L’impianto dell’Ilva a Taranto, novembre 2017. (Paolo Manzo, Nurphoto/Getty Images)

La posta in gioco nella chiusura dell’Ilva

L’impianto dell’Ilva a Taranto, novembre 2017. (Paolo Manzo, Nurphoto/Getty Images)
05 novembre 2019 17:14

La mattina del 4 novembre 2019 i diecimila dipendenti dell’ArcelorMittal Italia hanno ricevuto un’email dell’amministratrice delegata Lucia Morselli. Il testo li informava che entro trenta giorni l’azienda avrebbe lasciato l’Ilva di Taranto. “Questa è una notizia difficile per i dipendenti”, ha scritto Morselli, annunciando la restituzione dello stabilimento ai commissari straordinari nominati dal governo e “un piano di ordinata sospensione di tutte le attività produttive, a cominciare dall’area a caldo”. Le parole di Morselli stridono con quello che lei stessa ha dichiarato il 15 ottobre scorso, quando si è insediata al vertice del ramo italiano della multinazionale indiana: “Non esiste oggi in Italia una sfida industriale più grande e più complessa di quella degli impianti dell’ex Ilva”. La manager sosteneva che avrebbe fatto del suo meglio “per garantire il futuro dell’azienda”.

Morselli ha spiegato che a spingere la multinazionale a lasciare Taranto è stata l’opposizione del Movimento 5 stelle (M5s) allo “scudo penale” previsto per i suoi amministratori. L’immunità giudiziaria era stata la condizione che il governo Renzi nel 2015 aveva garantito a chi rilevasse lo stabilimento. Nelle intenzioni dell’esecutivo l’immunità doveva incoraggiare chiunque volesse acquistare una fabbrica che negli ultimi anni è finita nel mirino di diverse inchieste giudiziarie per disastro ambientale. Il secondo articolo del decreto 1 del 2015 “esclude la responsabilità penale e amministrativa del commissario straordinario, dell’affittuario o acquirente (e dei soggetti da questi delegati) dell’Ilva di Taranto in relazione alle condotte poste in essere in attuazione del piano ambientale”. Bisognava “evitare che attuando il piano ambientale, i commissari o i futuri acquirenti del siderurgico restassero coinvolti in vicissitudini giudiziarie derivanti dal passato essendo l’inquinamento Ilva un problema di lunga data”.

Nell’aprile 2019, per volere dell’allora ministro allo sviluppo Luigi Di Maio e del ministro dell’interno Matteo Salvini, lo scudo penale è stato depotenziato con una norma inserita nel cosiddetto decreto crescita. Dopo mesi di trattative, c’è stata una nuova mediazione. Lo scudo è stato ripristinato con il decreto “salva impresa” approvato dal consiglio dei ministri ad agosto. Ma ora è stato cancellato dal decreto legge 101/2019. Secondo l’azienda questa clausola è essenziale. Secondo il M5s, invece, sarebbe un regalo alla multinazionale indiana.

Lavoro e ambiente
Il 26 luglio 2012 l’Ilva fu sequestrata ai vecchi proprietari, la famiglia Riva, che l’avevano acquistata dallo stato nel 1995. Dopo quasi vent’anni di gestione, l’azienda era finita in amministrazione straordinaria. Ai vecchi padroni furono sequestrati 1,2 miliardi di euro in un conto svizzero, soldi poi parzialmente usati per realizzare il piano ambientale. Un piano che oltre ad avere come obiettivo quello di rispettare le leggi sull’inquinamento previste in Italia, stabilisce alcune misure precauzionali come la copertura dei parchi minerali per evitare le nubi tossiche nei giorni di vento.

La notizia della chiusura ha creato scompiglio tra i lavoratori, agitato i sindacati e provocato ripercussioni nel mondo della politica, con il presidente del consiglio Giuseppe Conte che ha immediatamente convocato un tavolo di governo.

A rischio ci sarebbero, oltre agli 8.200 lavoratori di Taranto, anche i circa 3.500 impiegati nelle aziende dell’indotto, alle quali l’amministratrice delegata Morselli ha già ridotto i contratti di fornitura e servizi. Secondo l’istituto di ricerca Svimez, chiudere l’Ilva provocherebbe una perdita pari all’1,4 per cento del prodotto interno lordo in Italia.

Voce grossa
Al di là delle dichiarazioni e degli allarmi, l’Ilva però difficilmente chiuderà entro un mese, come ha minacciato l’azienda. Alla Fiom-Cgil fanno notare che, se l’ArcelorMittal mettesse davvero in pratica quel che ha scritto, la vicenda avrebbe un lungo, e poco conveniente per tutti, strascico giudiziario. Inoltre, dal giugno 2017 la multinazionale paga all’amministrazione straordinaria 45 milioni di affitto ogni tre mesi, e questi soldi, che nel 2023 sarebbero scalati dalla cifra d’acquisto, andrebbero persi.

Dunque, gli impianti per il momento non possono essere spenti e l’email sembra essere stata inviata più per fare la voce grossa. Al sindacato dei metalmeccanici della Cgil ritengono che Morselli sia stata scelta per “fare la guerra al governo per portare a casa l’immunità penale”. La manager ha la fama di “dura” che non tratta con i politici, non discute con i sindacati e non parla con i giornalisti. Di lei si ricordano le 611 lettere di licenziamento alla Berco di Ferrara, nel 2013, e il piano di tagli alle acciaierie di Terni che nel 2014 provocò trenta giorni di sciopero consecutivi.

Alessandro Marescotti, presidente dell’associazione Peacelink e volto storico dell’ambientalismo a Taranto, ritiene di aver scovato le vere ragioni del disimpegno dell’ArcelorMittal nella riga numero 12 dell’email inviata ai dipendenti. Lì dove “si afferma che l’Ilva non è in grado di rispettare l’ultimatum della magistratura sulla messa a norma dell’altoforno numero due, dove un operaio morì investito da una fiammata dovuta al malfunzionamento dell’impianto”.

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Il tribunale di Taranto ha imposto di completare alcune prescrizioni entro il prossimo 13 dicembre e questa data per l’ArcelorMittal “è impossibile da rispettare”. Nel frattempo, l’altoforno rimane chiuso e la produzione nel 2019 è passata da sei milioni di tonnellate previste a cinque milioni, con il risultato che dalla fine di settembre 1.256 operai sono in cassa integrazione per “crisi di mercato”. “Forse hanno scoperto che con l’Ilva stanno perdendo un sacco di soldi”, dice Marescotti.

I quotidiani la Repubblica e La Stampa riportano un’indiscrezione secondo la quale l’ex premier Matteo Renzi sarebbe pronto a proporre una cordata composta dall’altro colosso globale dell’acciaio, la Jindal steel, e dalla Cassa depositi e prestiti. Nel 2018 la Jindal ha comprato le acciaierie di Piombino per mantenerle ferme, “come se aspettassero che accada qualcosa”, dicono alla Fiom-Cgil.

All’epoca Lucia Morselli era la manager incaricata dall’azienda per gestire anche una possibile acquisizione dell’Ilva di Taranto. Ora, dall’altra parte della barricata, la stessa amministratrice sembra prepararsi a gestire la dismissione. Al sindacato dei metalmeccanici sospettano che la rottura sull’immunità penale possa fare da paravento a un accordo di mercato tra l’ArcelorMittal e la Jindal. E si chiedono: “Morselli è un tramite di questo gioco?”.

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