L’uomo è immobile, con il corpo magro coperto solo in parte da vestiti rattoppati e una siringa vuota conficcata nella mano destra. Sono le otto di mattina nell’edificio occupato da un gruppo di eroinomani a Bombolulu, un quartiere popolare di Mombasa, una città costiera circa 500 chilometri a sudest della capitale keniana Nairobi. Pochi minuti prima in questo terreno incolto dove scorrazzano capre e galline una trentina di clienti erano radunati intorno allo spacciatore, chi rollando una sigaretta, chi preparandosi la dose da iniettare. Tutto questo fermento si è spento man mano che la droga entrava in circolo nei loro corpi distrutti. “Con l’eroina sei arrivato al capolinea”, dice Mbarack, trent’anni, che indossa un piumino nonostante il caldo. “La prima dose la senti dalla punta dei piedi fino al cervello, poi ti esplode nel cuore e rimane per sempre dentro di te”. Nel corso della giornata lo spacciatore tornerà là cinque, sei, sette volte, per soddisfare una domanda ormai insaziabile.

L’eroina è arrivata nell’area di Mombasa, la seconda città del Kenya e il primo porto africano sull’oceano Indiano, una decina di anni fa. Poco lontano dalle spiagge paradisiache e dagli alberghi tutto incluso frequentati dai turisti occidentali, gli spazi occupati come quello di Bombolulu si sono moltiplicati. Ma la droga si consuma anche dentro le case, al riparo da sguardi indiscreti.

L’eroina ha investito una popolazione povera, che deve fare i conti con la disoccupazione e che si sente esclusa dal boom economico di Nairobi. Ha attirato soprattutto i giovani, che rischiano di essere reclutati dalle bande criminali e dai miliziani di Al Shabaab, il gruppo estremista islamico somalo, molto presente in questa regione musulmana vicino alla frontiera.

Secondo la dottoressa Fatma Jeneby, responsabile del programma sulle tossicodipendenze dell’ospedale Mewa di Mombasa, “nelle scuole sono stati segnalati casi di bambini che a dieci anni sono già dipendenti dall’eroina”. Sulla costa il consumo di hashish e di qat, una pianta euforizzante molto diffusa nel Corno d’Africa, fa parte della cultura locale. Ma “l’eroina ha cambiato le regole del gioco”, continua la dottoressa, che indossa un velo nero sul capo.

Attraverso tre continenti

Porto strategico da millenni, Mombasa è diventata una tappa fondamentale nel viaggio dell’eroina attraverso i continenti. Per molto tempo questa droga estratta dal papavero afgano ha raggiunto i consumatori di Europa e Stati Uniti passando per il Medio Oriente e l’Europa meridionale, attraverso quella che era chiamata la rotta dei Balcani. Tuttavia, con l’allargamento dell’Unione europea e con la crisi migratoria scatenata dalla guerra in Siria, che ha aumentato i controlli alle frontiere, i trafficanti hanno rivolto lo sguardo a sud, optando per la costa dell’Africa orientale.

Con l’allargamento dell’Unione europea e l’aumento dei controlli alle frontiere, i trafficanti hanno rivolto lo sguardo a sud optando per la costa dell’Africa orientale.

Il compito titanico di fermare queste attività illegali spetta allo spagnolo Amado de Andrés, rappresentante per l’Africa orientale dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine (Unodc). Nel suo ufficio all’interno della sede dell’Onu a Nairobi, De Andrés indica il tragitto compiuto dall’eroina su una mappa appesa al muro: “Oggi tra le 130 e le 200 tonnellate transitano per l’Africa orientale, Mozambico compreso”. Nel 2013 erano 22 tonnellate. Secondo l’ultimo rapporto annuale sulla droga pubblicato dall’Unodc, la produzione mondiale di eroina è compresa tra le 487 e 737 tonnellate.

Dall’Afghanistan l’eroina viaggia attraverso tre continenti, superando le montagne, il mare e la savana. Viene inizialmente trasportata nel sudovest del Pakistan, sulla costa di Makran, poi attraverso l’oceano Indiano a bordo di imbarcazioni tradizionali, “dhow in legno, a motore, lunghi tra i 15 e i 23 metri, dimensioni che gli permettono di affrontare il mare aperto e allo stesso tempo di non essere rilevati dai satelliti o dalle pattuglie navali”, si legge nel rapporto “The heroin coast, realizzato nel 2018 dall’ong svizzera Global initiative against transnational organized crime (Gi Toc).

I _dhow _gettano l’ancora al largo delle coste africane. A recuperare i carichi ci pensano alcune imbarcazioni più piccole, che poi li portano su “spiagge, calette, isole o in piccoli porti commerciali. Lungo la costa tra Chisimaio, in Somalia, e Angoche, in Mozambico, ci sono decine di siti di sbarco”. Arrivata sulla terraferma, la droga viaggia verso sud a bordo di camion, nascosta tra materiali da costruzione, derrate alimentari o prodotti del bracconaggio. A Nairobi Victor Okioma, il direttore della Nacada, l’agenzia keniana per la lotta alla droga, sottolinea “la grande capacità d’innovazione dei trafficanti”. “L’altro giorno”, racconta, “mi hanno mostrato una penna che aveva uno scompartimento dove nascondere l’eroina”.

Mercati in competizione

Successivamente la droga passa per il Sudafrica, con i suoi grandi porti, in particolare quello di Città del Capo. Da qui la merce è pronta per risalire l’oceano Atlantico. Questo laborioso percorso lungo l’estremità meridionale del continente può sembrare poco pratico, soprattutto se si pensa che la droga potrebbe facilmente attraversare il Sahara. In realtà una piccola parte passa di lì o viaggia in aereo.

“Le reti dell’eroina”, precisa De Andrés, “non sono ancora ben organizzate nel Sahel, perché il territorio fino a poco tempo fa era dominato da chi gestiva il traffico di cocaina”, che parte dall’America Latina e raggiunge l’Europa dall’Africa occidentale. I trafficanti di cocaina “hanno già un mercato enorme da gestire. Aprirne un altro significherebbe andare incontro a nuove incognite, mentre la loro filosofia è ‘massimizzare i profitti e minimizzare i rischi’”.

Peter Gastrow, esperto sudafricano di criminalità organizzata e uno degli autori del rapporto di Global initiative, sostiene che il passaggio per il “Sudafrica sia più redditizio” e “riduca i pericoli”, perché i carichi che partono dai porti di questo paese “suscitano meno sospetti”. Nel 2017 in un’azienda vinicola della regione intorno a Città del Capo è stata trovata una tonnellata di eroina nascosta in casse di vino destinate all’Europa. “Il carico è stato scoperto solo perché una cassa è caduta e si è aperta, e gli operai hanno visto una strana polvere bianca in mezzo alle bottiglie. Chi avrebbe potuto sospettare di un buon vino sudafricano?”, ironizza Gastrow.

La rotta dell’Africa orientale offre alcuni vantaggi ai trafficanti. Il Kenya, la Tanzania e il Mozambico sono paesi che negli ultimi anni hanno conosciuto una forte crescita e un rapido sviluppo degli scambi commerciali, e questo significa che le merci passano facilmente inosservate. Inoltre sono paesi con buone infrastrutture, in particolare nelle telecomunicazioni. WhatsApp si è rivelata uno strumento prezioso per organizzare il traffico in Mozambico, si legge nel rapporto dell’ong svizzera.

Allo stesso tempo questi paesi si contraddistinguono per delle carenze che si rivelano altrettanto utili per i trafficanti. I controlli alle frontiere e i servizi di sicurezza sono scarsi. I sequestri di stupefacenti sono rari, anche se i pochi che riescono riguardano quantità impressionanti. Nel 2014, per esempio, le autorità keniane trovarono 340 chili di eroina a bordo di una barca senza bandiera: un sequestro senza precedenti per il Kenya, ma una quantità minima rispetto ai volumi del traffico internazionale. “La zona economica esclusiva di questi paesi si estende per milioni di chilometri quadrati. I trafficanti giocano al gatto con il topo, e sanno che per tre barche che vengono intercettate cento passano senza problemi“, spiega De Andrés.

“Mio marito ha cercato di farmi disintossicare, ma alla fine ha chiesto il divorzio. Mi sono ritrovata da sola, a dormire per strada e a prostituirmi”

E poi c’è la corruzione. In un dispaccio del 2008 pubblicato da WikiLeaks l’ambasciata statunitense in Kenya scriveva che “la corruzione è così vasta che assumere nuovi poliziotti potrebbe avere un effetto perverso, spingendo i trafficanti a rivedere i loro metodi per non essere individuati e perseguiti”.

Debolezze da sfruttare

Lungo tutto il percorso della droga bastano poche banconote per far chiudere un occhio a un poliziotto, a un doganiere, a un magistrato o a un politico. “C’è un legame fra il traffico di stupefacenti lungo la costa e alcune attività politiche”, ha ammesso in una conferenza stampa nell’agosto del 2019 il ministro dell’interno keniano Fred Matiangi, mentre annunciava per l’ennesima volta “la guerra alla droga”.

Le autorità dell’Africa orientale non avevano previsto, però, che l’ondata di eroina avrebbe travolto la popolazione locale. Secondo l’Unodc tra l’8 e il 10 per cento della droga è smerciata in questi paesi. Non si sa se viene pagata in natura, con dei furti, o se esista la volontà deliberata di creare un mercato. Ma resta il fatto che “l’Africa ha registrato un forte aumento nel consumo di eroina”, si legge nel rapporto di Global initiative, con 32mila consumatori in Tanzania, 55mila in Kenya e più di 75mila in Sudafrica. In alcuni luoghi, come le Seychelles e Mombasa, il documento parla di “epidemia”.

A Mombasa Hussein Taib, un esponente di primo piano della comunità musulmana, ricorda con tristezza l’epoca in cui i primi pacchi di eroina arrivarono sulla costa negli anni novanta. “All’epoca la gente non aveva preso il problema sul serio. La chiamavano unga”, farina in swahili, ricorda quest’uomo di cinquant’anni con la barba, la djellaba bianca e il kufi (copricapo tradizionale). Fu allora che Taib decise di fondare l’ospedale Mewa.

Da allora la droga ha fatto danni enormi. L’eroina in Kenya è relativamente poco costosa: circa duemila scellini al grammo (17 euro), rispetto ai 35 euro in Francia, ai 59 nel Regno Unito e ai 154 in Finlandia, secondo i dati raccolti dall’Unodc del 2017. Una singola dose costa 200 scellini. Tuttavia questo può essere un prezzo molto alto per gli eroinomani della costa keniana, che consumano anche cinque dosi al giorno, e che sono disposti a tutto pur di racimolare il denaro necessario. È aumentata la prostituzione e il clima d’insicurezza. Le donne tossicomani – un terzo dei pazienti presi in carico al Mewa – spesso non hanno altra scelta che vendere il loro corpo.

“Mio marito ha cercato di farmi disintossicare, ma alla fine ha chiesto il divorzio. Mi sono ritrovata da sola, a dormire per strada e a prostituirmi perché era l’unico modo che avevo per comprare una dose”, confida Yusra Mohammed, un’ex tossicomane che oggi vive con Aicha, la figlia di due anni, in un rifugio del Mewa. Il rifugio consiste, in realtà, in una decina di letti allineati sotto un tetto di lamiera.

La prostituzione e le iniezioni hanno fatto impennare i casi di hiv. Il tasso d’infezione tra i tossicomani che s’iniettano la droga è tre volte più alto (18 per cento) di quello del resto della popolazione keniana (5 per cento). Anche malattie come l’epatite C si diffondono in modo incontrollato.

A Nairobi il capo dell’agenzia keniana per la lotta alla droga ammette di far fatica a gestire la situazione. “Meno dello 0,1 per cento della popolazione keniana consuma regolarmente eroina, ma questa droga causa molta più dipendenza delle altre, e le risorse a nostra disposizione non bastano per seguire tutti i casi”, ammette Okioma. Il Kenya però si è impegnato per contenere i rischi. La legge, teoricamente molto severa, è interpretata con una certa flessibilità per garantire anche un sostegno ai tossicomani. Insieme alla Tanzania, il Kenya è uno dei pochi stati africani che propone l’uso del metadone in alcuni ospedali pubblici, mentre in Sudafrica il sostituto è disponibile solo nelle cliniche private. A Kisauni, un quartiere popolare di Mombasa, un centro finanziato dall’Unodc accoglie ogni giorno 650 pazienti che vengono a prendere la loro dose di metadone.

Quando gli chiediamo informazioni su quanto durano questi trattamenti Abdulnoor Ismail Mohamed, il direttore del centro, risponde: “Secondo lei dopo quanto tempo un diabetico può smettere di prendere le sue medicine? Con l’eroina succede lo stesso. La dipendenza è una malattia mentale, non si può dire: ‘Ora sono guarito’”. Il “successo”, spiega il medico che è originario di Kisauni e ha studiato in Ucraina, arriva quando i pazienti tornano a condurre un’esistenza normale, anche se prenderanno il metadone per tutta la vita.

Da sapere
I danni della droga in Sudafrica
Sudafricani in cura per la dipendenza da eroina (1998-2016). (Fonte: “The heroin coast”, Enact-Gi Toc, 2018)

“L’eroina costa migliaia di scellini. Una volta disintossicato, ti rendi conto che l’unica cosa che sapevi fare era ingegnarti per comprarla”, dice con la voce rotta Abubakar Ahmed, 42 anni, di cui venti passati a farsi di eroina. In ospedale, dice Abubakar, ha dovuto imparare cose molto semplici, come andare a comprare da mangiare e da vestire per sé e per la sua famiglia.

Oltre che delle ricadute sanitarie e sociali dei consumatori, gli esperti si preoccupano della fragilità di questi paesi, già molto vulnerabili. Alla fine degli anni duemila la Guinea-Bissau, centro del traffico di cocaina nell’Africa occidentale, fu il primo paese africano a essere definito “narcostato” perché aveva istituzioni completamente asservite al denaro derivante dalla droga.

“Il rischio è che il narcotraffico aumenti del 100-150 per cento nell’arco di cinque anni e che il consumo di droga diventi il triplo. Questo potrebbe impedire la crescita economica e destabilizzare tutta la regione”, precisa Amado de Andrés.

La mappa
La costa dell’eroina
fonte: le monde

Il rischio del terrorismo

L’Unodc cerca di bloccare il narcotraffico in vari modi: ha unità che controllano i container nei porti, in particolare quello di Mombasa; gestisce centri di sicurezza marittima alle Seychelles e in Somalia; e ha un programma di sorveglianza aeroportuale, in collaborazione con l’Interpol, da attuare in Kenya, Etiopia e Mozambico. Tra i rischi di cui tener conto c’è anche quello che la droga vada a finanziare le organizzazioni terroristiche, in particolare in Kenya, dove sono presenti gli Al Shabaab somali. “L’eroina alimenta il terrorismo e costituisce una minaccia per la sicurezza”, dichiara Okioma. L’eroina è un’importante fonte di finanziamento per i taliban in Afghanistan, ma gli esperti non sono concordi sul fatto che lo sia anche in Africa orientale: per alcuni i guadagni della droga per Al Shabaab sono “importanti”, per altri “non accertati”. In compenso “esistono dei legami tra il gruppo estremista islamico attivo nella provincia di Cabo Delgado (nel nord del Mozambico) e il traffico di eroina”, osserva il direttore del programma marittimo dell’Unodc, Alan Cole.

La somma dei rischi ha spinto le grandi potenze internazionali ad attivarsi. Gli Stati Uniti collaborano con il Kenya nell’addestramento delle reclute dell’esercito e della marina. Nel novembre 2014 la Dea, l’agenzia antidroga statunitense, ha partecipato all’arresto dei fratelli Akasha, due baroni della droga di Mombasa. Alla fine di una lunga indagine svolta in tre continenti, la polizia ha fatto irruzione di notte in una villa di Mombasa per arrestare Baktash e Ibrahim Akasha. Estradati negli Stati Uniti nel 2017, due anni dopo i due fratelli sono stati condannati da un tribunale di New York rispettivamente a 25 e a 23 anni di carcere. Secondo Gastrow questo caso ha messo in evidenza che nella regione sono all’opera i servizi segreti statunitensi, il cui lavoro “risponde al tempo stesso agli interessi keniani, agli interessi del loro paese e ai loro obiettivi geopolitici”.

E non ci sono solo gli Stati Uniti. “Il Regno Unito è attivo in Tanzania, mentre l’Unione europea finanzia un programma in Mozambico insieme agli Stati Uniti, e un altro in Madagascar con la Francia”, continua Cole. Tutti questi paesi partecipano alle Combined maritime forces (Cmf), che dall’inizio degli anni duemila perlustrano l’oceano Indiano per fermare il terrorismo, la pirateria e i traffici illeciti.

L’unità Ctf150 è incaricata di sequestrare gli stupefacenti. “Ogni chilo di droga è denaro perduto per le organizzazioni terroriste, il che significa salvare delle vite”, dichiara il suo comandante, l’australiano Ray Leggatt. La sua unità ha intercettato 4,4 tonnellate di eroina nel 2018 e due tonnellate nel 2019.

I successi delle Cmf e la lotta sempre più dura contro il narcotraffico, in particolare in Kenya e in Tanzania, hanno spostato le rotte della droga più a sud, in Mozambico, come testimonia un importante sequestro di 1,5 tonnellate di eroina realizzato al largo del paese nel dicembre del 2019.

Nel frattempo, osserva Leggatt, è arrivata una nuova droga: “Dopo l’eroina è il turno della crystal meth, una metanfetamina. A dicembre ne abbiamo sequestrato un carico da 130 chili, mentre nel 2018 ne avevamo presi nove chili. Sono cambiati il tipo di droga e le modalità operative. Chi conduce attività illegali sa sempre adattarsi a una nuova situazione”.

Gli esperti si preoccupano anche della diffusione in Africa di nuove sostanze psicoattive, come la ketamina. In alcuni casi queste droghe sfuggono alle convenzioni internazionali e possono essere vendute legalmente. ◆adr

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 54. Compra questo numero | Abbonati