Per capire la portata di quello che sta succedendo in Germania, bisogna fare un passo indietro. Un anno fa, nel maggio 2021, l’attuale ministro dell’economia Robert Habeck, allora segretario dei Verdi, andò in Ucraina, e lì fece una proposta che avrebbe causato l’indignazione di praticamente tutto il paese: dopo aver visitato il fronte, che allora si chiamava eufemisticamente “linea di contatto”, Habeck propose di sostenere l’Ucraina con l’invio di “armi difensive”. Scoppiò un putiferio: compagni di partito e avversari politici lo definirono, a seconda dei casi, ingenuo, pazzo o inesperto. La proposta fu spazzata via come un fastidioso granello di polvere dal tavolo.

Oggi, a distanza di un anno, il governo tedesco si è deciso (come la maggior parte dei paesi della Nato e dell’Unione europea) a sostenere l’Ucraina, nel frattempo brutalmente aggredita, anche con l’invio di armi pesanti. Sorprende non tanto il presentimento di Habeck quanto la rapidità della trasformazione della situazione e del clima generale. Nel giro di qualche mese il presidente russo Vladimir Putin ha fatto a pezzi praticamente tutti i presupposti di una convivenza pacifica; nel giro di qualche settimana la Germania si è ritrovata a sostenere un paese belligerante; e nel giro di qualche giorno il cancelliere Olaf Scholz si è espresso prima contro e poi a favore dell’invio di mezzi corazzati pesanti. Da quella visita di Habeck a oggi, il mondo si è capovolto.

I toni del dibattito ricordano i tempi peggiori della pandemia

Comprensibilmente molti pensano che si sia fatto troppo e troppo in fretta, ma è altrettanto comprensibile che molti altri pensino che non si stia facendo abbastanza. In entrambi i casi c’è irritazione, paura e rabbia. A due mesi dall’inizio della guerra d’aggressione russa, dopo due mesi di richieste d’aiuto da parte dell’Ucraina e dopo due mesi di discussioni filosofiche fatte qui in Germania, questo paese si è diviso in due schieramenti dai confini piuttosto netti. I toni del dibattito ricordano i tempi peggiori della pandemia, quando alcuni ritenevano che all’interno dell’apparato statale fossero all’opera forze autoritarie, mentre altri lamentavano egoismi che distruggevano il senso di comunità. Non era pericoloso credere che queste posizioni estreme rispecchiassero la
realtà, ma piuttosto il fatto che, invece di argomentare, le persone si urlassero contro, muovendosi a vicenda accuse pesantissime.

Nel caso di questa guerra le cose non stanno andando molto diversamente: da una parte si evoca il 1914, quando a Berlino, Parigi, Vienna e Mosca i “sonnambuli” (il termine lo ha coniato lo storico Christopher Clark) portarono l’Europa alla prima guerra mondiale per stupido orgoglio, per ignoranza e falso senso di lealtà; dall’altra, si paragona la situazione a quella del 1938, quando Francia e Regno Unito lasciarono campo libero al terzo Reich invece di correre in aiuto della Cecoslovacchia. Questi paragoni hanno il loro fascino, ma hanno poco o niente a che vedere con la realtà.

Innanzitutto, prima della guerra quasi tutti i capi di stato e di governo del mondo occidentale hanno provato a far ragionare Putin. E nessun altro governo come quello tedesco (di Angela Merkel prima e di Olaf Scholz poi) ha tentato, fino al punto di andare contro i suoi stessi interessi, di esercitare sul presidente russo un’influenza positiva. Perciò sostenere che non si sia fatto abbastanza sul piano diplomatico significa ignorare deliberatamente i fatti, anche se rimane sacrosanto continuare a cercare il dialogo. Inoltre, il governo tedesco ha deciso sanzioni via via più pesanti e infine anche l’invio di armi all’Ucraina. C’è voluto del tempo e non è stato un processo lineare, ma comunque è stato fatto. Perciò anche la tesi secondo cui la Germania sta ignorando quello che succede in Ucraina non regge.

Mai più Auschwitz

Si è più vicini alla verità quando ci si rende conto che questa guerra chiama in causa due princìpi costitutivi per la Germania del dopoguerra, che però possono escludersi a vicenda. Il primo è “mai più guerra!”, l’importante lezione tratta dalle due guerre mondiali; il secondo è “mai più Auschwitz”, la solenne promessa seguita ai crimini della Germania di Adolf Hitler. Finché non succede niente di brutto, è possibile osservarli entrambi. Ma quando scoppia una guerra d’aggressione come quella contro l’Ucraina, i due princìpi entrano in conflitto, costringendo il governo a delicatissimi equilibrismi.

Fin dove ci si può spingere senza entrare in guerra? Cosa possiamo e cosa dobbiamo fare per aiutare l’Ucraina a sopravvivere, l’Ucraina che a detta di Putin va spazzata via? Ecco la questione esistenziale per le persone che prendono sul serio entrambe le lezioni tratte dalla storia, che siano ministri del governo, intellettuali autori di lettere aperte o cittadini preoccupati. Inviare armi è una decisione che ci rende colpevoli; ma se non lo facciamo, siamo altrettanto colpevoli.

Non deve sorprendere che questa situazione generi paura o crei perfino conflitti. Che il governo tedesco, con le sue esitazioni e i suoi dubbi, faccia di tutto pur di mantenere un equilibrio, anche se precario, non è segno di debolezza, ma la cosa più saggia da fare. La posta in gioco è troppo alta per credere di avere in tasca la risposta a ogni domanda. ◆ sk

Questo articolo è uscito sul numero 1459 di Internazionale, a pagina 20. Compra questo numero | Abbonati