La speranza (anche quella disperata) è alla base di tutte le campagne elettorali per la presidenza degli Stati Uniti. Perfino un candidato che si ritira perché non ha più possibilità di vincere – come hanno fatto all’inizio di marzo i candidati alle primarie del Partito democratico Pete Buttigieg ed Elizabeth Warren – conserva sempre la speranza di poterci riprovare in futuro, o di correre per la vicepresidenza.

Da ragazzo, a Brooklyn, Bernie Sanders era un tifoso dei Dodgers, la squadra locale di baseball. Ogni anno, dopo l’ennesima stagione fallimentare, i proprietari incoraggiavano i tifosi con lo slogan “L’anno prossimo vedrete!”. Quella promessa avrebbe potuto valere per l’intera Brooklyn. Ma anche se Sanders è stato un accanito tifoso dei Dodgers, sa bene che per lui, un uomo di 78 anni con problemi cardiaci, non ci sarà nessun “anno prossimo” in politica.

Alla fine di aprile del 2015, quando annunciò la sua prima candidatura alla presidenza, Sanders sentì il bisogno di fare una precisazione: “La gente non dovrebbe sottovalutarmi”. Aveva ragione: tutti i politici e gli opinionisti che lo avevano preso in giro, me compreso, si sbagliavano. A quanto pare definirsi “un socialista” non è un biglietto di sola andata per l’oblio, e attaccare la politica tradizionale non porta per forza alla sconfitta.

Ho intervistato Sanders per la prima volta nel 1985, quando era sindaco di Burlington, in Vermont. Sui muri del suo piccolo ufficio notai subito due omaggi a Eugene Debs, un socialista dei primi anni del novecento che si candidò per cinque volte alla presidenza. Sanders aveva 44 anni, era irascibile proprio come oggi. “Non sono e non sono mai stato un democratico liberale”, mi disse, quasi ringhiando.

Ma Sanders, che è appassionato di storia, sapeva anche che Debs aveva avuto bisogno dei democratici liberali per realizzare le sue idee radicali. Morì nel 1926, povero e malato, ma le sue idee avrebbero avuto un ruolo fondamentale nell’espansione delle protezioni statali per i poveri, gli operai e i sindacati nel new deal di Franklin D. Roosevelt.

Fa’ la cosa giusta

Ora Sanders si trova in una posizione simile con Joe Biden. Molti suoi sostenitori sono convinti che il senatore avrebbe dovuto portare avanti la sua campagna elettorale fino alla convention di luglio, cercando di accumulare più delegati possibile in modo da influire sul programma del partito. Ma l’idea di costringere Biden ad accettare una serie di compromessi in un programma che in ogni caso sarà largamente ignorato è una strategia perdente anche in tempi normali. E questi, chiaramente, non sono tempi normali. L’emergenza da covid-19 renderà necessario ripensare del tutto il ruolo del governo. La crisi ha già sconvolto le ideologie politiche tradizionali al punto tale che il conservatore Mitt Romney è stato uno dei primi parlamentari a proporre un sussidio per aiutare gli americani a reggere l’urto della crisi economica. In un certo senso siamo tornati ai tempi di Debs e della vittoria di Roosevelt, nel 1932.

Da sapere
Come sconfiggere Donald Trump

L’8 aprile il senatore del Vermont Bernie Sanders si è ritirato dalle primarie del Partito democratico per la scelta del candidato alle presidenziali statunitensi. A sfidare il presidente in carica Donald Trump alle elezioni del 3 novembre sarà quindi Joe Biden, senatore e vicepresidente durante il mandato di Barack Obama. Sanders era partito bene arrivando secondo in Iowa e vincendo in New Hampshire e Nevada. Ma all’inizio di marzo, con il ritiro degli altri candidati moderati, Biden aveva conquistato un vantaggio decisivo. E in seguito, l’emergenza causata dal nuovo coronavirus ha portato tutti gli stati rimasti a posticipare le elezioni (tranne il Wisconsin, dove si è votato
il 7 aprile).

Nei prossimi mesi Biden dovrà compattare l’elettorato democratico in modo da arrivare al voto con un sostegno sufficiente per battere Trump. Il 13 aprile Sanders ha annunciato che sosterrà Biden e ha chiesto ai suoi elettori di fare lo stesso. Ma per convincerli Biden dovrà trovare un messaggio efficace. Non sarà facile, considerando che Sanders gode di un consenso molto solido tra le persone sotto i trent’anni che chiedono un cambiamento radicale, non amano i compromessi e considerano Biden troppo moderato e legato alla classe dirigente democratica.

Il futuro della sinistra

Per quanto riguarda Sanders, nonostante la sconfitta è indubbio che il suo movimento abbia trasformato la politica statunitense. Molte delle idee sostenute dal senatore, un tempo considerate troppo audaci, oggi fanno parte del programma politico della sinistra americana. A cominciare dalla proposta di cambiare profondamente il sistema sanitario, a maggior ragione dopo i danni causati dalla diffusione del nuovo coronavirus. Resta da vedere chi prenderà il testimone da Sanders. Negli ultimi anni l’attivismo creato dal senatore ha portato al congresso molti giovani radicali, a cominciare dalla deputata di New York Alexandria
Ocasio-Cortez. Time


Questo non significa che Biden farà sue tutte le proposte di Sanders. I dettagli non sono mai stati la specialità di Bernie (non ha mai presentato documenti programmatici molto approfonditi). Il suo punto di forza è la capacità di indicare con convinzione una direzione, più che tracciare una mappa precisa per arrivarci. Se Biden sarà eletto presidente e otterrà una maggioranza solida al congresso, quasi certamente l’assistenza sanitaria sarà rafforzata, anche se non attraverso un sistema pubblico universale come vorrebbe Sanders. Gli ammortizzatori sociali saranno ampliati. E probabilmente ci sarà maggiore attenzione alle divisioni di classe che lacerano la società statunitense. Questo è il dono di Sanders a un Partito democratico di cui non ha mai voluto far parte.

Si parlerà molto dei motivi della sua sconfitta. La spiegazione più semplice è che Sanders non ha mai capito che le campagne elettorali presidenziali si basano sull’inclusione più che sulla purezza ideologica. Scontrarsi frontalmente con l’establishment democratico senza riuscire a portare nuovi elettori alle urne non poteva che condurlo alla sconfitta.

Nel discorso in cui ha annunciato che si sarebbe ritirato dalla corsa, Sanders ha detto: “Non posso, in tutta coscienza, continuare con la mia campagna, perché interferirei con il lavoro importante che dobbiamo fare tutti insieme in questo momento difficile”. È stata una dignitosa e onesta presa di coscienza del fatto che durante una pandemia il bene comune è più importante delle ambizioni personali.

Nei prossimi mesi uno dei compiti di Sanders sarà spiegare ai suoi sostenitori più intransigenti che a volte bisogna scegliere la via del pragmatismo. L’inettitudine narcisistica di Donald Trump è già costata agli Stati Uniti molte vite. La posta in gioco alle elezioni di novembre è altissima, dunque parole come “neoliberista” non dovrebbero impedire di vedere le differenze tra Biden e Trump.

Ritirandosi presto dalla corsa, Sanders ha regalato a Biden sette mesi di tempo per unire il Partito democratico e trovare il modo di battere Trump. Al senatore del Vermont va dato atto di non aver mai usato contro Biden quegli attacchi personali che i repubblicani non si faranno alcuno scrupolo di sferrare in autunno.

A volte la storia appartiene ai perdenti. Ancora oggi i Brooklyn Dodgers dell’infanzia di Sanders sono ricordati come una banda di eroici, eterni sfavoriti. E allora che la storia splenda anche su Bernie Sanders, l’uomo che quando è arrivato il momento ha saputo – per citare Spike Lee, un altro figlio di Brooklyn – “fare la cosa giusta”. ◆ as

Walter Shapiro è un giornalista statunitense. Ha seguito undici campagne elettorali presidenziali.

Internazionale pubblica ogni settimana una pagina di lettere. Ci piacerebbe sapere cosa pensi di questo articolo. Scrivici a: posta@internazionale.it

Questo articolo è uscito sul numero 1354 di Internazionale, a pagina 56. Compra questo numero | Abbonati