientifica sull’argomento.
I bambini sarebbero anche poco sensibili al Sars-cov-2. In Francia il tasso di letalità tra chi ha meno di vent’anni è dello 0,001 per cento. In altri termini, meno di un giovane contagiato su centomila è morto. Questo tasso è inferiore a tutte le malattie infettive contro le quali i bambini sono al momento vaccinati (morbillo, pneumococco, tetano, orecchioni). Questo basso tasso di letalità implica una contropartita quasi impossibile da garantire: affinché il rapporto rischio-beneficio di un vaccino contro il covid-19 sia positivo per questa fascia d’età, è necessario assicurarsi che presenti un tasso di eventi indesiderabili gravi inferiore a uno su centomila. Nessuno studio clinico, tanto meno in regime di urgenza, può essere condotto su una fascia di popolazione così ampia. I ricercatori che stanno lavorando in questo campo annunciano test su poche centinaia di individui, 2.500 nel caso dei progetti più ambiziosi.
Quindi vaccinare questa fascia d’età porrà inevitabilmente una questione etica: non solo i bambini avranno poco da guadagnare in termini individuali da questa vaccinazione, ma non si saprà qual è il rapporto rischio-beneficio che li riguarda finché non saranno state vaccinate più di centomila persone. La questione etica non sembra imbarazzare, però, l’Organizzazione mondiale delle sanità (Oms), che nelle sue raccomandazioni suggerisce di includere i bambini per ottenere un’immunità collettiva e quindi “un’interruzione della trasmissione del virus”.
L’immunità collettiva è l’obiettivo ideale di tutti i vaccini: più è alto il numero di persone vaccinate, meno l’agente patogeno riesce a circolare tra la popolazione e più l’insieme degli abitanti è protetto, compresi quelli che non possono farsi vaccinare o quelli su cui il vaccino è meno efficace. Superata una certa percentuale di persone vaccinate, è impossibile per una malattia continuare a circolare in una popolazione. Questo tasso si calcola in funzione della contagiosità del virus. Nel caso del covid-19, tenuto conto del fatto che un malato in media ne contagia altri 2,5 (quando non sono in atto misure d’isolamento), secondo gli specialisti il tasso sarebbe del 60 per cento. Ma occorre che il vaccino abbia questa dimensione “collettiva”, cosa che non sempre succede. Per esempio, tra i vaccini contro le malattie contagiose più conosciute, quelli per la poliomielite e la difterite non garantiscono una protezione di gruppo. È vero che i due vaccini proteggono le persone vaccinate, ma non gli impediscono di trasportare l’agente patogeno e quindi di trasmetterlo. In queste condizioni è impossibile interrompere la circolazione del virus, a prescindere dal numero di persone vaccinate.
Anticorpi neutralizzanti
Cosa succederà con i vaccini contro il
covid-19? Per il momento “i soli criteri di efficacia scelti come obiettivo sono la presenza di anticorpi neutralizzanti a livelli paragonabili o superiori a quelli di individui convalescenti”, spiega Frédéric Tangy, dell’istituto Pasteur di Parigi. In altri termini, parliamo di un obiettivo di protezione individuale. “In linea di principio, se il vaccino comporta una forte riduzione della carica virale, l’individuo vaccinato non sarà più veicolo del virus. Questo però lo vedremo solo nei test clinici della fase due o addirittura tre della sperimentazione”, commenta lo specialista francese. Tangy sta lavorando a un vaccino che entrerà nella fase uno nel mese di giugno.
L’obiettivo dell’immunità collettiva si scontrerebbe anche con problemi di produzione – sembra poco probabile produrre rapidamente miliardi di dosi di vaccino – e con un altro ostacolo: l’accettazione della popolazione. “Le persone si vaccinano per proteggere se stesse ed eventualmente i loro cari. Tuttavia non esiste la vaccinazione solidale”, afferma Patrick Zylberman, dell’École des hautes études en santé publique. “Nella storia dei vaccini la nozione di solidarietà è sempre stata marginale, per non dire inesistente”.
Secondo un sondaggio condotto su un campione di un migliaio di francesi nel periodo d’isolamento, un quarto degli intervistati ha dichiarato che rifiuterebbe di farsi vaccinare se fosse disponibile un vaccino. Questo dato riguarda soprattutto i giovani: il 39 per cento delle persone tra i 26 e i 39 anni, contro il 10 per cento tra chi ha più di 65 anni.
Potrebbe tuttavia profilarsi un’altra via: ispirarsi al virus per calibrare meglio la strategia vaccinale. Tutti gli studi dimostrano che non siamo uguali nella capacità di diffondere il virus. In Cina una ricerca condotta su più di 1.500 persone ha osservato che appena l’8,9 per cento degli individui infettati è responsabile dell’80 per cento dei casi di contagio secondario. La buona notizia è che questa forte eterogeneità fa diminuire sensibilmente la famosa soglia di immunità collettiva.
Secondo due studi in corso di pubblicazione, la percentuale di popolazione immunizzata necessaria a far sì che il virus smetta di circolare sarebbe compresa tra il 10 e il 43 per cento. In altri termini, basterebbe individuare pochi “nodi sociali” per fermare l’epidemia. “Se riuscissimo a mettere in campo una strategia vaccinale che imita questa selezione naturale, vaccinando in via preferenziale le persone più a rischio di essere contagiose, in linea di principio potrebbe essere sufficiente vaccinare tra il 10 e il 20 per cento della popolazione”, commenta Gabriela Gomes, della Scuola di medicina tropicale di Liverpool, nel Regno Unito, coautrice di uno di questi studi.
Bisogna scoprire chi sono questi “superdiffusori”, e qui la faccenda si complica, perché sembra molto difficile. Sappiamo però che questi agenti vengono a loro volta contagiati in “eventi supercontagiosi”, in cui ricevono una forte dose di virus in posti al chiuso. Tra questi luoghi ci sono gli ospedali, i luoghi di culto, le case di riposo, le carceri, le navi da crociera, i sottomarini, le palestre, i cori, i locali notturni, le conferenze, le caserme, i centri di accoglienza per migranti, i funerali, i matrimoni, le manifestazioni sportive e i mattatoi. “Tra i destinatari più pertinenti del vaccino sembrano esserci tutti gli adulti che entrano in contatto fisico con molte persone in spazi chiusi”, conclude Anne-Marie Moulin, esperta di vaccini e filosofa. A partire dal personale medico-sanitario, che non solo paga un tributo altissimo all’epidemia, ma potrebbe rappresentare un vettore non trascurabile del virus. “Sarà necessario individuare tutte le persone collocate in questi nodi sociologici, al tempo stesso trasmettitori e a rischio di contagio”. Questo prefigura un gran lavoro sociologico e psicologico, non solo per individuare queste persone, ma anche per preparare con molto anticipo un’eventuale politica vaccinale che sia accettata e compresa dalla popolazione. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1360 di Internazionale, a pagina 23. Compra questo numero | Abbonati