03 dicembre 2020 13:28

Il 3 dicembre è la giornata internazionale delle persone con disabilità. Istituita nel 1981 dalle Nazioni Unite, dal 1992 è diventata una ricorrenza annuale con lo scopo di promuovere la piena partecipazione e inclusione in tutti i settori della società e dello sviluppo, in accordo con quanto sancito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti delle persone con disabilità, approvata nel 2006.

Ma quanti di questi diritti sono stati rispettati e promossi nel mondo durante la prima ondata della pandemia di covid-19?

Lo ha analizzato il report “I diritti delle persone con disabilità durante la pandemia”, elaborato da sette organizzazioni per la difesa dei diritti delle persone con disabilità che operano a livello internazionale.

Frutto di un’indagine sulla condizione di vita delle cittadine e dei cittadini disabili in tutto il mondo durante la prima ondata della pandemia, si basa sulle testimonianze di più di duemila persone provenienti da 134 nazioni.

L’obiettivo della ricerca, condotta tra aprile e agosto del 2020, è stato raccogliere informazioni in merito alle misure adottate dagli stati per difendere alcuni dei diritti sanciti dalla convenzione.

Senza diritti
Gli ambiti di indagine hanno riguardato la condizione delle persone con disabilità nelle strutture residenziali, i supporti e i servizi disponibili nelle comunità di appartenenza – come la possibilità di accesso al cibo, alle medicine e all’assistenza personale – e il diritto alle cure ospedaliere. Inoltre è stato analizzato l’impatto della pandemia su alcune “categorie” di cittadini e cittadine disabili maggiormente sottorappresentati come le donne, i bambini e le persone senza dimora.

Le domande sono state rivolte sia a persone con disabilità, alle loro famiglie e organizzazioni sia ai rappresentanti dei governi e alle agenzie nazionali di monitoraggio dei diritti umani.

La conclusione a cui è giunto il rapporto è stata la generale incapacità di tutti gli stati di adottare misure adeguate per difendere i diritti delle persone con disabilità durante la prima ondata della pandemia. Il dato più preoccupante emerso è che alcuni paesi hanno messo in atto politiche che si sono tradotte in violazioni su vasta scala dei diritti alla vita e alla salute delle persone con disabilità (articoli 10 e 25), oltre ad averne intaccati altri, tra cui quelli alla libertà (articolo 14); alla libertà da torture, maltrattamenti, sfruttamento, violenza e abusi (articoli 15 e 16); alla vita indipendente e all’inclusione nella società (articolo 19) e all’educazione inclusiva (articolo 24).

In tutto il mondo, le persone con disabilità che vivono negli istituti non sono state né assistite né protette in modo adeguato dal rischio di contagio a causa della scarsità del personale (perché in malattia), dei servizi sanitari di base e dei dispositivi di protezione individuale. Non hanno ricevuto sufficienti informazioni sull’emergenza sanitaria e sulle misure di prevenzione da adottare per evitare la diffusione del contagio; inoltre il divieto di contatto con l’esterno, deciso dai governi per contenere la pandemia, li ha privati delle loro relazioni sociali, con pesanti ripercussioni sulla loro salute fisica e psicologica.

A quanti invece hanno continuato a vivere a casa propria è stata sospesa gran parte dei servizi e dei supporti per la vita indipendente, come l’assistenza personale e domiciliare, il sostegno di reti informali e la possibilità di accesso alle tecnologie assistive, pensate per rendere accessibili i prodotti informatici anche a persone con disabilità.

L’isolamento sociale causato dal lockdown e l’interruzione dei legami con la comunità di appartenenza sono stati molto critici per queste persone che, in alcuni casi, hanno anche avuto grossi problemi a procurarsi cibo e beni essenziali, diritto difeso dall’articolo 28.

Inoltre, le conseguenze della pandemia hanno pesantemente minato i diritti di quei gruppi di cittadini e cittadine con disabilità a maggior rischio di discriminazione, come i minori, le donne e le persone senza dimora.

I bambini e i ragazzi disabili hanno riscontrato enormi difficoltà nell’accesso alla didattica a distanza, svolta con metodologie tradizionali per niente inclusive. A molti di loro sono stati sospesi i servizi socio-educativi e di riabilitazione (previsti dall’articolo 26), delegando tutto il carico della loro assistenza alle famiglie.

I politici sembrano considerare le persone con disabilità unicamente come oggetti di cura, anche se poi non si impegnano a curarle

Sono aumentati gli episodi di violenza nei confronti delle donne e delle ragazze con disabilità, difese in particolare dall’articolo 6 della convenzione. Non sono state adottate misure per supportare le persone disabili senza dimora, spesso istituzionalizzate contro la loro volontà.

Molti cittadini disabili non hanno potuto accedere all’assistenza sanitaria. La condizione di disabilità è stata usata per negar loro le cure per covid-19 o discriminarli nelle procedure di triage. Ma c’è stato anche chi non ha potuto curarsi a causa del costo troppo elevato dei farmaci o perché impossibilitato a uscire di casa per comprarli durante il lockdown.

Il report fa due osservazioni interessanti. La prima: non sono state riscontrate differenze tra le misure adottate per difendere i diritti delle persone con disabilità dai governi dei paesi con un welfare e un’economia più sviluppati e quelle prese da nazioni in cui lo stato sociale e quello economico sono meno robusti, se non addirittura assenti. Tutti gli stati, dunque, sono risultati democraticamente alla pari nel violare i più fondamentali diritti umani.

La seconda: al sondaggio hanno risposto pochissimi rappresentanti dei governi o delle agenzie nazionali di monitoraggio dei diritti umani. Questo permette di fare delle interessanti ipotesi sulla priorità attribuita alla difesa dei diritti delle persone disabili nell’agenda dei governanti.

La conclusione a cui giunge il report è che oggi i responsabili politici a molti livelli sembrano essere tornati a considerare le persone con disabilità unicamente come oggetti di cura (anche se poi non si impegnano a curarle) e di controllo, vanificando così molti dei risultati raggiunti negli ultimi anni per migliorare l’esercizio del diritto di cittadinanza, di inclusione e di altri diritti.

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Forse per questo motivo nel 2020 ai diritti delle persone disabili è stata dedicata l’intera settimana dal 30 novembre al 4 dicembre, in concomitanza con la tredicesima sessione della conferenza degli stati che aderiscono alla Convenzione sui diritti delle persone con disabilità.

Il tema scelto quest’anno è: “Building back better: toward a disability-inclusive, accessible and sustainable post covid-19 world”. Letteralmente: “Ricostruire meglio: verso un mondo post covid-19 inclusivo della disabilità, accessibile e sostenibile”. In Italia è stato interpretato con lo slogan: “Non si lascia indietro nessuno. Mai”.

Sarà però difficile che questo si traduca in realtà finché i cittadini disabili continueranno a essere considerati soltanto un onere per lo stato anziché una risorsa con cui collaborare. È chiaro infatti che fin quando le istituzioni politiche e sociali non riconosceranno il valore di investire e valorizzare chi è portatore di una diversità, difficilmente un cambiamento sarà possibile. Occorre quindi che le persone con disabilità e le loro associazioni da passivi oggetti di cura passino a essere considerate soggetti politici attivi e organizzati, in grado di contribuire, con il loro punto di vista e le loro proposte concrete, al miglioramento della loro condizione e di quella dell’intera comunità. Perché una società che a ogni suo livello, istituzionale e non, è capace di adottare il punto di vista di una minoranza sarà una società più inclusiva, sostenibile e accessibile per tutti.

Le foto di questo articolo sono state scattate dal fotografo Stefano Sbrulli. Fanno parte della serie Lookdown sul rapporto tra la disabilità visiva e il distanziamento sociale.