Il parlamento e il Consiglio europei hanno trovato l’accordo politico sul piano della Commissione per proteggere il settore dell’acciaio: 18,3 milioni di tonnellate possono entrare nel mercato europeo senza dazi; sul resto si paga una tassa del 50 per cento. Dal 2005 al 2020 il settore ha ricevuto permessi di emissione gratuiti nel sistema Ets (il mercato europeo delle quote di anidride carbonica) per un valore di 54,6 miliardi di euro. In molti paesi – Italia inclusa – beneficia di sconti sul prezzo dell’energia.

Eppure il sistema resta insostenibile. Non solo perché l’acciaio è tra le industrie più inquinanti, ma anche perché nel mondo c’è un eccesso di capacità produttiva pari a 721 milioni di tonnellate all’anno, cinque volte il consumo europeo. Non stupisce quindi che gli impianti dentro l’Unione europea siano usati al 65 per cento e quindi in perdita. Qual è l’unica speranza dei produttori di acciai0? Che il riarmo crei una domanda, sufficiente a compensare almeno in parte quella distrutta dalla deindustrializzazione e dalla delocalizzazione. Quando ci lamentiamo delle conseguenze della crisi di Hormuz vale la pena di ricordare che l’esposizione al rischio geopolitico dovuta alla dipendenza dal greggio non è il risultato del mercato, ma una precisa politica industriale. Sempre meno difendibile. ◆

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Questo articolo è uscito sul numero 1661 di Internazionale, a pagina 103. Compra questo numero | Abbonati