Un fucile cinese Cq 5.56 sequestrato dalle milizie curde siriane a Kobane alla fine del 2014 e catalogato il 24 febbraio del 2015. (Conflict armament research/Amnesty international)

Da dove vengono le armi usate dai jihadisti dello Stato islamico

Un fucile cinese Cq 5.56 sequestrato dalle milizie curde siriane a Kobane alla fine del 2014 e catalogato il 24 febbraio del 2015. (Conflict armament research/Amnesty international)
09 dicembre 2015 13:16

In Siria e in Iraq i jihadisti del gruppo Stato islamico usano armi e munizioni provenienti da almeno 25 paesi, tra cui tutti i paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu e l’Italia. Lo denuncia un nuovo rapporto di Amnesty international pubblicato l’8 dicembre, intitolato Taking stock: the arming of Islamic State.

La maggior parte delle armi usate dal gruppo jihadista è stata sottratta dai depositi di armi in Iraq dopo la conquista di Mosul nel giugno del 2014. La mancanza di controlli e un fiorente mercato illegale permettono ai jihadisti di aver accesso a un numero consistente di armi e munizioni.

L’organizzazione non governativa ha catalogato più di cento tipi diversi di armi e munizioni finite nelle mani dei miliziani, sulla base dell’analisi di video e immagini girati al fronte di cui è stata verificata l’autenticità. Gran parte delle armi sequestrate era stata fornita all’esercito iracheno dagli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica e da altri paesi dell’ex blocco comunista durante la guerra tra Iraq e Iran negli anni ottanta. In Siria le armi usate dai miliziani sono state fornite dalla Russia, dai paesi dell’ex blocco sovietico e dall’Iran.

Il ruolo dell’Italia. Il rapporto di Amnesty international evidenzia come anche l’Italia abbia contribuito indirettamente ad armare il gruppo Stato islamico, rifornendo durante la guerra tra Iraq e Iraq (1980-1988) sia Baghdad sia Teheran.

Dal 2003, l’Italia ha partecipato alla cosiddetta guerra al terrore guidata dagli Stati Uniti. Per rispondere alla minaccia terroristica dopo gli attacchi dell’11 settembre, tra il 2004 e il 2007 è stato concesso ai paesi esportatori di armi di avere una maggiore libertà per trasferire armi all’Iraq senza troppa considerazione per i diritti umani, attraverso l’Iraq relief and reconstruction fund e l’Iraq security forces fund. In quel periodo la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha firmato contratti per almeno un milione di dollari per trasferire armi e milioni di munizioni in Iraq, provenienti anche dall’Italia.

Infine, nel 2014, a causa dell’avanzata dello Stato islamico nel nord dell’Iraq e in Siria, gli Stati Uniti, insieme ad altri undici paesi europei tra cui l’Italia, hanno coordinato il rifornimento di armi per le truppe irachene, le milizie sciite e quelle curde.

Proiettili da mortaio costruiti dallo Stato islamico e sequestrati dalle milizie curde siriane a Kobane. (Conflict armament research/Amnesty international)

La guerra tra Iran e Iraq all’origine del mercato di armi in Iraq. Il conflitto tra i due paesi medioorientali tra il 1980 e il 1988 è stato un fattore determinante per lo sviluppo del mercato globale illegale delle armi: all’epoca almeno 34 paesi fornirono armi all’Iraq, 28 paesi invece fornirono armi alla potenza rivale: l’Iran.

Nel 1990 le Nazioni Unite hanno approvato un embargo contro Baghdad che ha fermato l’afflusso di armi e munizioni verso il paese. Ma le forniture sono riprese in maniera massiccia dopo l’intervento militare degli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Negli ultimi dieci anni, più di trenta paesi, tra cui i membri del Consiglio permanente dell’Onu, hanno fornito armi all’Iraq e la maggior parte di queste armi è al momento nelle mani dei jihadisti.

Tra il 2011 e il 2013 gli Stati Uniti hanno concluso contratti miliardari con il governo iracheno per la fornitura di armi. Alla fine del 2014 sono state inviate munizioni e armi leggere per un valore di 500 milioni di dollari. Questo tipo di attività è proseguita, nell’ambito del programma del Pentagono per l’equipaggiamento e l’addestramento dell’esercito iracheno (per un valore di 1,6 miliardi di dollari). Dal 2011 sono stati mandati in Iraq 43.200 fucili d’assalto M4. Tra il 2011 e il 2013, gli Stati Uniti hanno mandato in Iraq 140 carri armati M1A1 Abrams, decine di aerei da combattimento F-16, 681 missili terra-aria portabili a spalla Stinger, batterie anti-aeree Hawk. Alla fine del 2014, Washington aveva inviato al governo iracheno armi leggere e munizioni per un valore di oltre 500 milioni di dollari.

La corruzione dell’esercito iracheno e dei funzionari governativi e la mancanza di controllo del territorio da parte delle truppe di Baghdad ha permesso che la maggior parte dei depositi e degli arsenali iracheni finissero nelle mani dei jihadisti o nel circuito illegale del commercio di armi.

Fatti e numeri

  • Tre. Il numero di divisioni di soldati (una divisione è formata da 40mila soldati) che lo Stato islamico potrebbe aver equipaggiato con le armi che sono state sequestrate nel solo mese di giugno del 2014.
  • Dodici. La percentuale del mercato globale di armi che negli anni ottanta è stata esportata verso l’Iraq.
  • Quindici. Negli ultimi dieci anni le armi negli arsenali iracheni sono aumentate di quindici volte, per un giro d’affari di 9,5 miliardi di dollari.
  • Venticinque. Le armi usate dallo Stato islamico in Siria e Iraq provengono da almeno 25 paesi.
  • Ventotto. Il numero dei paesi che hanno fornito armi all’Iraq e all’Iran durante il conflitto tra le due nazioni.
  • 650mila. Le tonnellate di munizioni che sono presenti sul territorio iracheno secondo una stima dell’esercito statunitense del settembre del 2003.
  • 1,6 miliardi di dollari. I finanziamenti approvati dal congresso degli Stati Uniti per sostenere l’esercito iracheno e le milizie sciite e curde contro lo Stato islamico.
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