Quella del 4 novembre può essere considerata la notte dei lunghi coltelli dell’Arabia Saudita. È cominciata con la destituzione del principe Mutaib bin Abdullah, figlio del defunto re Abdullah e capo della guardia nazionale saudita, una forza tribale creata per proteggere la famiglia reale e le più importanti zone petrolifere del regno. La guardia nazionale saudita si consolidò negli anni sessanta con l’aiuto del Regno Unito. All’epoca il regime preferiva disporre di diverse forze armate guidate da vari principi per evitare colpi di stato militari come quelli avvenuti in Egitto, in Siria e in Iraq. In seguito è diventata la base di potere di re Abdullah, grazie alla quale ha mantenuto le relazioni clientelari con le tribù del paese. Suo figlio Mutaib ha ereditato il ruolo di comandante, fino a quando non è stato preso di mira dall’offensiva del principe ereditario Mohammed bin Salman sull’ultima forza di sicurezza in grado di indebolire il suo potere. Anzi, c’è da stupirsi che Bin Salman abbia atteso tanto a lungo.

Da quando nel 2015 è cominciata la sua ascesa al potere, Mutaib si aspettava di essere rimosso dall’incarico, com’era successo al cugino, il principe ereditario Mohammed bin Nayef, spogliato della carica e messo agli arresti domiciliari a luglio. Mohammed bin Salman ha lanciato un’epurazione senza precedenti all’interno della famiglia reale e tra i principi più anziani che potrebbero minacciare la sua conquista del regno. Ora è lui il leader di fatto e tra non molto potrebbe esserlo anche di diritto: questo dipenderà dalla volontà del padre di abdicare o di sottomettersi ai desideri del figlio. Uscito di scena Mutaib, Mohammed bin Salman ha rivolto l’attenzione ai principi più ricchi, nel timore che i loro imperi finanziari possano essere usati nelle future lotte di potere. A qualche ora dal varo del decreto reale che istituisce una commissione anticorruzione guidata dallo stesso Bin Salman, undici principi e diversi ministri sono stati incarcerati. Nella dichiarazione ufficiale lo stato saudita non ha fatto il nome della maggior parte dei principi arrestati, ma tra loro c’è il miliardario Walid bin Talal. I principi potrebbero usare la loro ricchezza per sfidare il potere di Bin Salman, sostenere il dissenso all’estero e aumentare le critiche sui mezzi d’informazione alle politiche economiche e sociali contenute nel piano Vision 2030, annunciato ad aprile del 2016.

Anche alcuni ministri scelti da Bin Salman hanno perso l’incarico con il pretesto della lotta alla corruzione. Il ministro dell’economia Adel Fakih è stato sostituito dal suo vice Mohammed al Tuwaijri, che potrebbe favorire nuovi programmi di privatizzazione e di espansione della forza lavoro saudita in accordo con i piani economici di Bin Salman.

Da sapere
La scalata del principe

23 gennaio 2015 Muore il re Abdullah bin Abdulaziz al Saud. Gli succede il fratellastro Salman. Mohammed bin Salman, figlio del nuovo re, è nominato ministro della difesa.

25 marzo Riyadh lancia un’operazione militare contro i ribelli houthi nello Yemen.

29 aprile Il re Salman nomina il nipote Mohammed bin Nayef principe ereditario e Mohammed bin Salman secondo nella linea di successione al trono.

25 aprile 2016 Bin Salman annuncia il piano Vision 2030 per lo sviluppo nazionale.

21 giugno 2017 Il re Salman nomina Mohammed bin Salman principe ereditario al posto di Mohammed bin Nayef.

4-5 novembre Bin Salman fa arrestare decine di principi e ministri con l’accusa di corruzione. Poche ore prima il re aveva creato una commissione anticorruzione, affidandone la presidenza al figlio. Viene intercettato un missile lanciato dallo Yemen verso Riyadh.

7 novembre Bin Salman accusa l’Iran di aver condotto un “atto di aggressione militare”, fornendo missili ai ribelli sciiti yemeniti.

Al Arabiya


La notte del 4 novembre un missile lanciato dallo Yemen contro l’aeroporto di Riyadh ha provocato un’esplosione e creato il panico tra gli abitanti della città. Le autorità hanno poi annunciato che il missile era stato intercettato e non aveva fatto vittime. La guerra nello Yemen, in corso da quasi tre anni, non ha portato alla vittoria prevista da Bin Salman. Gli attacchi aerei sauditi sullo Yemen sono cominciati nell’aprile del 2015 con il pretesto di proteggere i confini meridionali del paese, ma oggi i missili yemeniti sono in grado di raggiungere il cuore della capitale. Le implicazioni dell’attacco, però, sono passate in secondo piano dopo l’epurazione.

Misure ad alto rischio

Mohammed bin Salman potrà sentirsi al sicuro dopo aver allontanato i cugini rivali, impedendo ad alcuni di viaggiare e mettendone altri agli arresti in alberghi a cinque stelle di Riyadh. Tuttavia sentirsi al sicuro grazie a misure così rischiose potrebbe non essere l’ideale per un giovane leader autoritario che pretende il sostegno pubblico ai suoi progetti da parte di tutti. Chi non lo appoggia è destinato a finire in prigione, come è successo a molti, tra cui vari esponenti del clero, che erano rimasti in silenzio di fronte alla crisi con il Qatar.

È difficile capire come possa emergere un regno moderno ed economicamente progredito da pugnalate alle spalle ed epurazioni. In Arabia Saudita non esiste una magistratura indipendente per gestire i casi di corruzione né un consiglio della famiglia reale per mettere un freno all’eccentrico principe o un’opposizione credibile che possa indebolire il suo controllo sul paese.

In questa situazione la violenza incombe sul regno, e chi è disposto a commettere atrocità occupa il vuoto creato dal potere autoritario di Bin Salman, che mette a tacere perfino i cugini, figurarsi la gente comune che non ha il potere di sfidarlo. L’Arabia Saudita è sempre stata governata da principi che si spartivano il potere, ma Mohammed bin Salman la sta trasformando nel suo parco giochi. ◆ _gim _

Madawi al Rasheed _è esperta di Arabia Saudita. È visiting professor al Middle east centre della London school of economics. _

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1230 di Internazionale, a pagina 18. Compra questo numero | Abbonati