Per alcune settimane la vita nelle città è stata messa in pausa. Strade silenziose, cieli vuoti, parchi deserti, cinema, bar e musei chiusi. La frenesia da lavoro e da acquisti, così familiare fino a pochi mesi fa, si è interrotta. L’isolamento ha creato delle città fantasma.

Ora il blocco è finito e la vita è ripresa al solito ritmo, ma la pandemia non ha cancellato i problemi a lungo termine: la dipendenza dai combustibili fossili, l’aumento delle emissioni di CO2, l’aria inquinata, un mercato immobiliare disfunzionale, la perdita di biodiversità, il divario tra ricchi e poveri, il lavoro sottopagato. Presto dovremo tornare a occuparcene.

La crisi del covid-19 ci ha offerto una nuova prospettiva su questi problemi e sui limiti della vita urbana degli ultimi decenni. Le città sono snodi cruciali della nostra società globale interconnessa. Facilitano la circolazione di persone, prodotti e denaro, i guadagni delle aziende e la privatizzazione dei terreni, delle risorse e dei servizi di base. Questa situazione ha portato benefici ad alcune persone, grazie alla possibilità di spostarsi facilmente all’estero, all’abbondanza dei prodotti di consumo, alla capacità di attirare investimenti e a una solida crescita economica.

Ma il mondo urbano globalizzato ha anche un lato oscuro: una società altamente interconnessa può rapidamente trasformare un’epidemia locale in una pandemia. Inoltre ampi settori dell’economia sono gestiti da grandi aziende che non sempre fanno gli interessi della popolazione, le risorse e i terreni possono restare inutilizzati per anni e i lavoratori sottopagati dell’economia informale o della gig economy sono esposti a grandi rischi e hanno poche tutele.

Questo modello presenta le condizioni ideali per la diffusione di malattie come il covid-19, ed è assolutamente inadeguato ad affrontarle. Il vecchio sistema, che prevedeva la competizione tra le città per migliorare la loro posizione nell’ordine globale, non è mai stato particolarmente adatto a soddisfare i bisogni di tutti. Ma oggi che abbiamo bisogno di migliorare la cooperazione e la resilienza locale, appare addirittura pericoloso.

La domanda di fondo

Dopo la pandemia dovremo affrontare un interrogativo esistenziale: a cosa serve davvero una città? A favorire la crescita, attirare investimenti e competere con i rivali sulla scena globale? O a migliorare la qualità della vita di tutti, favorire la sostenibilità e la capacità di affrontare le difficoltà?

Un approccio non esclude sempre l’altro, ma il punto è ritrovare un equilibrio. Al di là delle posizioni politiche e ideologiche, la maggior parte delle persone vuole semplicemente essere in buona salute e sentirsi sicura, soprattutto di fronte alle minacce del futuro, che siano legate al clima, ai fenomeni atmosferici o ai virus.

La pandemia ci ha scaraventati tutti in un colossale esperimento in tempo reale, pieno di esempi di come potrebbe essere un futuro più sostenibile. Oggi abbiamo un’occasione unica per studiare e valutare quali di queste esperienze potremmo usare per costruire città più sostenibili e sicure. In molti paesi è stato dato il via libera a cambiamenti rapidi per controllare meglio l’economia, la sanità, i trasporti e l’approvvigionamento alimentare. Siamo circondati da provvedimenti di politica urbana progressista: blocco degli sfratti, nazionalizzazione dei servizi, assistenza sanitaria e trasporti pubblici gratuiti, congedi per malattia e salari garantiti. Inoltre si stanno moltiplicando le reti di assistenza create da comuni cittadini che si offrono volontari per aiutare i più deboli nelle faccende quotidiane. Le idee radicali di ieri sono diventate le scelte pragmatiche di oggi.

Le innovazioni prodotte dalla crisi possono insegnarci molto, aiutandoci a creare una politica urbana che, al di là dell’emergenza, possa rendere la vita più piacevole e sicura per tutti.

Ridurre le automobili

Durante il lockdown milioni di persone in tutto il mondo si sono ritrovate in contesti urbani molto più silenziosi rispetto al passato. Sulla base di questa esperienza si può immaginare e realizzare un nuovo tipo di mobilità urbana. Alcune amministrazioni cittadine lo stanno già facendo. Il comune di Milano, per esempio, ha annunciato che dopo la crisi trasformerà 35 chilometri di strade carrabili in aree ciclabili e pedonali.

La diminuzione del traffico automobilistico ha mostrato ai cittadini come sarebbe le vita in quartieri più vivibili e pedonalizzati. Dopo la fine delle misure restrittive torneremo a misurarci con la necessità di ridurre le emissioni dovute ai trasporti e migliorare la qualità dell’aria. È una questione cruciale: diminuire la circolazione delle auto, secondo alcuni fino al 60 per cento entro il 2030, potrebbe essere indispensabile per evitare un riscaldamento globale dagli effetti disastrosi.

Questa riduzione risolverebbe una serie di annosi problemi urbani: l’erosione degli spazi pubblici, l’aumento del debito, la proliferazione di centri commerciali nelle periferie, il declino delle aree commerciali nei centri delle città, le morti dovute agli incidenti stradali, la scarsa qualità dell’aria e l’aumento delle emissioni. Un trasporto pubblico accessibile, economico e senza emissioni è essenziale per creare un futuro meno dipendente dalle automobili.

La crisi attuale ha evidenziato un divario significativo per quanto riguarda la possibilità di spostarsi in città. In molti paesi la liberalizzazione e la privatizzazione hanno permesso ad alcune aziende di gestire parte dei trasporti nell’interesse degli azionisti e non degli utenti. Milioni di persone non possono permettersi di comprare né un’automobile né un abbonamento per i mezzi di trasporto pubblico.

Hong Kong, 2015 (Andy Yeung, Andy Yeung)

Questa situazione ha avuto conseguenze enormi durante la pandemia. Per molte persone vulnerabili, la possibilità di usare i mezzi pubblici per raggiungere gli ospedali, i luoghi di approvvigionamento alimentare e altri servizi essenziali può fare la differenza tra la vita e la morte.

Il covid-19 ha dimostrato fino a che punto alcune categorie di lavoratori siano imprescindibili nella nostra vita. È essenziale garantire a queste persone mezzi di trasporto economici e di buona qualità. Già prima della pandemia la questione era stata posta: nel 2018 una città francese ha istituito il trasporto gratuito, mentre il governo del Lussemburgo ha eliminato il biglietto su tutti i mezzi pubblici. La crisi sanitaria ha accelerato il processo, spingendo alcune amministrazioni locali in tutto il mondo a rendere gratuiti i trasporti, soprattutto per i lavoratori essenziali e per le persone più vulnerabili.

Un’altra misura fondamentale è quella di incoraggiare gli spostamenti che costringano a fare attività fisica. In molti luoghi le biciclette sono considerate già da tempo l’opzione migliore per muoversi. Le zone pedonali e le piste ciclabili possono avere un ruolo decisivo negli spostamenti urbani, oltre ad avere un effetto positivo sulla salute dei cittadini. La necessità del distanziamento fisico tra le persone ha fatto emergere la grave carenza di spazi pedonali. Per migliorare la capacità di adattamento e reazione delle aree urbane sarà fondamentale aumentare la superficie dei marciapiedi e sottrarre spazi ai veicoli a motore. Ogni anno nel Regno Unito seimila pedoni muoiono o restano gravemente feriti a causa di incidenti stradali. Un abbassamento dei limiti di velocità potrebbe contribuire a ridurre il carico sugli ospedali, facilitando la gestione di nuove epidemie.

Il lockdown ha prodotto anche una significativa riduzione dell’inquinamento atmosferico. Secondo uno studio recente, le limitazioni imposte in Cina hanno salvato la vita di 77mila persone semplicemente migliorando la qualità dell’aria. Un fattore tanto più importante se si considera che l’inquinamento potrebbe aumentare il rischio di morte nelle persone malate di covid-19. Dati gli elevati costi sanitari e sociali dovuti a una cattiva qualità dell’aria, confermare la tendenza attuale permetterebbe di alleggerire il carico sul sistema sanitario.

Il settore dell’aviazione è stato duramente colpito dalla pandemia. Dall’inizio della crisi il numero complessivo di voli si è più che dimezzato: una diminuzione drastica che in futuro ci permetterà di capire quali e quanti spostamenti aerei siano da ritenere superflui.

Le amministrazioni cittadine dovranno cercare al più presto di rendere permanente la riduzione del traffico stradale e aereo, migliorando l’accessibilità e la qualità dei trasporti pubblici e incentivando gli spostamenti a piedi o in bicicletta. Nelle ultime settimane ci siamo spostati di meno e abbiamo trasferito molte delle nostre attività online. È una grande opportunità per ripensare il nostro approccio al lavoro, agli acquisti e al tempo libero, e per esigere maggiori investimenti in sistemi di trasporto accessibili e sostenibili per tutti.

Misure impensabili

Siamo ormai abituati alle carenze dell’economia urbana moderna: lavoro precario e sottopagato, piccole imprese indipendenti fagocitate dalle multinazionali, privatizzazione dei terreni e delle risorse, crescita del divario tra quartieri ricchi e poveri. Il covid-19 ha evidenziato tutti questi problemi.

I lavoratori meno retribuiti, soprattutto le donne, non hanno avuto altra scelta se non quella di continuare a lavorare, esponendosi al contagio. Gli ospedali hanno registrato carenze di materiali essenziali. Le persone che vivono nei quartieri poveri non hanno più avuto spazi sufficienti per l’attività sportiva e ludica.

In questo senso uno degli aspetti sorprendenti della risposta alla crisi è stata l’introduzione immediata di misure che fino a poco tempo fa sembravano impensabili: la sospensione del pagamento di mutui e affitti, il congedo per malattia (nei paesi in cui non è previsto), la tendenza a nazionalizzare i servizi (soprattutto nella sanità e nei trasporti), il salario garantito, il blocco degli sfratti e la cancellazione dei debiti. La crisi ha spazzato via alcuni capisaldi del libero mercato.

L’emergenza ci ha spinto a dare più valore alle cose che contano. I lavoratori essenziali, soprattutto nei settori della sanità e della filiera alimentare, non sono più considerati ingranaggi trascurabili ai margini del sistema economico, ma ricevono il giusto apprezzamento per il loro contributo vitale al benessere di tutti. I piccoli negozi di quartiere sono stati riscoperti grazie alla loro capacità di creare legami personali e alla loro dedizione alla comunità. È un’occasione per ripensare le aree commerciali del centro delle città, creando un’offerta locale diversificata che possa soddisfare le necessità della comunità e rafforzarla in vista di nuove crisi.

L’emergenza sanitaria ha evidenziato la precarietà economica di molti lavoratori. Oltre ai sussidi statali e alle misure di sostegno ai redditi da lavoro autonomo, stanno emergendo proposte più radicali per cambiare il rapporto tra le persone e il lavoro. La crisi, per esempio, ha rafforzato l’idea di un reddito universale di base, ovvero di una somma di denaro versata senza condizioni e automaticamente a tutti i cittadini, a prescindere dall’attività lavorativa svolta. Il governo spagnolo ha deciso di sperimentare questa misura, e altri paesi stanno valutando la possibilità di seguire lo stesso percorso, per creare una rete di sicurezza che possa garantire a tutti una vita degna e sostenibile.

L’economia sociale può fornire ulteriori spunti per ripensare le città dopo la pandemia. Attraverso le attività di cooperative, piccole imprese locali e organizzazioni di volontariato, l’economia sociale crea beni, servizi e occupazione su base locale in diversi ambiti, dalle energie rinnovabili all’edilizia sostenibile, dall’alimentazione alla microfinanza. Queste attività portano molti benefici: aumento dell’occupazione, approvvigionamento locale, salari più equi, condizioni di lavoro migliori, uso sostenibile delle risorse, partecipazione democratica e maggiore impegno per la giustizia sociale.

Gli edifici e i terreni abbandonati delle grandi imprese di costruzioni potrebbero essere assegnati alle organizzazioni di quartiere per favorire la solidità delle comunità locali attraverso la creazione di aziende agricole, attività per lo sfruttamento delle energie rinnovabili, edilizia, spazi per il tempo libero, biodiversità e stoccaggio di carbonio.

Da sapere
Le più grandi e le più vivibili
Fonte: Il mondo in cifre 2020

Una comunità urbana verde

In questo momento stiamo scoprendo che l’economia può cambiare in meglio. Per esempio molte aziende si sono riconvertite temporaneamente in attività socialmente utili come la produzione di disinfettanti, respiratori e attrezzature mediche. Queste esperienze dovrebbero essere una fonte d’ispirazione per il futuro della pianificazione economica delle città. Le fabbriche potrebbero essere modificate per produrre turbine eoliche, biciclette elettriche, pannelli isolanti e pompe di calore. Gli spazi in eccesso destinati agli uffici privati e agli appartamenti di lusso potrebbero essere riutilizzati per creare alloggi per i lavoratori essenziali, biblioteche, asili nido, scuole di formazione e spazi di coworking.

Durante il lockdown molte persone hanno notato quanto siano ridotti gli spazi verdi disponibili nelle città, e molte famiglie sono rimaste chiuse in ambienti ristretti senza accesso a spazi esterni.

La aree verdi pubbliche dovranno essere ampliate per permettere alle persone di riunirsi e riprendersi dopo il trauma del covid-19. La disponibilità di questi spazi è alla base del nostro benessere emotivo e psicologico, oltre ad avere effetti positivi sulla cattura di anidride carbonica, la qualità dell’aria e la protezione della fauna selvatica.

Alternare spazi abitativi ad ampie aree verdi adatte agli spostamenti a piedi e in bicicletta può ridurre la nostra dipendenza dalle automobili, aumentare la biodiversità e creare luoghi destinati al tempo libero a pochi passi da casa. In questi spazi ci potrebbero essere aree per la produzione locale di cibo e strutture per proteggerci dalle inondazioni, come i sistemi di drenaggio sostenibile e i giardini d’acqua, migliorando la tenuta del territorio in vista di nuove emergenze.

Ci sono poi ottimi motivi per concentrarsi sull’ammodernamento delle strutture abitative. Nella prospettiva di nuove misure di isolamento durante i mesi invernali, la possibilità di avere case calde e con bassi consumi energetici può risolvere altri problemi legati al costo dei combustibili e all’incremento della mortalità in inverno.

La situazione attuale, inoltre, ci offre la possibilità di creare un rapporto migliore con la natura e gli animali. La fauna selvatica, fino a poco tempo fa in costante declino, ha trovato nuovi spazi grazie alla sospensione delle attività umane, ma ora rischia di essere più minacciata di prima. Per creare un migliore equilibrio con le altre specie animali bisognerebbe per esempio ampliare l’habitat della fauna selvatica, ripristinare le aree naturali danneggiate e ridurre la nostra dipendenza dall’allevamento intensivo e dalle diete a base di carne.

Il ruolo dello stato

I ricercatori ipotizzano che le zoonosi (le malattie trasmesse dagli animali all’uomo, come il covid-19) siano una delle conseguenze dello sviluppo umano su larga scala. Un rapporto pubblicato recentemente dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente analizza il modo in cui la rapida crescita della popolazione urbana in tutto il mondo e la riduzione degli ecosistemi incontaminati stiano favorendo la trasmissione di agenti patogeni dagli animali all’uomo. Rigenerare e proteggere gli spazi naturali potrebbe essere indispensabile per migliorare la nostra capacità di affrontare nuove pandemie.

Il futuro delle città non è già deciso. Le esperienze positive che abbiamo intravisto durante questa crisi possono essere rafforzate e ampliate per creare un contesto urbano più equo, verde e sicuro. Se rimettiamo al centro delle nostre priorità la comunità, le amicizie e la vita familiare, scopriremo che abbiamo già molte risorse per migliorare la nostra vita.

La risposta delle città a questa crisi e a ciò che verrà dopo sarà cruciale. Di sicuro lo stato avrà un ruolo maggiore, e in alcuni casi prenderà una forma autoritaria come hanno dimostrato i poteri speciali concessi ai governi per controllare le frontiere, la sorveglianza e la quarantena coatta. Ma c’è un modo per contrastare queste tendenze: battersi per uno stato democratico e partecipativo in cui le soluzioni siano concordate con i cittadini invece di essere imposte dall’alto. ◆ as

Paul Chatterton insegna urbanistica del futuro all’università di Leeds, nel Regno Unito. È autore di Unlocking sustainable cities (Pluto press 2018).

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Questo articolo è uscito sul numero 1359 di Internazionale, a pagina 16. Compra questo numero | Abbonati