La conferenza internazionale sul clima di Parigi

Dal 30 novembre all’11 dicembre 195 paesi hanno discusso un nuovo accordo per ridurre le emissioni, in modo da rallentare il riscaldamento globale.

Una sessione plenaria durante la conferenza sul clima Cop21 a Le Bourget, vicino Parigi, 10 dicembre 2015.

Sette nodi da sciogliere alla conferenza sul clima di Parigi

Una sessione plenaria durante la conferenza sul clima Cop21 a Le Bourget, vicino Parigi, 10 dicembre 2015.
11 dicembre 2015 15:16

Il progetto di accordo finale per contrastare il riscaldamento globale è stato posticipato dall’11 al 12 dicembre: l’ha reso noto la presidenza francese della conferenza mondiale sul clima (Cop21). “Preferiamo avere il tempo di consultare le delegazioni durante tutta la giornata di venerdì”, prima di presentare il testo finale in vista di un’adozione diretta in seduta plenaria, ha precisato la stessa fonte. Il testo “sarà presentato sabato mattina presto per un’adozione a metà giornata”.

La sera del 10 dicembre il presidente dell’assemblea della Cop21, Laurent Fabius, ha presentato un nuovo progetto di accordo. Tuttavia, poiché manca un’adeguata maggioranza, il testo, di 27 pagine anziché 29, non prende posizione su alcuni punti che dividono i paesi dall’inizio dei negoziati: “le differenze, i finanziamenti e le ambizioni”. In altre parole non c’è intesa sulle differenze negli sforzi di lotta al cambiamento climatico tra paesi industrializzati e non industrializzati ; sui finanziamenti dei paesi ricchi in favore dei paesi più colpiti, in particolare per il loro adattamento al riscaldamento; e infine sui meccanismi che permettono di innalzare gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra. Le parentesi quadre, cioè le questioni ancora in sospeso sono passate da 366 a 48, secondo Matthieu Orphelin, della Fondazione per la natura e l’uomo. “Ma i conti ancora non tornano”.

La notte rischia di essere lunga per i ministri e i negoziatori, che devono ormai analizzare il testo prima di riunirsi in indaba (parola zulù per indicare le riunioni di discussione tribali), una struttura ristretta ai capi delegazione e a due membri della loro équipe, messa a punto durante la conferenza di Durban nel 2011. In attesa di conoscere il prossimo trattato sul clima, ecco una sintesi dei punti fondamentali di accordo e di disaccordo.

Il tetto al riscaldamento

A quale livello limitare il riscaldamento globale rispetto al periodo preindustriale? I negoziatori della Cop21 a Copenaghen nel 2009 ebbero il mandato di arrivare a un consenso su un massimo di 2 gradi, soglia al di là della quale i disordini climatici diventano incontrollabili. Ma i paesi più vulnerabili, in particolare gli stati insulari minacciati dall’innalzamento delle acque, chiedono che questa soglia sia abbassata a 1,5 gradi.

Il progetto di accordo presentato il 10 dicembre ha scelto una posizione intermedia: contenere l’aumento della temperatura media “ben al di sotto dei 2 gradi”, e “continuare gli sforzi per limitare un aumento delle temperature a 1,5 gradi”. “Un buon compromesso”, secondo la Fondazione per la natura e l’uomo. L’obiettivo, inserito nell’articolo 2, è cruciale in quanto diventerà un obiettivo universale adottato da tutti i paesi.

Differenziare le responsabilità

La questione della “responsabilità comune ma differenziata” degli stati, inserita nella convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Ccnucc) del 1992, si riferisce alla responsabilità storica dei paesi industrializzati nelle emissioni di gas a effetto serra e alla capacità maggiore di affrontare gli effetti del cambiamento climatico. Questo implica un impegno più forte da parte loro nella lotta contro il riscaldamento.

Dall’inizio dei negoziati sul clima e dell’apertura della Cop21 questo argomento è al centro dei dibattiti. Secondo Fabius il nodo non è stato ancora sciolto, anche se l’articolo 3 dice che “i paesi industrializzati devono continuare a guidare” gli sforzi sugli obiettivi di riduzione dei gas a effetto serra.

“Un accordo stabile non può essere elaborato diluendo le responsabilità storiche e mettendo gli inquinatori e le vittime sullo stesso piano”, ha affermato il ministro indiano dell’ambiente Prakash Javadekar. I paesi meno industrializzati chiedono che la riduzione delle emissioni non ostacoli il loro sviluppo economico. I paesi industrializzati invece vorrebbero che i paesi emergenti come la Cina o le altre potenze economiche in ascesa come il Brasile o l’India contribuissero finanziariamente.

I finanziamenti

L’imperativo di differenziare le responsabilità si riflette anche nell’ambito dei finanziamenti, in particolare quelli destinati ai paesi più poveri per affrontare gli impatti dei cambiamenti climatici – altro punto cruciale ancora irrisolto secondo Fabius. Anche su questo punto le questioni in sospeso sono numerose: come contabilizzare l’aiuto finanziario dei paesi industrializzati a quelli non industrializzati? Come distribuirlo tra riduzione (misure di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra) e adattamento al riscaldamento? Quali paesi devono contribuire?

Su questo aspetto l’articolo 6 rimane incerto: “I paesi industrializzati devono fornire dei finanziamenti [nuovi], [addizionali], [adeguati], [prevedibili], [accessibili], [stabili] e [crescenti] per assistere i paesi non industrializzati in materia di riduzione e di adattamento” – i termini tra parentesi quadre sono ancora da decidere. Ma l’articolo stabilisce la possibilità di una cooperazione tra i paesi del sud su una base volontaria.

Secondo il testo, la promessa dei paesi industrializzati di fornire a quelli più poveri cento miliardi di dollari all’anno entro il 2020 dovrebbe in seguito aumentare. Secondo l’ong Oxfam “è un segnale incoraggiante che mostra che le esigenze dei paesi non industrializzati sono state riconosciute”.

Infine il testo afferma che la distribuzione di questi finanziamenti da destinare all’adattamento e alla riduzione deve essere “equilibrata”, tenendo conto delle strategie nazionali dei paesi, delle loro priorità e delle loro esigenze. In ottobre un rapporto dell’Ocse ha valutato in 62 miliardi i fondi nord-sud raccolti nel 2014. “Non dico che le cifre indicate dall’Ocse non siano giuste, ma vogliamo un accordo (…) che permetta di sapere qual è l’ammontare reale” dei finanziamenti sul clima, ha indicato la ministra dell’ambiente brasiliana Izabella Teixeira.

Le perdite e i danni

Legato alla questione di finanziamenti, questo punto sta particolarmente a cuore ai paesi più vulnerabili, che subiscono già gli effetti del riscaldamento climatico. Alcuni infatti devono fare i conti con cicloni sempre più frequenti, altri sono colpiti da siccità che minacciano la loro sicurezza alimentare o da inondazioni devastanti; altri ancora, come i piccoli stati insulari delle Marshall, Tuvalu o Kiribati, paesi tra i più poveri al mondo, vedono il loro territori minacciati dall’innalzamento delle acque.

Eppure, i paesi industrializzati sono riluttanti a proporre un risarcimento finanziario. Secondo Oxfam, “la questione delle perdite e dei danni subiti è ancora in discussione e i negoziati riguardano due opzioni molto distanti tra di loro, riflesso delle discussioni animate degli ultimi giorni”. Entrambe le opzioni riconoscono l’importanza di trattare la questione “delle perdite e dei danni dovuti agli effetti nefasti del cambiamento climatico”, ma solo la seconda introduce il concetto di differenziazione tra paesi industrializzati e non industrializzati.

L’obiettivo a lungo termine

In generale i piani di riduzione delle emissioni di gas a effetto serra annunciati dai paesi per la Cop21 non vanno al di là del 2030. E poi? Nell’articolo 3, che riguarda la riduzione del riscaldamento climatico, il progetto di accordo invoca la definizione “il più rapidamente possibile di un picco delle emissioni di gas a effetto serra, riconoscendo che questo processo avrà tempi più lunghi nei paesi non industrializzati”.

Il progetto prevede un obiettivo di “neutralità delle emissioni di gas a effetto serra (ges) nella seconda metà del secolo” che comporterebbe la necessità di assorbire la quantità di ges che si emette. Un termine giudicato poco chiaro dalle ong, che avrebbero preferito il termine di “decarbonizzazione”. Per arrivare alla neutralità delle emissioni entro la fine del secolo il Gruppo di esperti intergovernativi sull’evoluzione del clima (Giec) ritiene necessaria una riduzione dal 40 al 70 per cento delle emissioni entro il 2050.

Il meccanismo di revisione

Poiché gli impegni attuali presi dagli stati si tradurrebbero in un aumento della temperatura di 3 gradi, si è imposto il principio di una revisione periodica degli impegni. Ma a partire da quando e secondo quali modalità? L’articolo 10 prevede un “bilancio mondiale” dei progressi compiuti in direzione dell’obiettivo dell’accordo, con un primo appuntamento nel 2023 – ricordiamo che l’accordo di Parigi entrerà in vigore nel 2020 – e poi una revisione “ogni cinque anni”. Questo primo appuntamento sembra tardivo, in particolare per la Fondazione per la natura e l’uomo.

Ma il testo invita il Giec a produrre nel 2018 un rapporto speciale sulle “conseguenze di un riscaldamento del pianeta di 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali”, collegato con le dinamiche di emissioni mondiali.

La trasparenza

Come assicurarsi che tutti i governi mantengano le loro promesse in materia di emissioni di anidride carbonica? E che non barino sulla realtà delle loro emissioni? Oggi solo i paesi del nord sono sottoposti a un sistema di controllo, notifica e verifica (monitoring, reporting e verification), previsto dal protocollo di Kyoto. I paesi non industrializzati invece ne sono esenti.

Nell’articolo 9 dedicato alla “trasparenza”, il progetto di accordo individua tre opzioni: un modello “differenziato tra paesi industrializzati e non industrializzati” o “unificato” o, ancora, “che tenga conto delle diverse capacità delle parti”. L’articolo precisa che il modello di trasparenza accorda “una flessibilità” ai paesi non industrializzati in funzione delle loro capacità.

Come si effettuerà il controllo? Anche in questo caso sono previste due opzioni: per tutti i paesi, industrializzati o meno, “un esame tecnico compiuto da esperti” con una certa “flessibilità” per i paesi meno avanzati e i piccoli stati insulari; oppure “un processo di esame tecnico affidabile” per i paesi industrializzati e “un processo di analisi tecnica seguito da un processo di valutazione multilaterale” per i paesi non industrializzati. Questi ultimi avranno l’assicurazione che il dispositivo sarà “non invadente, non punitivo e rispettoso della sovranità nazionale”.

Due menzioni soppresse

Dalla nuova versione del testo è scomparsa la menzione di prezzo dell’anidride carbonica e quella sui diritti umani: “Ci rammarichiamo per la scomparsa della clausola sui diritti umani dell’articolo 2, che fa seguito alla scomparsa del riferimento all’uguaglianza di genere e a una transizione giusta verso un’economia sostenibile”, osserva l’Oxfam.

Questo articolo è uscito sul quotidiano francese Le Monde.
(Traduzione di Andrea De Ritis)

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