I deputati indipendentisti del partito Youngspiration Yau Wai-ching e Sixtus Leung, a Hong Kong, il 6 novembre 2016. (Vincent Yu, Ap/Ansa)

Hong Kong ha paura dell’ingerenza del governo di Pechino

I deputati indipendentisti del partito Youngspiration Yau Wai-ching e Sixtus Leung, a Hong Kong, il 6 novembre 2016. (Vincent Yu, Ap/Ansa)
08 novembre 2016 11:26

È stato un intervento senza precedenti del governo cinese nella politica di Hong Kong. Il 7 novembre Pechino ha vietato a due deputati indipendentisti della città stato di entrare al consiglio legislativo, Legco, il parlamento locale. Sulla base di un’interpretazione molto particolare della legge fondamentale di Hong Kong, il parlamento di Pechino ha stabilito che per svolgere un incarico politico a Hong Kong bisogna giurare fedeltà alla Cina.

La questione riguarda il giuramento di due giovani deputati indipendentisti, eletti al Legco a settembre, Sixtus Leung e Yau Wai-ching, del partito Youngspiration. I due hanno suscitato molte polemiche quando, il 12 ottobre, durante il giuramento hanno srotolato uno striscione con scritto “Hong Kong non è la Cina”, pronunciando in maniera scorretta la parola Cina e usando il termine dispregiativo “Shina”, come facevano gli occupanti giapponesi ai tempi dell’invasione della Cina (1937-1945).

Il 6 novembre migliaia di abitanti hanno manifestato nel centro di Hong Kong contro l’ingerenza di Pechino. Una manifestazione pacifica che è sfociata in violenti scontri con la polizia, che ha usato i gas lacrimogeni per disperdere i manifestanti. Questi hanno cercato di forzare il cordone di sicurezza intorno all’ufficio di collegamento cinese, che rappresenta l’ambasciata di Pechino.

Un precedente pericoloso
Dopo il fallimento della “rivolta degli ombrelli” del 2014, che chiedeva riforme democratiche, molti abitanti della città si preoccupano dell’influenza crescente di Pechino sul territorio semiautonomo. Secondo Emily Lau, figura di spicco nella lotta per la democrazia a Hong Kong, Pechino cercare di soffocare sul nascere il movimento d’indipendenza nel timore che queste idee si possano diffondere in regioni come il Tibet o la regione autonoma uigura dello Xinjiang, dove è presente una resistenza di lunga data al Partito comunista cinese.

La decisione di Pechino è un precedente pericoloso, sostiene la deputata del Civic party Claudia Mo. “È la fine annunciata di Hong Kong”. Allo stesso modo l’intervento di Pechino rimette in discussione il futuro dello stato di diritto nell’ex colonia britannica e il suo status di piazza finanziaria internazionale. Secondo Mo l‘“abuso di potere” di Pechino va contro il principio “un paese, due sistemi”, che aveva caratterizzato nel 1997 il ritorno di Hong Kong alla Cina, con l’instaurazione di un governo semiautonomo per cinquant’anni, una libertà sconosciuta nel resto della Cina continentale.

(Traduzione di Andrea De Ritis)

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