Nessuno può vivere ammettendo tutta la verità su se stesso. Figuriamoci un’intera società. Ci sono aspetti della realtà che devono essere oscurati, smussati per non far esplodere il dibattito pubblico e per impedire che la politica sia troppo sotto tiro. Le catastrofi, però, portano alla luce le verità più difficili da nascondere. In questo senso la pandemia di covid-19 ha provocato anche un trauma psichico, intellettuale ed emotivo: troppa verità in troppo poco tempo. All’improvviso, scandali tenuti segreti sono usciti allo scoperto, anche attraverso nuovi concetti. Per esempio, con l’espressione “sistemicamente rilevante”. I virologi e i medici, che oggi sono al centro della scena, erano considerati importanti anche prima. Ma cosa dire degli infermieri, delle cassiere, dei corrieri, dei poliziotti, degli insegnanti e dei camionisti? L’élite ora viene dal basso.
Sono queste le persone che contano quando le cose si fanno serie, anche se di solito ci interessiamo a loro solo se scioperano o se votano per i populisti, il modo più sicuro per ottenere attenzione. Eppure fanno i lavori più esposti ai rischi sanitari e meno pagati. Perché allora le persone più importanti hanno meno di tutti? Questa realtà va fatta sparire al più presto possibile, con qualche gesto simbolico e pochi spiccioli. Ogni sera gli uomini al potere appaiono dalle loro eleganti case diventate uffici per applaudire chi, come si dice adesso, manda avanti il paese. Chi raccoglie la spazzatura, chi si prende cura dei malati. La solidarietà gratuita è sempre meglio di niente, ma dopo tanti giorni d’emergenza l’applauso comincia a sembrare più sarcastico che solidale. Come si giustifica il fatto che io guadagno molto di più di quelli che applaudo? A questo punto il calcolo “cinque anni di studio equivalgono a uno stipendio cinque volte superiore per una vita intera” non sembra più plausibile. Forse è ora di cominciare a pensarci.
Le catene di supermercati, le cui vendite in questi giorni registrano una crescita significativa, cercano di eludere queste domande con un po’ di beneficenza. In Germania la Real ha donato ai suoi dipendenti un voucher da cento euro per gli acquisti di Pasqua, mentre alla Lidl, dove gli addetti al rifornimento degli scaffali vengono licenziati se solo pensano di fondare una rappresentanza sindacale, il buono è stato di 250 euro. Il discount Kaufland ha pubblicizzato i “super pagamenti per i nostri supereroi”. Piccoli regali esentasse. L’emergenza, si sente dire spesso, non è un buon momento per discutere di ridistribuzione. Ma quale momento è migliore di questo, ora che la crisi rivela chiaramente le disuguaglianze? Lo status quo si basa su applausi e buoni per gli acquisti.
Il virus è selettivo
“La povertà è gerarchica, lo smog è democratico”, disse una volta il sociologo Ulrich Beck parlando degli effetti delle catastrofi naturali. Quindi il covid-19 è un livellatore, è il socialismo attraverso l’infezione? Abbiamo dovuto imparare anche un’altra cosa in questo periodo: il concetto di patologia pregressa. Un’espressione sobria per indicare un gruppo di persone a rischio, ma non per motivi d’età. Ecco cosa ha scoperto sul tema uno studio del Robert Koch institute: “Un uomo di mezza età con una bassa qualifica professionale ha una probabilità otto volte superiore di andare in pensionamento anticipato a causa di malattie cardiovascolari rispetto a un uomo della stessa età con una qualifica professionale superiore. Le donne che appartengono al 30 per cento più povero della società hanno tre volte più probabilità di soffrire di bronchite cronica rispetto alle donne del 30 per cento più ricco. Il 13 per cento delle persone con un reddito basso considera la propria salute ‘cattiva o molto cattiva’. Tra i redditi alti la quota è del 2 per cento. In un anno di lavoro un conducente di autobus è in congedo per malattia sette volte più spesso di un professore, un’infermiera geriatrica quattro volte più spesso di una dottoressa. Gli uomini con un reddito più basso muoiono in media 8,6 anni prima di quelli con un reddito più alto”.
La possibilità di sopravvivere alla pandemia aumenta con il reddito. D’altra parte le persone più povere – cioè quelle che tendono a essere sistemicamente rilevanti – hanno maggiori probabilità di appartenere ai gruppi a rischio per il covid-19. Il virus non è ugualitario, è selettivo: chi lavora alla cassa di un supermercato ha più probabilità di essere colpito di chi sviluppa software. I conflitti sono evidenti e riguardano anche il distanziamento sociale: la casa è un’oasi di privacy in cui ritirarsi o al contrario un luogo pericoloso e deprimente? La distanza è sempre stata un privilegio della borghesia. Lo spazio per essere lasciati in pace, riflettere e rimettersi in salute, bisogna poterselo permettere.
Chi protegge i più deboli? I deboli stessi, in realtà. Nella società portata allo scoperto dal virus c’è un’altra categoria sistemicamente rilevante, pagata male e particolarmente esposta ai rischi sanitari: quella delle donne. Negli ultimi anni, forse, abbiamo avuto l’impressione che il dibattito sulle disuguaglianze tra uomini e donne avesse perso il contatto con la realtà, diventando una sorta di esercizio retorico, una gara a chi ha la lingua più sciolta, a chi sa distorcere meglio l’argomento dell’altro. Di recente, per esempio, il quotidiano conservatore tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha definito “imprenditrici del vittimismo” le femministe che non hanno più argomenti, perché le disparità di trattamento tra uomini e donne sono diminuite. Riconoscere le discriminazioni sta diventando sempre più difficile. Forse è ingiusto citare un solo articolo della Frankfurter Allgemeine Zeitung, perché l’idea che le discriminazioni vadano ormai cercate con la lente d’ingrandimento è sempre più diffusa, indipendentemente dall’ambiente e dal colore politico. Il patriarcato è diventato quasi una leggenda, molti ne hanno sentito parlare, alcuni potrebbero averne letto, in ogni caso in tempi lontani. E invece oggi appare evidente: in Germania le professioni sistemicamente rilevanti sono svolte per il 75 per cento dalle donne. Il dato è ancora più alto se prendiamo in esame le mansioni con rilevanza sistemica poco considerate e poco retribuite. Infermiere, assistenti negli ambulatori medici, addette alle pulizie (quelle che oggi negli uffici disinfettano tutto tre volte al giorno), cassiere dei supermercati e degli alimentari: secondo l’Istituto tedesco di ricerca economica, queste professioni godono di un prestigio inferiore alla media.
I lavori classificati come maschili (cioè quelli svolti da donne in meno del 30 per cento dei casi) costituiscono invece una piccola parte delle professioni sistemicamente rilevanti. Ma di sicuro hanno una buona reputazione, che siano nel campo dell’informatica o in quello dell’aviazione. Senza esagerazioni, si può aggiungere che quando c’è una crisi i settori lavorativi dominati dagli uomini riescono meglio ad attirare l’attenzione, che siano rilevanti o no: minatori, impiegati del settore automobilistico e dei trasporti, operai dell’industria manifatturiera. A quanto pare c’è una correlazione tra l’essere donna e l’avere una professione poco retribuita, poco riconosciuta, invisibile e indispensabile. Forse è questo il patriarcato?
Paradossalmente l’indispensabilità è proprio una delle ragioni dello scarso riconoscimento. Il lavoro svolto dalle donne è così basilare che è scarsamente considerato. Pulire i pavimenti dell’ospedale, tagliare le mele per i bambini dell’asilo, lavare i piedi agli anziani: cosa c’è di speciale? A meno che non scoppi una pandemia, tutti trovano ovvio che queste cose vadano fatte, come il sole sorge al mattino e tramonta la sera. Tanto più che molte di queste attività sono simili a quelle che le donne fanno a casa, sempre non retribuite e nell’ombra: pulire, cucinare, lavare, organizzare, curare.
Occorre però fare una precisazione: si tratta solo di una parte delle donne. Le altre – ora che i bambini sono in casa tutto il giorno e le collaboratrici domestiche, le babysitter e le badanti non possono più venire in loro soccorso – fanno i conti con un pensiero piuttosto spiacevole: “Forse la mia relativa parità con gli uomini sul mercato del lavoro si basa sul fatto che sfrutto altre donne?”. Molte donne che oggi si ritrovano alle prese con un mucchio di lavori domestici si rendono conto che le fatiche della vita quotidiana non sono equamente ripartite tra i sessi. Semplicemente, le donne con impieghi migliori le scaricano sulle donne meno fortunate.
È un comportamento difficile da condannare, dopotutto i primi a voler essere serviti sono gli uomini. Ma non si può neanche parlare di femminismo se alcune donne contano segretamente sul fatto che altre lavorino in condizioni precarie. Perché se il lavoro di cura fosse pagato bene, negli uffici ci sarebbero meno donne in grado di fare concorrenza agli uomini. Oggi possiamo vedere chiaramente quello che prima era un sospetto: la pace tra i sessi è precaria.
Il bilancio sanitario
Efficienza e giustizia sembrano essere più connesse di quanto pensassimo. Organizzare la catena di approvvigionamento – anche delle medicine – su scala globale, in modo da avere prodotti economici e grandi profitti, ha costi giganteschi anche in termini di vite umane. Secondo i calcoli dell’Istituto tedesco di ricerche economiche, l’attuale blocco delle attività economiche costerà ai tedeschi 31 miliardi di euro alla settimana. Questo significa che in tre mesi di misure di prevenzione della pandemia la Germania avrà bruciato una cifra pari al bilancio annuale della sanità pubblica.
Intere economie si sono dovute fermare per la mancanza di infermieri nei reparti di terapia intensiva. Nella storia dell’umanità si è mai visto un prezzo così alto? È una vendetta – tra l’altro economica – per gli stipendi troppo bassi di chi lavora in ospedale. È proprio perché non ci sono abbastanza persone che vogliono fare quel lavoro, che per di più è molto pesante.
Chi lo svolge nonostante tutto, ha un cuore troppo grande o è un immigrato senza alternative. Molti sono già sfiniti prima del pensionamento. Il governo tedesco non ha in programma di alzare gli stipendi agli infermieri, ma cerca di rimpiazzarli con personale proveniente da paesi vicini e soprattutto lontani, dove queste figure fondamentali finiranno per scarseggiare, dato che la pandemia non risparmia nessun paese. È un’opportunità che viene data ai migranti, dicono alcuni. Ma si può vedere la cosa anche da un altro punto di vista: così si assicura l’assistenza di base a una popolazione dipendente dai problemi degli altri paesi e dalla disperazione dei loro abitanti. Questa strategia non è socialmente sostenibile. L’associazione degli infermieri e degli assistenti domiciliari tedeschi ha avvertito che fino a duecentomila persone non potranno più essere curate, resteranno da sole o dovranno essere trasferite in cliniche già sovraffollate, perché gli infermieri vorranno tornare nei loro paesi d’origine dopo la chiusura dei confini. Le catene globali della cura si spezzano proprio quando dovrebbero proteggerci.
Stipendi e prestazioni
Finora, l’innocente parola “prestazione” ha colmato lo scarto tra l’uguaglianza davanti alla legge e la disuguaglianza nei fatti. L’esistenza di una scala gerarchica era giustificata dalla “differenza delle prestazioni”. Ma, se si continua ad applaudire il coraggio e l’altruismo delle cassiere dei supermercati e dei poliziotti, presto sarà difficile sostenere che i loro bassi stipendi sono giustificati dalle basse prestazioni.
Quello che suonava più o meno logico ieri, oggi appare involontariamente cinico. I compensi vanno ripensati? Qualcosa tra i sistemicamente rilevanti e i sistemicamente virtuosi, tra i ricchi e l’alta borghesia da un lato e l’esercito dei loro fornitori di prestazioni mal pagate dall’altro era in equilibrio precario già prima.
Ma quale società può permettersi che tutti siano pagati bene? Perché qualcuno deve fare delle rinunce quando altri hanno tutto? Le cose non si sistemeranno con un aumento dei contributi, per esempio nel sistema sanitario. È in discussione l’intero sistema: lo sfruttamento sistematico nella sua miserabile combinazione con l’autosfruttamento, che genera profitti stellari per pochi. I costi nascosti della privatizzazione vengono fuori ora sotto forma di infermieri sovraccarichi di lavoro e pazienti sprovvisti di cure. Questa società può ancora permettersi di fare profitti nella sanità? In ogni caso, una volta finita la pandemia, non si potrà semplicemente tornare a quella normalità che ha provocato questa situazione eccezionale. ◆ nv
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Questo articolo è uscito sul numero 1356 di Internazionale, a pagina 26. Compra questo numero | Abbonati