Aberdeen e il suo potenziale energetico meritano gli incoraggiamenti di una testa coronata. Il 22 settembre la città scozzese, capitale britannica degli idrocarburi, ha accolto Carlo III per l’inaugurazione della nuova sede della Great British Energy, un’azienda pubblica fondata due anni fa per accelerare la transizione del Regno Unito verso le energie rinnovabili. La scelta dovrebbe rappresentare il sostegno del governo alla trasformazione di Aberdeen in un centro dell’economia decarbonizzata. Un percorso complesso ma promettente, stando alle parole del monarca, grande sostenitore dell’ecologia. Resta da vedere se l’evento entrerà nella storia della città al pari di un’altra lontana visita reale: quella di Elisabetta II, arrivata nel novembre 1975 per inaugurare il giacimento di Forties, scoperto dalla British Petroleum, poi diventata Bp. Spingendo un pulsante dorato dalla sede del gruppo a Dyce, alla periferia della città, la sovrana diede ufficialmente il via all’era del petrolio del mare nel Nord, che per decenni ha garantito la prosperità della regione. Al culmine di quell’epoca, a cavallo del duemila, la città scozzese vantava la più alta concentrazione di milionari di tutto il paese.
Quegli anni prosperi sono ormai finiti, ma il futuro degli idrocarburi resta al centro del dibattito. L’insediamento della Great British Energy trova molto meno spazio nella cronaca locale rispetto alla sorte di due giacimenti nel mare del Nord, uno di gas e l’altro di petrolio, chiamati Jackdaw e Rosebank. Nelle prossime settimane il governo laburista di Andy Burnham dovrà decidere se autorizzarne lo sfruttamento, approvato dalla precedente maggioranza conservatrice e poi contestato in tribunale. La scelta è lacerante: un via libera screditerebbe gli impegni laburisti sul clima dopo un’estate segnata da ondate di calore eccezionali; un rifiuto potrebbe accelerare il tramonto degli idrocarburi nel mare del Nord e il declino economico di Aberdeen. Il tutto sullo sfondo della guerra in Medio Oriente, che fa aumentare i prezzi dell’energia.
Jackdaw, situato a 240 chilometri al largo delle coste scozzesi, a pieno regime può assicurare fino al 6 per cento della produzione britannica di gas. Lo sostiene la Adura, la joint venture tra il gruppo anglo-olandese Shell e quello norvegese Equinor che gestisce il giacimento. “Ci sono squadre in mare pronte ad aprire le valvole”, dice Katy Heidenreich, dell’organizzazione di lobbying del settore energetico Offshore energy Uk. “Manca solo un foglio di carta del governo perché il gas di Jackdaw sia immesso nella rete e contribuisca alla nostra sicurezza energetica”.
La questione è strategica, dato che le riserve di gas del Regno Unito sono ai minimi: pari ad appena un quarto della capacità di stoccaggio, queste scorte consentono di coprire solo tre giorni di consumo nazionale.
Meno petrolio
L’argomento è contestato dagli ambientalisti. “C’è una realtà geologica difficile da ignorare: anche se si dichiara di voler aumentare le estrazioni, i bacini di gas e petrolio sono in declino”, sottolinea Guy Ingerson, coordinatore locale dell’ong Friends of the Earth Scotland. Secondo il centro studi britannico Energy and climate intelligence unit, è già stato estratto circa il 90 per cento degli idrocarburi disponibili nella zona. Rispetto al picco della fine degli anni novanta la produzione nazionale è diminuita di più del 70 per cento.
La Scozia è già tra i leader europei nella produzione di energia verde
La scorsa estate la Bp ha aggravato lo sconforto di Aberdeen annunciando di aver messo in vendita le sue attività nel mare del Nord. “Vedere l’ex British Petroleum lasciare il Regno Unito è un enorme spreco”, sospira Daniel McAteer, amministratore delegato della Nexos, un’azienda di servizi e ingegneria per l’industria energetica. I motivi, aggiunge, stanno soprattutto nelle politiche del governo, come la tassa sugli extraprofitti introdotta nel 2022, quando l’impennata dei prezzi provocata dalla guerra in Ucraina aveva fatto esplodere gli utili dei gruppi energetici. Ritoccata più volte, la tassa ha contribuito a portare il carico fiscale al 78 per cento.
Professionisti come McAteer sono convinti che sotto i fondali marini ci siano ancora risorse sufficienti “per i prossimi venti, trenta, quarant’anni”. Lo dimostrerebbe la vicina Norvegia, primo fornitore di gas naturale dell’Unione europea, dove sono in aumento sia gli investimenti sia le attività d’esplorazione. Nel Regno Unito, invece, l’incertezza normativa e la promessa dei laburisti d’introdurre una moratoria sui nuovi permessi di trivellazione hanno congelato i progetti. Questo è bastato, si lamentano gli imprenditori, per accelerare il calo della produzione e allo stesso tempo aumentare la dipendenza energetica dall’estero. “Le importazioni hanno un’impronta di carbonio molto più alta rispetto a ciò che produciamo localmente”, sostiene John Underhill, direttore del centro sulla transizione energetica dell’università di Aberdeen. “Inoltre, non generano entrate per lo stato né salvano posti di lavoro”.
È questo il tema centrale per una città che ospita una fitta rete di fornitori e subappaltatori specializzati nella posa di cavi sottomarini, nella fabbricazione di pompe e valvole o nella messa in sicurezza dei pozzi. Alla fine del 2024 l’azienda di consulenza Ey ha dichiarato che Aberdeen aveva già perso 18mila posti di lavoro in meno di quindici anni. “Siamo tutti legati a questo settore industriale. Se non io direttamente, mio fratello o il mio migliore amico”, osserva Liam Kerr, deputato conservatore al parlamento scozzese. “Perfino Union street è ormai solo l’ombra di se stessa”: lungo la principale arteria commerciale della città, i fast food si alternano ai negozi vuoti.
Per compensare il calo dell’attività, diverse imprese locali si sono rivolte all’esportazione, puntando sul golfo del Messico, sull’Africa o sul Medio Oriente. Molte scommettono soprattutto sulla transizione energetica, contando di riconvertire le competenze locali. Alla Nexos l’80 per cento dei dipendenti lavora ancora nel settore degli idrocarburi, ma il gruppo guarda con interesse al mercato delle infrastrutture elettriche.
Anche l’eolico in mare è considerato una chiave per il futuro. Al North east Scotland college (Nescol), che forma il personale tecnico dei gruppi petroliferi e del gas, un anno fa è stato aperto un centro di formazione dedicato alle professioni della transizione energetica. L’iniziativa è sostenuta in particolare dalla Shell e dalla Etz, un’impresa finanziata dallo stato e dai privati per creare un polo d’innovazione industriale intorno alle tecnologie a basse emissioni di carbonio. In un capannone, una decina di studenti si esercita in lavori di riparazione per le future turbine di Aberdeen. “L’obiettivo è formare tutti i profili professionali necessari a chi investe nelle rinnovabili”, spiega Robin McGregor, vicedirettore responsabile dei programmi al Nescol. “Il problema è che la transizione richiede tempo, mentre il calo dell’attività nel petrolio e nel gas è rapido”.
La Scozia, comunque, è già tra i leader europei nella produzione di energia verde, ma da qualche tempo il settore rallenta, frenato soprattutto dalla limitata capacità di assorbimento della rete elettrica. Il porto di Aberdeen riflette il delicato passaggio da un passato radicato nelle energie fossili a un futuro decarbonizzato: nel 2023 è stato inaugurato un ampliamento, il porto sud, dotato di nuovi punti di ormeggio in acque profonde e di ampi spazi di stoccaggio, per accelerare la diversificazione e fungere da area di transito per componenti di grandi dimensioni, come le torri e le navicelle delle turbine eoliche. Ma ancora oggi le sue banchine ospitano soprattutto navi di servizio per l’industria petrolifera e un’immensa piattaforma di perforazione mobile appena rientrata da un giacimento offshore. “Vorremmo usare le nostre infrastrutture per le rinnovabili, ma non vediamo concretizzarsi i progetti”, lamenta il direttore commerciale Roddy James. Le energie a basse emissioni rappresentano il 10 per cento del traffico portuale, ma solo il 5 per cento dei ricavi. Il nuovo settore, inoltre, richiede meno manodopera.
Aberdeen può riuscire nella sua riconversione? “Il dibattito è distorto, perché è monopolizzato dall’industria petrolifera”, dice Erik Dalhuijsen, ex ingegnere petrolifero e fondatore dell’associazione Aberdeen climate action. “L’energia non è l’unico mezzo per eliminare le emissioni. C’è anche la riqualificazione degli edifici, che potrebbe diventare una fonte di occupazione”. La città scozzese ha già vissuto altri sconvolgimenti. Nel novecento ha superato le crisi della pesca, la fine dell’età d’oro del granito e il declino della cantieristica navale. “Oggi sono tutti convinti che occorra far avanzare la transizione. L’unico problema è il ritmo”, afferma John Underhill. “Non dovremmo deindustrializzarci per decarbonizzarci”. ◆ gim
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Questo articolo è uscito sul numero 1686 di Internazionale, a pagina 94. Compra questo numero | Abbonati