16 dicembre 2021 11:50

Appena nati, alla fine del settecento, gli Stati Uniti dovevano decidere che tipo di paese diventare, e i loro leader politici sapevano che la scelta sarebbe stata profondamente condizionata dalla geografia. Davanti a loro avevano un continente sterminato da esplorare e potenzialmente da conquistare, ma l’espansione comportava dei rischi. I padri fondatori pensavano che un rapido allargamento dei confini verso ovest potesse essere pericoloso, perché il paese sarebbe diventato più difficile da governare (e potenzialmente meno omogeneo dal punto di vista razziale) e sarebbe entrato in guerra contro le popolazioni native che vivevano nei territori occidentali. In altre parole, c’era il rischio che la nuova repubblica finisse per diventare come il governo da cui si erano appena separati, cioè un impero.

E in effetti per qualche decennio Washington provò a controllare in maniera rigida gli insediamenti nei territori occidentali. Ma alla fine la crescita veloce della popolazione e il bisogno di risorse resero inevitabile un’espansione, e nel giro di un secolo gli Stati Uniti diventarono effettivamente un impero, cioè un’entità di governo che controllava anche territori lontani dai centri di potere (all’inizio sul continente, man mano che venivano occupate le regioni occidentali e meridionali, poi oltremare, in posti spesso lontani migliaia di chilometri). Territori che avevano storie e tradizioni diverse ed erano gestiti con norme diverse.

Dopo la guerra ispano-americana del 1898 gli Stati Uniti strapparono alla Spagna Guam, le Filippine e Puerto Rico. Due anni dopo presero il possesso di una parte delle isole Samoa, nel sud del Pacifico. Durante la prima guerra mondiale Washington, preoccupata di migliorare la propria posizione militare, comprò dalla Danimarca (per 25 milioni di dollari in oro) una parte delle Isole Vergini, nel mar dei Caraibi. Nel 1940, durante la seconda guerra mondiale, gli statunitensi che vivevano nei territori d’oltremare erano 19 milioni, più degli immigrati che vivevano negli Stati Uniti continentali e anche più degli afroamericani. Nel 1946 le Filippine diventarono indipendenti, ma gli altri territori sono ancora sotto la sovranità statunitense. Ci vivono in tutto quasi quattro milioni di persone, più delle popolazioni di Maine, New Hampshire e Rhode Island messe insieme.

Questa condizione imperiale è stata in parte rimossa dal modo in cui si racconta la storia negli Stati Uniti, ma esiste ancora e continua a condizionare sia il carattere nazionale sia l’immagine del paese nel mondo.

È interessante provare a capire come percepiscono il loro rapporto con gli Stati Uniti le persone che vivono in quei posti. Prima, qualche informazione sullo status giuridico e politico dei territori d’oltremare statunitensi, generalmente chiamati “territori non incorporati”. Chi nasce a Guam, a Puerto Rico e alle Isole Vergini americane è cittadino degli Stati Uniti (per gli abitanti delle Samoa è diverso). Gli abitanti eleggono direttamente il loro governatore e un parlamento, scelgono anche un delegato (senza diritto di voto) alla camera del congresso di Washington, ma non possono votare alle elezioni presidenziali (a meno che non si siano trasferiti stabilmente negli Stati Uniti continentali). Partecipano invece alle primarie e ai caucus dei partiti per scegliere il candidato alla Casa Bianca.

Avamposti aggressivi
Guam è l’isola più grande dell’arcipelago delle Marianne, nell’oceano Pacifico occidentale. Ci vivono circa 160mila persone, in grande maggioranza appartenenti alla popolazione indigena chamorro. La sua posizione – a meno di cinquemila chilometri da Tokyo, Seoul, Taiwan e Pyongyang – la rende un avamposto militare fondamentale per gli Stati Uniti nella regione. Questo spiega perché un terzo del territorio di Guam è di proprietà dell’esercito statunitense. E ultimamente, da quando la politica estera di Washington è diventata più aggressiva nei confronti della Cina, la vita dell’isola è ancora più condizionata dalle decisioni prese al Pentagono.

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Washington ha approvato dei piani di espansione che prevedono il trasferimento a Guam di cinquemila marines, la costruzione di alloggi, di un complesso per le esercitazioni militari, di un poligono per bombe a mano e di altre strutture per l’addestramento. L’opinione pubblica dell’isola è divisa sulla presenza militare statunitense. Per molti è una benedizione, perché garantisce posti di lavoro alla gente del posto e perché la popolazione locale si porta ancora dietro i traumi dell’occupazione giapponese durante la seconda guerra mondiale (tanti nativi chamorro furono mandati in campi di lavoro, torturati e uccisi).

Tanti altri invece denunciano la condizione coloniale di Guam (per esempio perché non ha una vera rappresentanza al congresso) e soprattutto accusano Washington di rubare e distruggere le terre ancestrali. Secondo gli ambientalisti locali, per realizzare l’ultima espansione gli Stati Uniti stanno radendo al suolo migliaia di ettari di foreste, che ospitano ecosistemi fragili e unici al mondo, la principale fonte di acqua potabile dell’isola e molti siti culturali dei chamorro. L’esercito sta anche costruendo un sistema di difesa missilistico e una stazione di ormeggio per portaerei che distruggerà decine di chilometri di barriera corallina.

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