16 dicembre 2020 11:12

L’aria sta cambiando in tutto il mondo. Il presidente cinese Xi Jinping ha dichiarato che la Cina ridurrà a zero le emissioni nette di anidride carbonica entro il 2060. Con Joe Biden alla Casa Bianca gli Stati Uniti rientreranno negli accordi di Parigi sul clima, sottoscritti cinque anni fa. Sui mercati finanziari le aziende che producono energia pulita sono di gran moda. Questo mese la Tesla farà il suo ingresso nell’indice s&p 500 come uno dei titoli di maggior peso.

È sorprendente che in un ambito in cui le parole non costano niente si sia anche passati all’azione. Negli Stati Uniti e in Europa il consumo di carbone, la principale fonte di gas serra, è crollata del 34 per cento dal 2009. Secondo le previsioni dell’Agenzia internazionale per l’energia, un organismo intergovernativo, l’uso globale di carbone non supererà più i livelli pre-covid.

Ciononostante il carbone rappresenta ancora il 27 per cento dell’energia grezza usata per alimentare qualsiasi cosa, dalle automobili alle reti elettriche. A differenza del gas naturale e del petrolio, si tratta di anidride carbonica concentrata, perciò è responsabile addirittura del 39 per cento delle emissioni annue di CO2 provenienti da combustibili fossili. Se vogliamo che le emissioni globali scendano abbastanza e abbastanza in fretta, adesso l’obiettivo è raddoppiare l’impegno dell’occidente e replicarlo in Asia. Non sarà facile.

Nel Regno Unito le ultime centrali elettriche alimentate a carbone potrebbero chiudere entro il 2022

Il carbone si è sviluppato durante la rivoluzione industriale. Nel mondo ricco il suo impiego nelle fornaci e nelle caldaie è culminato negli anni trenta, poi è calato con la diffusione di combustibili meno inquinanti. Di recente il suo consumo in occidente è crollato. Nel Regno Unito le ultime centrali elettriche alimentate a carbone potrebbero chiudere entro il 2022. La Peabody energy, una grande azienda mineraria che estrae carbone negli Stati Uniti, rischia di dichiarare fallimento per la seconda volta in cinque anni.

Se i prezzi del carbone hanno accelerato il processo in Europa, l’amministrazione Trump ha invece favorito il settore del carbone negli Stati Uniti con iniziative di deregolamentazione e sostengo politico, e nonostante questo il settore è in declino. Un motivo è la concorrenza del gas naturale a basso costo estratto negli Stati Uniti con il fracking. Credito fiscale e sussidi hanno spinto il settore delle rinnovabili a ingrandirsi, e questo a sua volta ha contribuito ad abbassarne i costi.

Secondo l’ente di ricerca Bloombergnef, i parchi solari ed eolici a terra sono oggi la fonte più economica di nuova elettricità per almeno due terzi della popolazione mondiale. Mentre il carbone deve affrontare la concorrenza di fonti più pulite e la prospettiva di nuove regole, le banche e gli investitori stanno abbandonando il settore, facendo salire il costo del capitale per il carbone.

Operai caricano il carbone estratto dalla miniera Huating, nella provincia cinese di Gansu, 18 settembre 2020. (Thomas Peter, Reuters/Contrasto)

È di sicuro una vittoria, anche se parziale. Nell’ultimo decennio, mentre l’Europa voltava le spalle al carbone, il consumo in Asia è cresciuto di un quarto. Attualmente il continente è responsabile del 77 per cento dell’uso complessivo del carbone. Solo la Cina ne brucia più di due terzi, seguita dall’India. Il carbone la fa da padrone in alcune economie di medie dimensioni e in rapida crescita, come l’Indonesia e il Vietnam.

Se l’obiettivo è limitare l’aumento globale della temperatura a 2 gradi centigradi in più rispetto al periodo pre-industriale, non si può aspettare che la fame di carbone dell’Asia svanisca da sola. Si costruiscono ancora nuove centrali. Molte di quelle già completate non sono ancora usate al pieno delle loro capacità e hanno davanti decenni di vita. Non basta nemmeno aspettarsi una soluzione dalle tecnologie del “carbone pulito”, che puntano a catturare e immagazzinare le emissioni nel momento stesso in cui vengono prodotte. Possono contribuire a ridurre l’inquinamento provocato dall’uso industriale del carbone, per esempio nel settore siderurgico, ma sono troppo costose per il settore della produzione di energia elettrica.

Per questo all’Asia servono immediatamente nuove politiche per cambiare le sue abitudini legate all’uso del carbone. Si dovrebbe puntare a impedire la costruzione di nuove centrali a carbone e mandare in pensione quelle esistenti. Alcuni paesi hanno fatto un primo passo, imponendo nuovi obiettivi e divieti. Le Filippine hanno dichiarato una moratoria sulle nuove centrali; anche il Giappone e il Bangladesh stanno rallentando la costruzione. Il nuovo piano quinquennale della Cina, che sarà reso pubblico nel 2021, potrebbe limitare l’uso del carbone. Dovrebbe imporre un tetto ai livelli attuali, così da dare avvio immediatamente al declino nel settore.

La maggior parte delle rinnovabili fornisce energia in modo intermittente, perché il clima è mutevole

A voler dare credito agli obiettivi, i paesi asiatici devono affrontare problemi più profondi. La strategia che ha funzionato in Europa e negli Stati Uniti per loro avrà senso solo fino a un certo punto, perché le compagnie minerarie, le centrali a carbone, i produttori di attrezzature e le banche che finanziano tutto questo sono spesso controllate dallo stato. Le forze di mercato e le tasse sulle emissioni di anidride carbonica, che usano i segnali di prezzo per cambiare gli incentivi, sono perciò meno efficaci. E le politiche sul carbone sono pericolose.

L’economia basata sul carbone dà vita a una rete di posti di lavoro, debito, introiti fiscali ed esportazioni. La Cina ha usato la Nuova via della seta per vendere sia macchinari da usare nelle miniere sia centrali elettriche. In tutta la regione i governi locali dipendono dagli introiti generati dal carbone. Molti lo difenderanno con le unghie e con i denti. Un passo per contrastare le lobby regionali è ridefinire i sistemi energetici in modo tale che le energie rinnovabili possano competere su un piano di equità e gli incentivi possano funzionare.

La maggior parte delle rinnovabili fornisce energia in modo intermittente, perché il clima è mutevole. Reti elettriche nazionali intelligenti potrebbero attenuare questo problema connettendo tra loro regioni diverse. Troppi sistemi di energia elettrica dell’Asia soffocano i loro segnali di mercato perché sono intrappolati da tempo in contratti a lungo termine con compagnie carbonifere e perché sono bombardati di sussidi e indici di prezzo non trasparenti. Eliminando tutto questo per far funzionare meglio i mercati e gli incentivi fiscali, le fonti di energia rinnovabili avrebbero la meglio sul carbone.

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L’altro passo è risarcire chi ci perderà. La lezione arrivata dalle città minerarie impoverite del South Wales e della West Virginia è che la perdita di posti di lavoro provoca tensioni politiche. Coal India, il colosso minerario nazionale, dà lavoro a 270mila persone. Dalla provincia dello Shanxi in Cina allo stato del Jharkhand in India, i governi locali avranno bisogno di trasferimenti fiscali per poter riequilibrare le loro economie. Potrebbe essere necessario ricapitalizzare le banche: gli istituti di credito statali in Cina potrebbero essere esposti per mille miliardi di dollari.

Europa e Stati Uniti hanno dimostrato che il re carbone può essere detronizzato, ma non possono limitarsi a guardare l’Asia che si adopera per completare la rivoluzione. Il carbone ha alimentato lo sviluppo dell’occidente. Nel 2019 il consumo di carbone pro capite in India era meno della metà di quello statunitense. Nel lungo periodo è nell’interesse dell’Asia abbattere il consumo di carbone, ma i costi politici ed economici nel breve periodo sono abbastanza pesanti da rallentare molto l’azione. Se i politici in Europa e negli Stati Uniti vogliono davvero combattere il riscaldamento globale, devono impegnarsi di più per abbattere il consumo di carbone anche altrove. E questo vuol dire mantenere le promesse iniziali di aiutare i paesi in via di sviluppo a contrastare il cambiamento climatico.

La responsabilità finale del processo sarà tuttavia dell’Asia. E la buona notizia è che il continente ha tutto l’interesse a impegnarsi su questa strada. Le sue popolazioni, le sue infrastrutture e la sua agricoltura sono pericolosamente esposte a siccità, inondazioni, tempeste e innalzamento dei livelli del mare provocati dal cambiamento climatico. Una classe media in crescita chiede ai governi di ripulire le soffocanti metropoli del continente. E le fonti rinnovabili offrono una via per avere energia a basso costo generata in casa che può creare anche occupazione industriale e innovazione. Il carbone ha i giorni contati. Prima sarà consegnato ai musei e ai libri di storia, meglio sarà.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)

Questo articolo è stato pubblicato dal settimanale The Economist.

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