Il nuovo anno è cominciato da un paio di mesi, ma quello che valeva per il 2017 vale ancora per il 2018: il femminismo è popolare. Ovunque ci giriamo, c’è del femminismo: su una maglietta, in un film, in un post di Instagram, nei ringraziamenti per la consegna di un premio. Quando ho sentito il discorso di Oprah Winfrey ai Golden globe – la presentatrice metteva in relazione la lotta per i diritti degli afroamericani con quella delle femministe afroamericane, suscitando l’entusiasmo di una platea di celebrità hollywoodiane – io e altre persone ci siamo sentite finalmente supportate da un pubblico più ampio.

Tuttavia, anche se è esaltante, il successo di un femminismo che gioca sul sicuro non è del tutto positivo perché spesso, concentrandosi sui singoli casi di abusi, mette in ombra la critica strutturale che le teorie femministe portano avanti da anni. Come se guardare o comprare prodotti legati al femminismo e contribuire alla sua visibilità fosse lo stesso che cambiare la struttura patriarcale della nostra società.

I giornali e le televisioni hanno parlato del movimento #MeToo, ma al centro delle notizie c’erano spesso i potenti o le donne famose che li avevano accusati

Sicuramente questo femminismo pop ispira conversazioni private e dibattiti pubblici e potrebbe scuotere le fondamenta del sessismo. A ottobre 2017, quando sono state rese pubbliche le accuse di molestie al produttore cinematografico Harvey Weinstein, sono venute fuori centinaia di altre storie di donne molestate che poi sono state diffuse dal movimento #MeToo. In realtà lo slogan “Me too” (Anch’io) era stato creato nel 2006 dall’attivista afroamericana Tarana Burke. Burke, vittima di una violenza sessuale, voleva condividere la sua storia e collegarla a quelle di altre donne che avevano subìto molestie, soprattutto donne nere.

Il fatto che la figura di Burke sia stata eclissata da quella delle celebrità bianche è significativo. Il settimanale Time ha scelto come persona dell’anno per il 2017 “le donne che hanno rotto il silenzio”, cioè le persone che hanno denunciato i crimini sessuali. Burke però non c’è in copertina, anche se è citata nelle pagine interne. I giornali e le televisioni hanno parlato del movimento #MeToo, e questo è importante, ma al centro delle notizie c’erano spesso i potenti o le donne famose che li avevano accusati. Com’era prevedibile, è subito nato il merchandising del #MeToo, che va dai biscotti ai gioielli, e varie applicazioni per documentare le molestie sessuali nei posti di lavoro, cosa già più interessante. Anche se la presa di coscienza da parte dell’opinione pubblica ha rivelato quanto siano diffuse le molestie, l’attenzione si è concentrata sulle celebrità. Non voglio sminuire l’importanza delle denunce, ma sottolineare che il femminismo popolare, per quanto più visibile, potrebbe dimostrarsi meno efficace per la costruzione della comunità femminista.

Il movimento #MeToo si è espresso soprattutto su Twitter e Facebook, che si prestano alla mercificazione e rimangono ancorati alle industrie dello spettacolo. Quando il #MeToo è stampato su un biscotto è più visibile, ma restringe il discorso e non denuncia il sessismo strutturale. Il femminismo popolare rientra nella più generale economia “dell’attenzione”. Una componente essenziale del suo successo è l’essere accessibile tramite le immagini condivise, i like e i retweet. La visibilità deve aumentare continuamente, ma così rischia di diventare fine a se stessa. La visibilità non alimenta i grandi cambiamenti.

Le molestie sessuali ci sono in tutti gli ambienti, anche in quelli che sono meno sotto i riflettori. Quando il New York Times ha pubblicato un articolo sulle molestie sessuali subite dalle operaie delle fabbriche di Detroit, la notizia non ha suscitato lo stesso interesse di quella che ha coinvolto il comico Aziz Ansari.

La recente iniziativa Time’s Up, lanciata dalle donne che lavorano nel mondo dello spettacolo e dei mezzi d’informazione, denuncia quello che succede anche in altri ambienti meno esposti, come quello domestico, agricolo e industriale. Usa gli stessi strumenti del femminismo popolare e ha avuto il suo primo momento di gloria durante i Golden globe. Ma il suo scopo è spostare l’attenzione dalle celebrità alle vittime che non sono sotto i riflettori dei mezzi d’informazione.

Com’era prevedibile, la reazione contro il #MeToo è già partita: negli Stati Uniti e altrove sono usciti articoli che definiscono questo movimento una forma di “puritanesimo” se non addirittura una “caccia alle streghe”. Di sicuro uno dei possibili effetti della visibilità è quello di ridurre il femminismo a una serie di attacchi contro personaggi famosi sui social network. È facile concentrarsi sulle denunce del movimento #MeToo, ma come al solito il lavoro più importante si fa lontano dai riflettori. Qualche cambiamento sta avvenendo nelle conversazioni quotidiane tra colleghi e amici, nelle discussioni a cena con figli e figlie. Questi momenti si notano meno, ma stanno contribuendo a costruire il tipo di comunità necessaria per un cambiamento sociale. Ora il problema è: come raccontiamo queste altre storie? Come le rendiamo visibili? ◆ bt

Sarah Banet-Weiser
dirige la Annenberg
school for communication della University
of Southern California, negli Stati Uniti.

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Questo articolo è uscito sul numero 1244 di Internazionale, a pagina 36. Compra questo numero | Abbonati