Immaginate migliaia di navi da crociera piene di passeggeri ma a corto di disinfettanti, personale medico e strumenti protettivi. Poi immaginate che ogni settimana un quarto dei passeggeri scenda dalle navi, sostituito da nuovi turisti che rischiano di trasmettere o essere contagiati dal nuovo coronavirus.

Posti simili esistono, e negli Stati Uniti sono ovunque. Sono le prigioni di contea, gestite dagli sceriffi eletti a livello locale che in questo momento hanno l’incarico di arginare l’epidemia di covid-19 ma che con ogni probabilità hanno risorse limitate e spesso nessuna voce in capitolo su chi entra o esce da quelle strutture.

Sia nelle grandi prigioni che si trovano nei focolai principali come New York e Seattle, sia nelle piccole prigioni di contea, l’andirivieni delle persone che entrano ed escono minaccia di accelerare la diffusione della malattia, mettendo in pericolo la popolazione incarcerata, il personale e la comunità in generale. Alcuni stati e alcune giurisdizioni locali hanno risposto con rilasci e scarcerazioni anticipate.

Popolazione di passaggio
Nel paese esistono due tipi di prigioni: quelle gestite dalle autorità federali o statali e dedicate esclusivamente ai detenuti condannati a molti anni di carcere, dove quindi la popolazione carceraria è abbastanza stabile; e quelle gestite dalle autorità locali, in cui finisce chi aspetta di uscire su cauzione, chi non può pagare la cauzione ed è in attesa del processo e chi deve scontare pochi mesi per reati non violenti. Nelle prigioni del secondo tipo i detenuti entrano ed escono a ritmo costante.

Il Marshall Project e il New York Times hanno analizzato i dati sulla popolazione carceraria statunitense del 2017 raccolti dal Vera institute of justice, scoprendo che in media le prigioni del secondo tipo prendono in carico 200mila nuovi detenuti ogni settimana, un numero più o meno equivalente a quello delle persone rilasciate. “È fondamentale che l’opinione pubblica capisca la portata del ricambio di detenuti nelle prigioni”, sottolinea Brandon Garrett, professore di diritto dell’università di Duke. “Alcuni restano in carcere per poco tempo. Questo significa che entrano ed escono ripetutamente dalle loro comunità”.

Evitare il contagio in queste strutture è molto difficile. Il distanziamento sociale è praticamente impossibile nei dormitori con tanti letti disposti in fila. Lo stesso vale per le celle occupate da due detenuti, per le docce collettive o per i bagni condivisi da decine di carcerati. I pericoli aumentano esponenzialmente quando le strutture sono sovraffollate, sporche e con carenza di personale.

Nelle prigioni di Rikers Island, a New York, il tasso di contagi potrebbe essere nove volte superiore rispetto alla media della città

Il contatto fisico tra gli operatori e i detenuti è inevitabile. Gli agenti prendono le impronte dei carcerati, li ammanettano, li controllano costantemente, li trasportano in tribunale e li accompagnano per le visite mediche. Oltre ai detenuti, ci sono tante altre persone che entrano ed escono dalle prigioni, come i familiari in visita, i volontari (insegnanti, consulenti, preti), i dipendenti delle aziende che gestiscono i distributori automatici e gli avvocati che incontrano i loro clienti. Molte prigioni hanno interrotto gran parte di questo flusso a causa del virus, cancellando visite, servizi e operazioni commerciali e affidandosi alla comunicazione online e telefonica.

Fin da subito si è saputo che c’erano focolai all’interno delle strutture carcerarie statunitensi. Il 30 marzo la Società per la consulenza legale di New York ha annunciato che 36 detenuti su mille all’interno delle prigioni cittadine erano positivi. Nel resto della città il rapporto era di quattro su mille. In mancanza di dati sul numero di tamponi effettuati è impossibile valutare la differenza tra le carceri di New York, quasi tutte situate a Rikers Island, e altre zone. Se la percentuale di tamponi effettuati fosse simile, vorrebbe dire che il tasso di contagi a Rikers è nove volte superiore rispetto alla media di New York.

“La densità è un problema, lo sappiamo bene”, dice Barun Mathema, epidemiologo della Columbia University che ha fatto parte di un’équipe incaricata di studiare la diffusione della tubercolosi in una prigione brasiliana. In Brasile gli scienziati hanno scoperto che i detenuti entravano in carcere con tassi ridotti di malattia, ma che in sei settimane la percentuale risultava trenta volte superiore e restava elevata per anni dopo la scarcerazione. Nel caso brasiliano la carcerazione ha alimentato la diffusione della tubercolosi non solo all’interno della struttura ma anche nella vicina comunità, dove secondo alcuni modelli il tasso di contagio previsto è aumentato sensibilmente.

Basta un asintomatico
Mathema riscontra un’analogia tra i dati rilevati in Brasile e l’attuale epidemia di coronavirus. Le persone che sono nelle prigioni hanno spesso un sistema immunitario compromesso: molti soffrono di diabete, ipertensione, disturbi mentali, abuso di sostanze stupefacenti o malattie croniche. Il sovraffollamento fa crescere il rischio di contagio. “Dobbiamo trovare il modo di ridurre la densità all’interno delle carceri”, sottolinea Mathema.

I Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdc), l’Associazione carceraria americana e altre organizzazioni stanno offrendo alle strutture penitenziarie indicazioni su come contenere il virus: controlli frequenti della temperatura, raccolta di informazioni sulla storia clinica dei detenuti, limitazione delle visite e delle attività commerciali, restrizione della mobilità, creazione di spazi dedicati all’isolamento, coordinamento con le autorità sanitarie e pianificazione in vista di possibili carenze di personale.

Secondo Laurie Reid, ex dipendente dell’agenzia governativa per la salute pubblica e infermiera nelle strutture carcerarie, le misure consigliate potrebbero bastare ad arginare la diffusione del virus, ma resta il fatto che le prigioni più piccole potrebbero dover affrontare carenze di mascherine, guanti, attrezzatura medica, personale e soprattutto spazio per separare le persone. “In definitiva tutto si riduce allo spazio”, sottolinea Reid. “Posso garantirvi che le piccole prigioni stanno semplicemente pregando che non accada nulla”. Roberto Potter, professore di diritto penale dell’università della Florida che ha lavorato nella squadra dei Cdc nel sistema carcerario, ritiene che la diffusione del virus nelle strutture penitenziarie sia inevitabile. “Basta l’arrivo di un detenuto asintomatico per alimentare il contagio”.

Nella prigione della contea di Lamar, in Mississippi, lo sceriffo Danny Rigel sta cercando di seguire le direttive dei Cdc. Rigel ha vissuto l’uragano Katrina del 2005 e altri disastri, e anche per questo la sua prigione dispone di mascherine N95, guanti di nitrile, tute monouso, mascherine chirurgiche e disinfettanti. Il personale usa un rilevatore per controllare la temperatura di tutti gli agenti e detenuti che entrano nella struttura. Nella prigione è presente anche un macchinario per disinfettare le auto della polizia, e gli agenti di custodia indossano le mascherine ogni volta che prendono le impronte digitali dei detenuti. In qualsiasi ora del giorno o della notte all’interno della struttura è presente un infermiere.

“ È come se ci fosse in giro un terribile uragano: speriamo che non arrivi qui”, dice lo sceriffo di Lamar, in Mississippi

La prigione di Lamar è composta da celle singole, non ha dormitori né “drunk tank” collettive (strutture destinate a persone con dipendenze, soprattutto dall’alcol). Solo due terzi dei 164 posti letto sono occupati, anche se Rigel teme che la struttura possa riempirsi perché lo stato ha smesso di prelevare i detenuti destinati ai penitenziari più grandi, lasciandoli nel carcere di Lamar a tempo indefinito. “Se esplodesse un focolaio saremmo nei guai, come tutti gli altri”, spiega il direttore. “È come se ci fosse in giro un terribile uragano: speriamo che non arrivi qui”.

In teoria sarebbe semplice ridurre la densità della popolazione all’interno di un carcere: basta ridurre gli ingressi e velocizzare i rilasci. Il problema è che gli sceriffi hanno un controllo limitato su questo aspetto. Sono i giudici a stabilire chi può uscire di prigione fissando l’ammontare della cauzione e altre condizioni prima del processo, mentre gli agenti di polizia decidono se arrestare una persona e portarla in una prigione di contea o limitarsi a spiccare un mandato di comparizione in tribunale. Rigel ha invitato i suoi agenti a non incarcerare chi commette reati minori, fatta eccezione per la guida in stato di ebbrezza e la violenza domestica.

Rilascio compassionevole
Un approccio simile è stato adottato in altre aree del paese, tra cui New York, Houston e il sud della California. Nella contea di Los Angeles lo sceriffo Alex Villanueva ha annunciato che la prigione locale prenderà in carico solo detenuti con una cauzione superiore ai 50mila dollari (prima la soglia era di 25mila dollari). Villanueva ha già rilasciato 1.700 persone con cauzioni basse o la cui pena residua era inferiore a 30 giorni. Lo sceriffo ha promesso di identificare 2.800 detenuti in età avanzata e altri che sono in attesa di processo, in modo che la procura possa valutarne l’eventuale scarcerazione.

Houston è una delle città statunitensi con la più alta popolazione carceraria. Ed Gonzalez, sceriffo della contea di Harris, si è rifiutato di incarcerare le persone arrestate per reati minori e ha chiesto il “rilascio compassionevole” dei detenuti che hanno più di cinquant’anni e sono stati condannati per reati non violenti. A fine marzo un giudice federale ha preso in esame il rilascio di alcune migliaia di detenuti in attesa di processo che non possono pagare la cauzione, ma il governatore si è opposto firmando un decreto che limita questa possibilità.

La situazione è diversa a 400 chilometri a nordovest di Houston, nella contea di Tarrant, dove si trova la prigione di Fort Worth. Nell’ultima settimana di marzo la struttura ha preso in carico 640 nuovi detenuti, un calo di appena il 9 per cento rispetto alla media del 2017. Due terzi dei nuovi carcerati erano accusati di aver commesso una singola violazione, e per metà di loro si trattava di un reato minore come furto semplice, violazione di domicilio, possesso di marijuana o altri comportamenti non violenti.

Secondo l’avvocato Phillip Hall, spesso questi detenuti sono liberati dopo poche ore o pochi giorni, “ma possono comunque portare germi all’interno della prigione”.

Tuttavia, in un recente intervento radiofonico, lo sceriffo della contea di Tarrant, Bill Waybourn, ha dichiarato che non seguirà l’esempio dei colleghi che stanno evitando di perseguire i colpevoli di reati minori, e ha promesso che gli agenti interverranno “quando i cattivi incroceranno la loro strada. Non è cambiato niente, non abbiamo intenzione di essere permissivi”.

Eppure gli esperti sono convinti che sia necessario fare molto di più per evitare una catastrofe sanitaria nel sistema carcerario. Wan Yang, epidemiologo della Columbia, considera i dati di Rickers Island un campanello d’allarme per le altre prigioni. “Con un ricambio così rapido è inevitabile che il rischio aumenti”, spiega. “La prevenzione è fondamentale”.

(Traduzione di Andrea Sparacino)

Questo articolo è uscito su The Marshall Project.

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