Questo articolo è uscito sul numero 884 di Internazionale.

Per molti lettori la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la storia del Piccolo asino bianco, il pezzo per pianoforte di Jacques Ibert. Amy Chua, professoressa di legge a Yale e “madre tigre”, costringe sua figlia Lulu, di sette anni, a suonarlo per ore e ore di fila, “fino a notte fonda e saltando la cena”, senza interruzioni per bere o per andare in bagno, finché alla fine Lulu impara a suonarlo. Per altri l’episodio più irritante è un altro: quando Sophia, la figlia maggiore, le manca di rispetto e Amy Chua la chiama “spazzatura”, lo stesso termine che il suo severo padre cinese usava con lei quando era piccola. Altri lettori si sono scandalizzati per la vicenda del biglietto d’auguri che la piccola Lulu disegna per il compleanno della mamma. “Io questo non lo voglio”, le dice Chua, aggiungendo che si aspetta di ricevere un disegno in cui la figlia “abbia messo un po’ di impegno e di idee”. Restituendo il biglietto a Lulu le spiega: “Mi merito di più. Perciò questo lo rifiuto”.

Ancora prima che Battle hymn of the tiger mother (L’inno di battaglia della madre tigre) arrivasse nelle librerie americane, i suoi metodi educativi erano al centro dei commenti increduli e indignati in tutti i parchi giochi, i supermercati e i caffè del paese. Il libro è il racconto politicamente scorretto, e orgoglioso di esserlo, dell’educazione “alla cinese” che Chua ha impartito alle figlie. La polemica è nata da un’anticipazione uscita sul Wall Street Journal e intitolata “Perché le madri cinesi sono superiori”. La versione online è stata letta più di un milione di volte e finora ha ricevuto oltre settemila commenti. L’11 gennaio, quando Chua è stata ospite del programma Today, la conduttrice faticava a tenere a freno il suo disprezzo mentre leggeva ad alta voce i commenti di alcuni spettatori: “Quella donna è un mostro”, “Il modo in cui ha educato le figlie è vergognoso”, “Dov’è l’amore, dov’è la comprensione?”.

Amy Chua, una quarantottenne minuta che porta la minigonna con la stessa disinvoltura con cui potrebbero portarla le sue figlie di 18 e 15 anni, ha risposto per le rime: “A essere onesta fino in fondo, molti genitori asiatici, anche se non lo dicono, trovano orribili e sconvolgenti parecchi aspetti dell’educazione occidentale”, ha detto scuotendo i lunghi capelli. Per esempio “il fatto che sia permesso ai figli di sprecare tanto tempo, ore e ore davanti a Facebook e ai videogiochi. E che arrivino impreparati al futuro. Il mondo è duro, là fuori.”

Chua obbliga tutti i giorni le figlie a esercitarsi per ore in matematica, ortografia, piano e violino, anche nei fine settimana

La cronaca di Amy Chua dalla prima linea dell’educazione autoritaria cinese è piuttosto sconcertante, se non traumatica: il suo libro teorizza candidamente che le madri devono essere spietate. Ma c’è qualcos’altro dietro le reazioni al libro, che è schizzato in testa alle classifiche dei best seller malgrado gli attacchi sui giornali, in tv e sul web. Anche se Chua è nata e cresciuta negli Stati Uniti, il suo elogio di quella che definisce la tradizionale “educazione cinese” tocca un nervo scoperto: gli Stati Uniti hanno molta paura di restare indietro rispetto alla Cina e ad altre potenze emergenti e di non preparare adeguatamente i loro figli alla dura realtà dell’economia globale. Amy Chua non accetta mai che le figlie prendano un voto inferiore al massimo, le obbliga tutti i giorni a esercitarsi per ore in matematica, ortografia, piano e violino (anche nei fine settimana e durante le vacanze), non le lascia giocare con i compagni, dormire fuori casa, guardare la tv e tanto meno giocare ai videogiochi. Il metodo di Chua ha scandalizzato molti lettori, ma li ha anche spinti sulla difensiva. Il libro lascia chiaramente intendere che i cuccioli della madre tigre vengono educati a comandare il mondo, mentre i figli degli occidentali “indulgenti” e “docili” crescono senza la preparazione necessaria per competere nello spietato mercato globale.

Uno di questi permissivi genitori americani è il marito di Chua, Jed Rubenfeld, anche lui professore alla Law school di Yale. In Battle hymn of the tiger mother ha un ruolo di comparsa, come tenero antagonista dell’impietoso sistema coercitivo di Chua. Quando Rubenfeld si oppone alle insistenze della moglie sul Piccolo asino bianco, per esempio, lei lo informa che all’età di Lulu la figlia maggiore, Sophia, sapeva già suonare quel pezzo. Sophia e Lulu sono persone diverse, protesta ragionevolmente il marito. “Oh no, questo no!”, reagisce Chua con tono di scherno. “Tutti sono speciali in un modo speciale. Se è per questo anche i perdenti sono speciali nel loro modo speciale”.

Con la sua penna tagliente come un rasoio, Chua costringe i genitori statunitensi a chiedersi: siamo noi i perdenti di cui parla?

Il paese dei mollaccioni
Gli americani hanno molti temi su cui interrogarsi di questi tempi, a partire dalla loro economia in difficoltà. Anche se gli esperti sostengono che la recessione ormai è finita, nel terzo trimestre del 2010 la crescita economica ha segnato un misero 2,6 per cento e secondo molti economisti la disoccupazione resterà sopra al 9 per cento. Il motivo, in parte, sono i posti di lavoro delocalizzati in paesi come il Brasile, l’India e la Cina. Il valore degli immobili è diminuito, i fondi pensionistici e universitari hanno preso una batosta e i cittadini sono troppo impegnati a pagare le loro bollette per riuscire a risparmiare qualcosa, ammesso che vogliano cambiare le loro abitudini di consumo. Intanto in Cina l’economia cresce di oltre il 10 per cento all’anno e il paese ha un surplus commerciale con gli Stati Uniti di 252,4 miliardi di dollari. Il governo cinese reinveste internamente la sua nuova ricchezza costruendo ferrovie ad alta velocità e aprendo nuove fabbriche.

Non è solo l’economia statunitense a soffrire rispetto a quella cinese, ma anche l’istruzione primaria e secondaria. È emerso chiaramente nel dicembre del 2010, quando sono stati pubblicati i risultati degli ultimi test del Program for international student assessment (Pisa), un sistema internazionale di valutazione degli studenti. I ragazzi statunitensi si sono fermati a metà classifica: 17° posto per la lettura, 23° per le scienze, 31° per la matematica, complessivamente diciassettesimi. Per la prima volta dal 2000, quando il Pisa è nato, gli studenti di Shanghai si sono sottoposti al test e hanno battuto tutti gli altri, conquistando il primo posto nelle tre categorie fondamentali. Gli esperti di formazione hanno offerto una spiegazione disarmante nella sua semplicità: gli studenti cinesi studiano di più, con maggiore concentrazione e per più ore dei loro colleghi statunitensi. È vero che gli studenti di una città in pieno boom come Shanghai non sono rappresentativi di tutta la Cina, ma quando sono in gioco indicatori come i risultati dei test, il lato simbolico ha la sua importanza. Parlando di istruzione a dicembre, Barack Obama ha osservato che gli Stati Uniti sono arrivati a “un momento Sputnik”: l’umiliante presa di coscienza del fatto che un altro paese li sta superando in una competizione che erano abituati a vincere.

Una scuola elementare di Pechino. (Giulio Sarchiola, Contrasto)

Negli ultimi tempi queste considerazioni sembrano ossessionare gran parte del dibattito nazionale, perfino nei contesti più improbabili. Quando la National football league ha rinviato una partita dei Philadelphia Eagles in previsione della tempesta che alla fine di dicembre si sarebbe abbattuta sulla costa orientale, il governatore uscente della Pennsylvania, Ed Rendell, è andato su tutte le furie: “Siamo diventati un paese di mollaccioni. I cinesi ci prendono a calci nel sedere in tutto. Se questa fosse la Cina, credete che avrebbero rinviato la partita? La gente si sarebbe messa in marcia per raggiungere lo stadio. Avrebbero camminato e intanto si sarebbero esercitati a fare i calcoli”.

Queste crisi di identità nazionale non sono un fatto nuovo. Negli anni cinquanta Washington teneva gli occhi puntati sui sovietici, monitorando ossessivamente le loro scorte di missili, i loro ranghi di cosmonauti e perfino le loro squadre di ginnasti per usarli come un indice del loro successo. Negli anni ottanta il timore era che il Giappone potesse battere gli Stati Uniti con le sue meraviglie tecnologiche e il brillante design dei suoi prodotti – l’iPod di quel decennio era il Walkman della Sony – mentre gli investitori giapponesi acquistavano importanti aziende americane e le migliori proprietà immobiliari del paese.

La guerra di Lulu
Ora l’Unione Sovietica si è dissolta e la rivalità con i giapponesi è svanita, ma un nuovo avversario ha preso il loro posto: l’anno scorso la Cina ha superato il Giappone diventando la seconda economia del mondo. Gli Stati Uniti sono ancora al primo posto, ma per quanto tempo? Stanno rapidamente raggiungendo il limite del denaro che il governo federale può prendere in prestito, e il loro maggiore creditore è la Cina. Per quanto tempo ancora il sistema educativo degli Stati Uniti potrà tenere il passo con un mercato globale in rapida evoluzione e sempre più competitivo? L’anno scolastico degli studenti cinesi è più lungo di quello statunitense, e negli Stati Uniti i ragazzi passano più tempo davanti alla tv che in classe.

A richiamare finalmente l’attenzione del paese su questi problemi non è uno studio approfondito o un ponderoso rapporto governativo, ma un libretto nato dalla disperazione di una mamma per la ribellione della figlia adolescente.

Amy Chua vive a New Haven, nel Connecticut, in un’imponente villa in stile Tudor con tanto di doccioni che un impresario di vaudeville si era fatto costruire negli anni venti. Ma la donna che scende la scala a chiocciola in pietra e apre il portone di legno ornato di borchie indossa una felpa su un semplice paio di jeans e sfodera un sorriso amichevole. Mentre ci sediamo in salotto, dal secondo piano arrivano le risate di Sophia e del ragazzo (sì, le è consentito avere un ragazzo). Il peloso cane bianco a cui Chua ha inutilmente tentato di insegnare la disciplina si stende comodamente sul tappeto. La prima cosa che Chua vuole chiarire è che lei non è un mostro. “Tutto quello che faccio come madre si basa sull’amore e sul desiderio di capire le mie figlie”, dice. Amore, empatia e aspettative altissime: così è stata educata anche lei. I suoi genitori sono cinesi, ma hanno vissuto per molti anni nelle Filippine e sono emigrati negli Stati Uniti due anni prima che nascesse Chua. A casa, Chua e le tre sorelle minori dovevano parlare cinese. Ogni volta che dicevano una parola in inglese ricevevano un colpo di bacchette. Sulla pagella, l’unico voto accettabile era il massimo. Quando Chua portò il padre all’assemblea dove venivano assegnati i premi scolastici e ottenne il secondo posto, dovette subire una sfuriata: “Mai più, non azzardarti mai più a disonorarmi in questo modo”, le disse.

I genitori cinesi, al contrario degli americani, “partono dal presupposto che i figli sono forti, non fragili”

Alcuni reagiscono all’eccessiva severità della famiglia in cui sono nati diventando genitori permissivi, ma Amy Chua no. Quando è arrivato il suo momento di avere dei figli, ha deciso di educarli allo stesso modo. “Considero la mia educazione un grande successo”, dice. “Imponendomi la loro disciplina i miei genitori mi hanno fatto imparare l’autodisciplina. E limitando le mie scelte da bambina mi hanno dato più scelte nella vita da adulta. Grazie a quello che hanno fatto allora, oggi posso permettermi un lavoro che amo”. Il cammino di Chua verso la sua professione non è stato lineare: prima di scegliere giurisprudenza aveva provato un corso propedeutico per medicina e una specializzazione in economia. Ma ha potuto farlo, dice, grazie all’etica del lavoro che le avevano inculcato i suoi genitori.

Eppure Chua ammette che le scelte dei suoi genitori erano state condizionate da esperienze molto diverse dalle sue. Sia la madre sia il padre avevano sofferto enormemente durante l’occupazione giapponese delle Filippine e poi, dopo la guerra, avevano dovuto farsi strada in un nuovo paese e impadronirsi di una nuova lingua. Per loro la sicurezza e la stabilità erano valori prioritari. “Non si preoccupavano della felicità dei figli”, spiega Chua. “Pensavano a prepararci per il futuro”. Ma Chua sostiene che la felicità delle figlie è il suo obiettivo principale. L’attenzione ai risultati, dice, è semplicemente “lo strumento” per aiutarle a trovare, come lei, una vera realizzazione nel lavoro.

La seconda cosa che Chua vuole far capire è che l’educazione inflessibile che lei si proponeva di impartire non ha funzionato, o almeno non del tutto. “Quando le bambine erano piccole ero molto presuntuosa”, ammette. “Pensavo di poter avere il controllo totale. E in effetti la mia prima figlia, Sophia, è sempre stata molto obbediente”. Poi è arrivata Lulu. Fin dall’inizio la seconda figlia di Chua si è dimostrata molto diversa dalla sorella. Quando era ancora nella pancia scalciava, e forte. A pochi mesi piangeva per ore ogni notte. E nella prima adolescenza non voleva saperne di rispettare il programma di studio stabilito dalla madre. Soprattutto, si batteva disperatamente contro gli esercizi di violino: “Una guerra nucleare totale non rende pienamente l’idea”. Alla fine, dopo una scenata pubblica con tanto di urla e vetri rotti, la madre tigre ha riconosciuto la sconfitta: “Lulu, hai vinto. È finita. Rinunceremo al violino”. Poco tempo dopo, Chua ha scritto le prime righe del suo libro.

Questo succedeva un anno e mezzo fa. Oggi Chua ha raggiunto alcuni compromessi con le figlie. Sophia può uscire con il ragazzo e deve esercitarsi al piano per un’ora e mezzo al giorno invece che per sei. Lulu può coltivare la sua passione per il tennis (è riuscita a entrare nella squadra migliore della scuola: “È l’unica studentessa delle prime classi a esserci riuscita”, non può fare a meno di sottolineare Chua). Oggi Chua dice di non voler decidere il futuro delle figlie: “Non ho in mente nessun tipo di carriera per loro, purché abbiano un lavoro che le appassioni e lo facciano al meglio”. Ora che le ragazze si preparano ad affrontare la vita da sole – in autunno Sophia andrà al college – Chua dice che non cambierebbe molto nei suoi sistemi educativi. Stupisce di più, forse, che Sophia e Lulu dichiarino di voler essere madri severe, anche se hanno intenzione di concedere ai figli più tempo con gli amici e perfino di autorizzarli a dormire fuori qualche volta.

Il cortile di un asilo di Pechino. (Giulio Sarchiola, Contrasto)

Ma il fatto più sorprendente potrebbe essere che diverse ricerche condotte nel campo della psicologia e delle scienze cognitive dimostrano la validità di alcuni elementi del suo approccio. Per esempio, quando sostiene che i genitori americani esagerano nel proteggere i figli dalle difficoltà e dal dolore. I genitori cinesi, al contrario, “partono dal presupposto che i figli sono forti, non fragili, e di conseguenza si comportano in modo molto diverso”. In un libro del 2008, A nation of wimps, Hara Estroff Marano, collaboratrice della rivista Psychology Today, elenca una serie di prove che danno ragione a Chua: “Stando ai risultati delle ricerche, i bambini che non si misurano con compiti difficili non sviluppano quelle che gli psicologi chiamano ‘esperienze di padronanza’”, spiega Marano. “I bambini che hanno acquisito questo senso di padronanza sono più ottimisti e decisi, hanno capito che sono in grado di superare le avversità e di raggiungere degli obiettivi”. Quelli che non hanno mai dovuto mettere alla prova le loro capacità, invece, diventano giovani adulti “emotivamente fragili”, più vulnerabili all’ansia e alla depressione.

Un’altra scelta educativa contestata da Chua è l’abitudine degli americani di “coprire di lodi i loro figli per ogni minima cosa che fanno, come disegnare uno scarabocchio o agitare un bastone”. Gli occidentali spesso elogiano i figli definendoli “pieni di talento” o “dotati”, mentre i genitori asiatici tendono a sottolineare l’importanza dell’impegno. E in effetti ricerche condotte dalla psicologa Carol Dweck, di Stanford, confermano che il modo in cui i genitori esprimono la loro approvazione influenza le prestazioni dei figli e perfino quello che pensano di se stessi.

Dweck ha condotto ricerche con centinaia di studenti. Gli adolescenti sono stati messi di fronte a una serie di problemi particolarmente difficili presi da un test per il quoziente intellettivo. Poi alcuni sono stati lodati per la loro capacità (“Devi essere proprio sveglio!”) e altri per il loro impegno (“Devi aver lavorato parecchio!”). I ragazzi elogiati per l’intelligenza mostravano la spiccata tendenza a rifiutare un nuovo compito impegnativo da cui potevano imparare qualcosa. “Non volevano fare niente che potesse rivelare le loro debolezze e mettere in dubbio il loro talento”, spiega Dweck. Il novanta per cento dei bambini elogiati per l’impegno, invece, era pronto a misurarsi con una nuova prova.

Un altro aspetto in cui l’approccio della madre tigre si differenzia da quello occidentale è la volontà di battere sempre sullo stesso chiodo. Quando Sophia arriva seconda a un compito di matematica, Chua la costringe a fare venti esercizi ogni sera per una settimana prendendo il tempo con un cronometro. “Esercizio, esercizio e ancora esercizio. L’esercizio è fondamentale per raggiungere l’eccellenza, l’apprendimento meccanico è sottovalutato negli Stati Uniti”, scrive. In questo Chua ha ragione, dice Daniel Willingham, professore di psicologia all’università della Virginia: “È praticamente impossibile svolgere bene un compito mentale senza fare molto esercizio”. E, soprattutto, “se si svolge molte volte lo stesso compito, alla fine diventa automatico. Il cervello cambia e una persona può completare il compito senza neppure pensarci”. Quando questo avviene, il cervello crea lo spazio mentale per altre operazioni di ordine superiore: per interpretare le opere letterarie, per esempio, e non semplicemente per decodificare le parole; per godersi un pezzo di musica, e non solo per suonare le note. Le scansioni cerebrali di soggetti a cui si chiede di eseguire una serie di movimenti dimostrano che mentre la sequenza viene ripetuta, le parti del cervello associate alle abilità motorie diventano meno attive, consentendo all’attività cerebrale di spostarsi nelle aree associate a livelli superiori di pensiero e riflessione.

La neuroscienza cognitiva, insomma, conferma la saggezza di quello che la mamma tigre ha sempre saputo. “I genitori cinesi sanno che nulla è divertente finché non sei bravo a farlo”, dice Chua. Forse è un’esagerazione, ma se essere bravi nella lettura o in matematica o in musica permette maggiore consapevolezza ed espressività, questa competenza è decisamente la benvenuta.

Detto ciò, tuttavia, gli psicologi condannano unanimemente il ricorso alle minacce e agli insulti (spesso usati da Chua) perché nuoce allo sviluppo individuale dei bambini e al rapporto genitore-figlio. E allora, cos’ha da dire Chua sui famigerati episodi raccontati nel suo libro?

Sul Piccolo asino bianco: ammette di essere stata troppo severa imponendo alla figlia ore e ore di esercizio. Eppure, per Sophia e Lulu è stato importante capire di cosa erano capaci. “Quello che dico può sembrare crudele, ma non si dovrebbero offrire scorciatoie ai bambini”, spiega. “Se un bambino riesce a fare, anche una sola volta, una cosa che non credeva di essere in grado di fare, questa lezione lo accompagnerà per tutta la vita”. Qualche settimana fa, racconta Amy Chua, Lulu le ha detto che durante un compito di matematica si era accorta di avere un vuoto di memoria: “Poi ho sentito quella tua voce irritante che mi diceva ‘Continua a pensare! So che puoi farcela’ e la risposta mi è venuta da sola!”.

Sull’aver chiamato Sophia “spazzatura”: “Ci sono alcune cose di cui mi pento e che vorrei poter cambiare. Questa è una”, dice Chua. Però, osserva, suo padre usava un linguaggio simile con lei “e io sapevo che in realtà mi giudicava positivamente ed era sicuro che potessi fare di meglio”. I genitori di Chua oggi sono ultrasettantenni e lei dice di non provare altro che amore e rispetto per loro. “Siamo una famiglia molto unita, tutte e tre le generazioni, e credo dipenda dal fatto che i miei genitori hanno avuto la mano ferma con me e io ho avuto la mano ferma con le mie figlie”.

E il biglietto di compleanno di Lulu? Su questo Chua mantiene la sua posizione. “Le mie figlie conoscono la differenza tra lavorare sodo e improvvisare qualcosa”, ribadisce. “Sanno bene quanto apprezzi i disegni e le poesie in cui mettono impegno”.

Niente di meno
È soprattutto la sicurezza di Chua – il fatto di non avere nessun dubbio sulle sue scelte di madre – a suscitare la rabbia ma anche l’ammirazione di tanti lettori. Dopo l’uscita del libro Chua ha ricevuto decine di email da tutto il mondo, alcune furibonde e addirittura minacciose, molte altre malinconiche o riconoscenti. “Tante persone che mi hanno scritto sono convinte che se i loro genitori li avessero pungolati di più quando erano giovani avrebbero potuto fare di meglio”, racconta. “Altri dicono che dopo aver letto il mio libro hanno finalmente capito i genitori e perché facevano certe cose. Un uomo mi ha scritto di aver mandato alla madre dei fiori e un biglietto di ringraziamento, e lei gli ha telefonato piangendo”.

Quindi dovremmo tutti seguire l’esempio di Chua? Lei ci tiene a precisare che il libro racconta la sua esperienza, non è un manuale. Ma dice chiaro e tondo che le mamme tigri non sono solo cinesi: “Conosco genitori coreani, indiani, giamaicani, irlandesi e ghanesi con le stesse caratteristiche”, scrive. L’approccio della madre tigre non è etnico bensì filosofico: aspettati il meglio dai tuoi figli, e non accettare niente di meno.

Tra quelli che non hanno nessuna intenzione di seguire il modello di Chua ci sono molti genitori ed educatori della Repubblica Popolare Cinese. I genitori cinesi istruiti che vivono nelle città tendono ad allontanarsi dal severo modello tradizionale per avvicinarsi a uno stile più rilassato. Le autorità cinesi, intanto, sono sempre più scontente del sistema della pubblica istruzione, che da sempre si basa sull’apprendimento meccanico e mnemonico, e guardano all’occidente come fonte di ispirazione, anche perché sanno di dover sfornare laureati più creativi e innovativi per alimentare l’economia ad alto reddito che vogliono sviluppare. La lezione da imparare è questa: ogni genitore pensa sempre che ci sia un approccio all’educazione dei bambini migliore di quello che ha adottato.

Secondo Marano non siamo ancora pronti a intonare l’inno di battaglia di Chua: “I bambini possono crescere felicemente con una grande varietà di stili educativi. Ma l’educazione statunitense, quando dà il meglio di sé, coniuga alte aspettative e un ambiente affettuoso con il rispetto per le caratteristiche di ogni bambino e la flessibilità nei ruoli parentali. Potete prefiggervi obiettivi ambiziosi e aiutare i vostri figli a raggiungerli senza ricorrere alle misure estreme di cui parla Chua”. I genitori occidentali hanno strategie molto efficaci per promuovere l’apprendimento – per esempio il gioco libero, di cui Chua non parla mai. Su scala nazionale, l’economia statunitense forse sta perdendo colpi, ma è ben lontana dal crollare. L’istruzione secondaria sarà pure in crisi, ma quella universitaria è l’invidia di tutto il mondo, e soprattutto della Cina. Non abbiamo smesso di inventare e di innovare, dalla Silicon valley a Detroit.

Non c’è dubbio che i metodi di Chua siano estremi. Ma il suo libro ci offre un’ottima occasione. A volte serve una scossa drammatica per richiamare l’attenzione. Dopo il lancio dello Sputnik, nel 1957, gli Stati Uniti riuscirono a raccogliere la sfida lanciata dall’Unione Sovietica: meno di un anno dopo, il congresso approvò il National defense education act che investiva miliardi di dollari nel sistema di istruzione statunitense. Nel giro di cinque anni John Glenn era in orbita intorno alla Terra, e meno di dieci anni dopo Washington riuscì a mandare un uomo sulla Luna.

Clare Boothe Luce, commediografa, deputata e ambasciatrice statunitense, definì i bip emessi dallo Sputnik nello spazio “una pernacchia internazionale dallo spazio esterno”, uno sberleffo all’idea che gli Stati Uniti avessero una qualche “assoluta garanzia di superiorità”. Pensate a Battle hymn of the tiger mother come a un rimprovero severo e tempestivo rivolto al compiaciuto senso di superiorità degli statunitensi e alla loro convinzione che gli Stati Uniti siano sempre in testa. Possono fermarsi sui dettagli irritanti del libro di Chua (davvero ha minacciato di bruciare i peluche della figlia?) o possono usare la sua tesi di fondo come uno stimolo per andare avanti, come è successo tante volte in passato.

Amy Chua esalta i meriti dello “stile cinese”, ma la storia che racconta è squisitamente americana. È la storia di un immigrato che non ha mai smesso di lottare, deciso a ottenere una vita migliore per sé e per la sua famiglia in un paese dove questi sogni sono ancora possibili. “Ricordo mio padre che lavorava ogni notte fino alle tre, ricordo che portò per otto anni le stesse scarpe”, dice Chua. “Eravamo consapevoli dei sacrifici che lui e mia madre facevano per noi e questo ci spingeva a tenere alto il nome della famiglia, a rendere orgogliosi i nostri genitori”. Lavoro, tenacia e nessun alibi: cinese o americana che sia, è una ricetta per il successo che sembra difficile da contestare.

(Traduzione di Giuseppina Cavallo)

Questo articolo è uscito sul numero 884 di Internazionale. Era stato pubblicato su Time.

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