Le raffiche di colpi sono cominciate verso il tramonto dell’11 gennaio nel quartiere di Golestan, cuore commerciale di Ahvaz, capoluogo della provincia del Khuzestan, ricca di petrolio. Per ore gli abitanti hanno riferito di sentire il crepitio delle armi automatiche nei pressi del quartier generale del dipartimento d’intelligence di Ahvaz, dove secondo i mezzi d’informazione governativi i manifestanti sarebbero inizialmente trattenuti.
A quel punto internet in Iran era già oscurato da tre giorni. Nessuno poteva caricare video. Nessuno poteva chiedere aiuto. Eppure, in tutta la provincia del Khuzestan migliaia di persone hanno continuato a riversarsi nelle strade. “Nessuno osava filmare, ma eravamo una marea”, racconta Sina, vent’anni, che abita nel quartiere Zeytun Karmandi di Ahvaz. “È stato tremendo”, aggiunge. “Avevano schierato così tante forze di sicurezza che se ci fossimo fermati a pensare a quello che stava succedendo la paura ci avrebbe sopraffatti. Invece sono arrivate persone della mia età da tutti i quartieri circostanti. Gli agenti lanciavano lacrimogeni e sparavano, ma la folla cresceva”.
Quelle che erano cominciate il 28 dicembre 2025 a Teheran come proteste isolate contro la drastica svalutazione della moneta si sono allargate fino a diventare una delle rivolte più vaste degli ultimi anni in Iran. Per quattro notti consecutive i manifestanti hanno riempito le strade di Ahvaz, Abadan, Dezful e altre città nelle regioni sudoccidentali del paese, di etnia araba, invocando esplicitamente la caduta del governo, nonostante l’intensificarsi della violenza delle forze di sicurezza.
La partecipazione di commercianti tradizionalmente conservatori, dei quartieri della classe media e degli abitanti di città profondamente religiose segna una significativa svolta in una regione che ha sofferto enormemente durante la guerra tra Iran e Iraq e che generalmente è sempre rimasta politicamente tranquilla.
Oggi che le comunicazioni sono interrotte e non si conosce il reale numero di vittime, i testimoni descrivono una popolazione che ha superato una soglia psicologica. “Questa volta la paura della gente è svanita”, afferma Qasem, un abitante di Ahvaz di 28 anni, che ha descritto le proteste come inedite per portata e intensità.
I commercianti del bazar marciano al fianco degli studenti universitari. Nei quartieri della classe media, di solito politicamente tranquilli, è esplosa la ribellione. “Scendiamo in piazza per i diritti delle donne, i diritti umani, le libertà individuali e quella del popolo iraniano”, si legge nell’ultimo messaggio che IranWire ha ricevuto dai manifestanti di Dezful prima che le comunicazioni fossero interrotte. Il vuoto di informazioni ha aggravato i timori della popolazione, memore della sanguinosa repressione seguita al blocco di internet durante le proteste esplose in tutto il paese nel novembre 2019.
Le manifestazioni hanno raggiunto il Khuzestan l’8 gennaio, quando in molte città i commercianti si sono uniti a uno sciopero nazionale che aveva già portato alla chiusura dei bazar a Teheran e in altre grandi città. Quella sera stessa ad Ahvaz, cuore commerciale della regione petrolifera sudoccidentale dell’Iran, dai cortei salivano rivendicazioni che andavano molto oltre quelle dei commercianti.
Qasem ha osservato dal suo appartamento folle di persone confluire verso il centro cittadino. La maggior parte degli abitanti del centro di Ahvaz appartiene alla classe mercantile, conservatrice, anziana e favorevole al governo. Ma i manifestanti erano soprattutto giovani. “Questa volta le proteste sono nelle mani dei giovani”, dice Qasem. “I loro luoghi di ritrovo sono nei quartieri di Zeytun e Kianpars. Ci siamo spostati lì dal centro della città in modo che ci fosse spazio per più persone”.
Nel distretto di classe media di Kianpars, Novian, studente ventenne di ingegneria civile, ha assistito agli scontri che si sono intensificati in serata. “All’inizio non sparavano per uccidere”, ricorda. “Lanciavano lacrimogeni per spaventare e disperdere la gente. Ci sono stati anche scontri corpo a corpo. Le persone non avevano paura, rincorrevano gli agenti e poi scappavano. Quando hanno tagliato la connessione internet è cambiato tutto”, continua. “Gli spari sono aumentati e arrivavano da ogni direzione. Non era neppure possibile capire chi sparava a chi. Questo quartiere è sempre stato abitato da persone dei ceti medio-alti. Non ricordo altre occasioni in passato in cui gli abitanti siano scesi in strada a protestare, neanche nel 2022”, aggiunge riferendosi alle manifestazioni scoppiate in tutto il paese dopo la morte di Mahsa Jina Amini durante un fermo di polizia.
Le cicatrici
Ad Abadan una donna araba vestita in abiti tradizionali ha affrontato la polizia antisommossa che bloccava l’accesso ai manifestanti. Un video pubblicato prima del blocco di internet la mostra rimanere ferma mentre un agente armato la sovrasta. “Le persone hanno diritti. Che ne è stato della libertà di cui parlavate?”, chiede. Poi si toglie l’abaya scoprendo il capo. “Guarda la mia testa. Non ho più capelli a causa dell’acqua salmastra”. Il riferimento all’annosa crisi idrica di Abadan, dove dai rubinetti esce acqua salmastra non potabile ritenuta responsabile di diversi problemi di salute, evidenzia la rabbia accumulata dei manifestanti. La città porta ancora le cicatrici del crollo del palazzo Metropol avvenuto nel 2022, che ha ucciso almeno 43 persone scatenando proteste contro la corruzione e la negligenza delle autorità.
Nader, che ha 19 anni e lavora in una caffetteria, dice che nelle manifestazioni sul viale Amiri sono stati intonati anche slogan a favore di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, e contro i leader della Repubblica islamica. “Fino a poco tempo fa ero uno di quelli che diceva ‘Se ne devono andare, non importa chi verrà dopo’”, racconta. “Oggi dico che chiunque verrà sarà meglio di questo. Cosa potrebbe esserci di peggio?”. Il ragazzo ricorda la recente scomparsa di quattro giovani di Abadan, due delle quali sarebbero state sequestrate in pieno giorno. “La polizia non ha avuto il fegato di ritrovarle”, dice. Secondo il racconto di Nader le forze di sicurezza alla fine si sono ritirate. “Senza le loro armi non hanno nulla”, commenta. “Le nostre mani sono vuote, ma abbiamo intelligenza, coraggio e la motivazione per riappropriarci di quello che è nostro e ricostruire. Questa volta siamo noi i vincitori”.
Forse il luogo dove la rivolta sembrava più improbabile è Dezful, una città profondamente religiosa. Più di 2.600 abitanti, per lo più civili, morirono durante la guerra contro l’Iraq negli anni ottanta. Molte famiglie persero i loro figli al fronte e la città è da sempre considerata un territorio fedele al governo. Eppure l’8 gennaio anche qui i manifestanti hanno gridato “morte al dittatore”. Il mattino successivo sono circolate immagini che mostravano il santuario religioso di Imamzadeh Sabzqaba avvolto dalle fiamme. I mezzi di informazione governativi hanno dato la colpa dell’incendio ai manifestanti.
Ma un giovane abitante contesta questa versione, affermando che nel cortile del santuario le autorità avevano seppellito Gholamali Rashid, comandante dei Guardiani della rivoluzione ucciso nella breve guerra contro Israele del 2025. “Chi ha appiccato l’incendio voleva colpire un luogo usato per strumentalizzare le emozioni delle persone”, sostiene. “Gli oppressori sono capaci di tutto, potrebbero anche aver appiccato loro l’incendio per giustificare una repressione più dura”. L’agenzia di stampa governativa Tasnim ha dichiarato che “mercenari di Stati Uniti e Israele” avrebbero incendiato alcuni siti religiosi e ha accusato i manifestanti di aver dato fuoco a banche, cliniche, basi della milizia basij e a una statua di Qassem Soleimani, comandante dei Guardiani della rivoluzione ucciso da un drone statunitense nel 2020.
A causa del blackout delle comunicazioni è difficile confermare il numero di vittime, però le notizie che arrivano da fonti locali e da gruppi per i diritti umani dipingono un quadro inquietante. IranWire è a conoscenza del fatto che le forze di sicurezza l’8 gennaio hanno usato lacrimogeni, mazze e fucili ad aria compressa, ma il 9 e 10 gennaio hanno cominciato a sparare pallottole vere. L’oscuramento di internet ha riacceso i timori di una replica dei fatti del novembre 2019, quando le autorità avevano interrotto la connessione durante le proteste esplose in tutto il paese contro un’impennata del prezzo dei carburanti. Le notizie emerse dopo il ripristino delle comunicazioni parlavano di centinaia di manifestanti uccisi dalle forze di sicurezza, cifre che il governo non ha mai riconosciuto ufficialmente. ◆fdl
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Questo articolo è uscito sul numero 1648 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati