Fernanda Trías
Melma rosa
Sur, 240 pagine, 17 euro

I primi sintomi sono tosse, debolezza e malessere generale. “Il quarto o quinto giorno la pelle cominciava a squamarsi”. La misteriosa peste che si abbatte su una città portuale è portata da un vento rosso e tossico che rinchiude gli abitanti dietro finestre sbarrate, costringe alcuni a rifugiarsi nell’entroterra e altri, gli infetti, alla quarantena. _Melma rosa _è un libro costruito con una penna così delicata da sembrare perfettamente reale: un incrocio tra una distopia e un romanzo catastrofico che l’autrice uruguaiana immerge in un’ambientazione unica. Il luogo desolato che Fernanda Trías descrive si estende di fronte a un fiume invaso da pesci mutati e alghe, in cui gli scaffali dei supermercati sono svuotati e l’unico alimento in circolazione è una melma rosa prodotta con scarti animali. È una realtà in bilico, che per non capitolare deve confrontarsi con il cambiamento climatico, il rapporto con l’industria della carne e il ruolo dell’essere umano in un ecosistema che non è solo suo. Sull’orlo di questo abisso si muove la protagonista, che deve misurarsi con la dimensione privata di una catastrofe: la dipendenza affettiva, la maternità, la solitudine. Fernanda Trías ha scritto un libro in cui la sua lingua avvolgente usa l’empatia per raccontare l’umano che resiste in un mondo in crisi. ◆

Questo articolo è uscito sul numero 1459 di Internazionale, a pagina 86. Compra questo numero | Abbonati