Le elezioni sono il fondamento delle democrazie contemporanee. Anche se in senso stretto non sono davvero democratiche, perché non seguono il principio rappresentativo di “una persona, un voto”. A seconda delle forze politiche che approvano le leggi elettorali, diversi meccanismi distorcono la rappresentanza. Per esempio in Spagna le piccole città e le aree rurali sono sovrarappresentate e in genere votano soprattutto a destra. E nei sistemi che, come quello spagnolo, si basano sul metodo di ripartizione dei seggi inventato nell’ottocento dal belga Victor D’Hondt i grandi partiti sono avvantaggiati.
A volte però questi trucchi si ritorcono contro chi li ha elaborati. La destra spagnola potrebbe essere penalizzata per la sua frammentazione in tre blocchi. E la crescita del Partito socialista sotto la guida del premier Pedro Sánchez, che ha recuperato alcuni tratti dell’identità socialdemocratica e ha superato le sbandate neoliberiste dei suoi predecessori, procurerà alla sinistra dei deputati in più che potrebbero rivelarsi decisivi per governare. In ogni caso le regole non possono essere cambiate durante la partita, anche se è evidente che prima o poi bisognerà riformare una costituzione poco democratica sotto vari aspetti.
Quando ormai credevamo di averlo superato, è risorto lo spettro del franchismo, con il suo seguito di autoritarismo, sessismo, omofobia, xenofobia e ultranazionalismo
Per questo le elezioni spagnole del 28 aprile saranno decisive. Soprattutto perché, quando ormai credevamo di averlo superato, improvvisamente è risorto lo spettro del franchismo, con il suo seguito di autoritarismo, sessismo, omofobia, xenofobia, razzismo e ultranazionalismo spagnolo. I nostalgici spuntano da ogni parte. E, anche se non sono la maggioranza, possono rivelarsi abbastanza numerosi da spostare verso l’estrema destra il Partito popolare (Pp) e Ciudadanos (che in quanto a nazionalismo è indistinguibile dal Pp), con tutto ciò che questo comporta per la convivenza pacifica nella società e in politica.
A destra l’odio per Sánchez è talmente forte che getta un’ombra cupa su una democrazia già messa in discussione dal modo incivile in cui viene repressa la proposta pacifica di decidere democraticamente il futuro dei rapporti tra Spagna e Catalogna.
E questa è l’altra ragione fondamentale che fa di queste elezioni le più importanti dal ritorno alla democrazia. Il risultato del voto stabilirà la possibilità o l’impossibilità della coesistenza pacifica nello stato spagnolo. Deciderà se è possibile risolvere le contraddizioni profonde tra progetti nazionali diversi e tra i desideri delle persone attraverso il dialogo, il negoziato e gli inevitabili compromessi. O se, al contrario, andremo allo scontro.
Perché queste elezioni siano risolutive e tirino fuori la Spagna dalla confusione e dall’angoscia sono necessarie due condizioni. La prima è che ciascuno voti secondo la sua coscienza, in base a quello che pensa e non ai tatticismi. Con il cuore più che con la testa. Perché non seguire le proprie convinzioni significa addentrarsi in un gioco strategico che è impossibile controllare, dato che i partiti, una volta presi i voti degli elettori, possono negoziare secondo i propri interessi.
Se volete che torni la dittatura, votate Vox senza esitazione e i politici si regoleranno di conseguenza. Se siete di sinistra e temete che i socialisti possano finire per allearsi con Ciudadanos, votate Podemos o qualcuno dei suoi alleati sempre meno alleati. Se volete affermare la sovranità della Catalogna, votate il partito indipendentista che considerate più efficace. Alla fine dei conti bisogna esprimere anche la propria preferenza per il dialogo o per lo scontro, una decisione che va al di là dell’opposizione tra destra e sinistra. Se vogliamo chiarezza una volta per tutte, bisogna prendere posizione in base alle nostre vere e intime opinioni.
Chi non vota non potrà lamentarsi dopo. Perché stavolta ogni voto conterà davvero. Questa è la seconda condizione necessaria perché la democrazia spagnola funzioni, nonostante tutti i suoi condizionamenti. Senza voto non c’è diritto di parola.
Chi si gioca di più in queste elezioni sono le donne. Perché, dopo secoli di oppressione e decenni di belle parole, le ultime due edizioni dell’8 marzo hanno dimostrato un cambio di mentalità nella maggior parte delle donne che sta trasformando le cose. Da queste nuove donne sorgeranno rapporti inediti tra donne e uomini, una nuova sessualità, una nuova istruzione, una famiglia rinnovata e il desiderio di superare la repressione del desiderio.
Ma è in corso una controffensiva maschilista e patriarcale. Gran parte della risurrezione dell’estremismo di destra è dovuta al fatto che uomini insicuri della loro mascolinità stanno cercando di sottomettere le donne. È un momento decisivo per i diritti delle donne. Le elettrici scelgano chi le rappresenta meglio, ma votino.◆gac
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Questo articolo è uscito sul numero 1304 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati





