D’estate, nella pianura padana, si stiracchia un’ombra di noia, allungata dal caldo asfissiante e dalla cappa di umidità. Quando si hanno tredici anni, la si combatte inforcando le bici, addentrandosi nei campi di grano ingialliti e rinfrescandosi con l’acqua ai parchi. Viola fa lo stesso, nell’estate della sua seconda media, in un paese lambito dalle correnti del fiume, e dove le ragazze sembrano sparire inghiottite da una coltre di amnesia collettiva. È successo a sua sorella maggiore Greta, all’indomani di un’alluvione, e la minore pensa ora di poterla riportare indietro leggendo significati in insoliti presagi: alberi attaccati da misteriosi parassiti, pesci-mostro che nessuno vede e una stranissima calura. Alessandra Castellazzi coglie benissimo quel moto ondoso e intricato che, tra l’infanzia e l’adolescenza, lega l’immaginazione alla realtà. In questa narrazione, quando una prende credibilità, l’altra non sembra perdere terreno. Il risultato è un’atmosfera invischiata d’inquietudini e stranezza in cui si muovono un gruppo di ragazzini. Un po’ Twin peaks, un po’ Stranger things. Non so decidermi su quale consistenza abbia La radura: se non fosse per un monologo-spiegazione, direi che è un romanzo costruito per sottrazione, per ovattare un senso di perturbante. Lo si legge a tratti con frustrazione, lo si chiude sentendoci chiamare indietro come la radura con Viola. ◆
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Questo articolo è uscito sul numero 1658 di Internazionale, a pagina 88. Compra questo numero | Abbonati




