Il numero di Mon Quotidien che uscirà il 17 novembre 2015. (Dr)

Davanti a episodi violenti come gli attentati a Parigi si può provare l’istinto di proteggere i bambini dalle notizie che potrebbero turbarli, ma secondo gli esperti può essere un errore ritardare il momento in cui scoprono che è successo qualcosa di terribile. L’approccio da seguire, per genitori e insegnanti, dipende dall’età dei bambini.

La prima regola, valida in ogni caso, è trovare il tempo per rispondere alle domande con calma e chiarezza: spesso succede che vengano a sapere cosa è successo da qualcuno fuori dall’ambiente familiare e i genitori devono riuscire a chiarire i dubbi e ad allontanare ansie e paure.

Ecco alcuni consigli, pubblicati da Time, per affrontare il discorso con bambini di diverse età.

  • Bambini in età prescolare. Prima dei sei anni si può evitare di esporre i bambini a queste notizie. I bambini che hanno meno di cinque anni possono confondere i fatti con le paure e per questo è meglio aggiungere dettagli solo per rispondere a domande dirette.
  • Bambini tra i sei e i dieci anni. Secondo Harold Koplewicz, presidente del Child mind institute, “a questa età conoscere i fatti può aiutare ad alleviare l’ansia”. Ma è meglio evitare l’eccesso di dettagli, come il numero dei morti, e l’uso di parole che possono spaventare. Secondo la psicoanalista francese Claude Halmos è inutile parlare del gruppo Stato islamico, della religione e delle operazioni militari in Siria. I bambini devono essere rassicurati: se gli adulti sembrano tristi non è perché c’è una minaccia diretta alla famiglia, ma solo per le vittime. È importante far capire ai bambini che sono al sicuro: questi attacchi sono molto rari, “i cattivi” sono stati catturati e i feriti guariranno.
  • Bambini tra i dieci e i quattordici anni. I bambini più grandi potrebbero voler conoscere maggiori dettagli, ma gli esperti consigliano di non dargliene troppi. A questa età è importante chiedergli cosa hanno saputo e come si sentono, devono sapere che si può essere tristi anche se non si sente il bisogno di piangere. I bambini potrebbero mostrarsi indifferenti o voler passare del tempo da soli, ma può essere utile incoraggiarli a esprimere le loro paure ed eventualmente parlare di come comportarsi in caso di emergenza.
  • Adolescenti, tra i 14 e i 18 anni. I ragazzi che frequentano le scuole superiori probabilmente ricevono informazioni sui più importanti eventi di attualità attraverso i social network e per questo è molto importante aiutarli a distinguere i fatti dalle bufale e dalle congetture. Gli adolescenti potrebbero rifiutare questo tipo di conversazione: per questo è consigliabile affrontare l’argomento mentre si fa qualcos’altro insieme a loro, secondo Koplewicz. Non crederanno di essere al sicuro dagli attacchi terroristici con una semplice rassicurazione, bisogna invitarli a considerare le probabilità e decidere insieme cosa fare in caso di emergenza, cosa dovrebbero fare nel caso in cui non fossero in grado di tornare a casa o contattare i genitori. Infine, è importante parlare con gli adolescenti dell’uso della violenza, dei suoi effetti e delle alternative.

In Francia il ministero dell’istruzione ha invitato genitori e insegnanti a parlare tra loro per capire come affrontare il discorso sugli attentati insieme ai bambini. Su un portale online sono stati messi a disposizione diversi materiali didattici e testi di pedagogia utili per decidere come parlarne in classe.

La rivista per bambini Astrapi ha dedicato un dossier speciale di due pagine per spiegare ai bambini quanto è successo. Anche il quotidiano Libération ha realizzato un’edizione speciale di Le P’tit Libé, pensato per i bambini dai 7 ai 12 anni, per rispondere alle domande dei giovani lettori. I tre quotidiani per bambini e ragazzi del gruppo Play Bac (Le Petit Quotidien, dai 6 ai 10 anni, Mon Quotidien, dai 10 ai 14, e L’Actu, per gli adolescenti) pubblicheranno delle edizioni straordinarie domani, già scaricabili gratuitamente online. Un’attenzione particolare è dedicata alle parole difficili per i bambini, come terrorista, Stato islamico, e jihadista, e alle domande che potrebbero fare, come “è la terza guerra mondiale?” o “i terroristi di venerdì sono degli amici di quelli di Charlie Hebdo?”.

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