Dipende dall’avvicinarsi delle elezioni israeliane del 27 ottobre? O è la radicalizzazione di un movimento che è molto meno spontaneo di quanto ci abbiano fatto credere? Fatto sta che i coloni israeliani estremisti della Cisgiordania hanno intensificato gli attacchi contro quelli che hanno scelto come nemici: palestinesi, giornalisti e diplomatici europei. L’impunità di cui beneficiano in Israele, nonostante qualche condanna delle azioni più clamorose, e la timidezza con cui reagiscono i paesi occidentali li incoraggiano a spingersi oltre ogni limite.

Heidi Levine, fotografa del Washington Post, è stata picchiata e ferita gravemente da un gruppo di coloni nel villaggio di Abu Falah. Il giorno dopo un alcuni diplomatici europei diretti verso la località di Taybeh per assistere alla raccolta delle olive, un momento importante della vita dei palestinesi ormai segnato dalle violenze, sono stati attaccati dai coloni. Un politico francese, Bernard Baudoux, 78 anni, sindaco comunista di Aulnoye-Aymeries, è stato picchiato selvaggiamente.

Dato che le vittime sono cittadini stranieri, questi episodi hanno suscitato reazioni ai massimi livelli dello stato ebraico. Ma sono mesi che le violenze colpiscono senza sosta i palestinesi, perseguitati da gruppi di coloni violenti.

In Israele i commenti sono molto misurati e non c’è traccia dell’indignazione che episodi come questi meriterebbero. Fanno eccezione 120 ex ambasciatori e diplomatici israeliani, che hanno condannato il “terrorismo ebraico”, parlando di una “macchia morale per Israele” e di “tradimento dei valori ebraici”. E hanno detto di essere preoccupati dei danni causati all’immagine e alle relazioni d’Israele.

La reazione degli ex diplomatici, consapevoli delle conseguenze degli eventi in Cisgiordania a livello internazionale, rivela la spaccatura che si è creata nella società israeliana tra le poche voci critiche e una popolazione largamente indifferente. Dopo il 7 ottobre 2023le posizioni politiche si sono inasprite, soprattutto riguardo alle critiche dall’estero, percepite come manifestazioni di antisemitismo.

Qualcuno potrebbe pensare che le violenze dei coloni in Cisgiordania e la disumanizzazione della guerra nella Striscia di Gaza, evidenziata dal documentario Naza, siano al centro della campagna elettorale, come anche la presenza all’interno della coalizione di governo di personaggi detestabili come Itamar Ben-Gvir, ministro di estrema destra e sostenitore della pulizia etnica.

E invece tutto ruota intorno alla figura di Benjamin Netanyahu, ancora di più dopo le rivelazioni sul fatto che prima del 7 ottobre 2023 era stato avvertito di un attacco imminente, senza fare niente. L’opposizione ha come unico obiettivo l’allontanamento di Netanyahu, ma non propone alcuna alternativa, come invece avveniva in un passato che oggi sembra sempre più remoto.

Comunque vadano le elezioni, resterà il problema dei coloni (e non solo dei gruppi più violenti), che avrà un peso crescente sui rapporti tra lo stato ebraico e il resto del mondo. Gli ex diplomatici israeliani fanno bene a sollevare questioni di natura morale e politica. Il problema è che sono terribilmente soli.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

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