Questo articolo è parte della campagna Unite a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.

La prima volta che online uno sconosciuto mi augurava di essere stuprata è stata in un commento a un articolo che avevo scritto sui pregiudizi che circondano la comunità rom in Italia. Era il 2014 e in quel momento l’odio verso quella comunità stava raggiungendo nuovi livelli di violenza.

Negli anni successivi mi è capitato altre volte di ricevere commenti simili, in maniera più o meno velata, soprattutto quando erano toccati temi divisivi, come per esempio le migrazioni. A differenza di quanto succedeva ai colleghi maschi impegnati sugli stessi argomenti, il commento più gettonato per le giornaliste era: “Spero che ti stuprino”.

Da quando mi occupo più spesso di violenza maschile e misoginia, non conto le volte in cui ho dovuto cliccare “blocca” dopo aver ricevuto messaggi privati insistenti, screditanti o provocatori da parte di uomini.

Un fenomeno mondiale

La mia esperienza è tutt’altro che unica. La misoginia, la violenza e gli insulti sessisti online non sono niente di nuovo e fanno parte del bagaglio di molte persone. Negli ultimi dieci anni, però, sembrano avere fatto un ulteriore passo in avanti.

Un recente rapporto commissionato dall’organizzazione delle Nazioni unite U.N. Women l’ha definita una “crisi globale in continua crescita”. Online a subire violenza sono per lo più donne in qualche modo impegnate nello spazio pubblico: politiche, giornaliste e attiviste per i diritti umani, in misura significativamente superiore rispetto ai colleghi maschi.

Tra le forme più diffuse ci sono il linguaggio misogino, l’uso sistematico di offese e provocazioni (gender trolling), gli attacchi coordinati e le campagne di disinformazione, la rivelazione di dati personali (doxxing), le molestie sessuali digitali come l’invio di foto esplicite non richieste o i deepnude creati con l’intelligenza artificiale. Le conseguenze per chi subisce questo tipo di violenza ripetuta sono profonde, anche sul piano della salute mentale.

“Le donne che prendono la parola, riportano notizie o difendono i diritti umani sono sempre più bersagliate da minacce, abusi e disinformazione, tattiche progettate per estrometterle dalla vita pubblica”, dice lo studio di U.N. Women, che ha intervistato centinaia di giornaliste e attiviste in 119 paesi. Il 70 per cento di loro ha subìto una violenza online, quasi una su quattro con strumenti creati grazie all’intelligenza artificiale, come immagini deepfake o contenuti manipolati.

Nel 41 per cento dei casi la violenza è andata oltre internet. Per le giornaliste, il passaggio da online a offline è più che raddoppiato rispetto al 2020.

Recentemente la giornalista freelance Rita Rapisardi è stata oggetto di centinaia di commenti, minacce e insulti misogini dopo aver pubblicato su Facebook una cronaca degli scontri avvenuti a Torino il 31 gennaio durante il corteo per il centro sociale Askatasuna. La mole della violenza su ogni piattaforma l’ha costretta a limitare la possibilità di commentare il post e la sua visibilità.

Un monitoraggio pubblicato a inizio marzo ha rilevato come in Europa le giornaliste sono “bersagliate in modo sproporzionato dagli abusi, poiché affrontano un doppio rischio: essere attaccate a causa del proprio lavoro e a causa del proprio genere”. L’87 per cento ha subìto violenza online a causa del proprio lavoro, tra cui minacce di stupro o di morte, insulti misogini e stalking.

A novembre del 2025 la sindaca di Genova Silvia Salis ha letto durante un intervento in consiglio comunale una serie di insulti e battute sessiste che riceve ogni giorno sui social media. Anche altre politiche hanno denunciato la stessa situazione. Già nel 2018 un’indagine aveva mostrato come nei parlamenti dei paesi europei il 58,2 per cento delle deputate avesse ricevuto attacchi sessisti sui social media, il 46,9 per cento minacce di morte o stupro.

La crescita della violenza

L’aumento della violenza online non si può spiegare solo con lo svilupparsi di nuovi strumenti tecnologici che la rendono più facile, come l’intelligenza artificiale.

La struttura delle principali piattaforme digitali ha una grossa responsabilità. Gli algoritmi privilegiano misoginia e contenuti d’odio, li rendono virali, ne facilitano la diffusione e la monetizzazione.

La crescita della violenza ha a che fare con il diffondersi di narrazioni mascoliniste e antifemministe sempre più aggressive, che pescano a piene mani nel linguaggio della manosfera, ma che non sono presenti solo su internet. La tecnologia e gli algoritmi amplificano la misoginia, ma non l’hanno di certo inventata.

Negli Stati Uniti, Donald Trump ha ripetutamente usato offese e insulti sessisti contro giornaliste e avversarie politiche per screditarle. Lo scorso novembre ha risposto a una domanda di una giornalista sugli Epstein files dicendole “Quiet, piggy”. In passato ha definito chiamato “scrofe”, “cagne” o “animali” delle professioniste. La retorica misogina è uno strumento centrale di politici con visioni mascoliniste.

Quando l’ex presidente della camera Laura Boldrini riceveva ogni giorno centinaia d’insulti misogini, minacce di morte e auguri di violenze, la politica faceva la sua parte. Nel 2016, sul palco di un comizio, indicando una bambola gonfiabile, Matteo Salvini aveva dichiarato: “C’è una sosia della Boldrini qua sul palco”, lanciando poi l’hashtag #sgonfialaboldrini. Due anni prima, Beppe Grillo aveva pubblicato un post su Facebook chiedendo agli utenti “Cosa succederebbe se ti trovassi la Boldrini in macchina?”, provocando una cascata di commenti violenti e misogini.

I temi legati al femminismo sono tra quelli che oggi scatenano la maggiore quantità di violenze online. Il barometro dell’odio di Amnesty mostra che quando i commenti riguardano “donne e diritti di genere” quasi uno su tre è un messaggio offensivo, discriminatorio o caratterizzato dall’odio. La mappa dell’intolleranza del 2025 dell’Osservatorio italiano dei diritti Vox ha rilevato che, rispetto all’anno prima, l’odio misogino è diventato più intenso: prende di mira il corpo delle donne ed è “intenzionato a sottomettere, annullare e annientare il genere femminile”. Spesso, a funzionare da detonatore per i commenti misogini sono casi di femminicidio.

Poche settimane fa un articolo di Valentina Pigmei per la campagna Unite pubblicato su Internazionale, che raccontava un’esperienza personale di molestie sul lavoro, ha ricevuto decine di commenti misogini e di scherno. Alcuni giorni prima era successo qualcosa di simile con un articolo che avevo scritto a partire da un libro: la parola “patriarcato” nel titolo aveva attirato decine di commenti. Facendo una ricerca, mi sono resa conto che il post era stato rilanciato da una pagina con una linea editoriale vicina alla retorica della manosfera.

L’abbandono dello spazio pubblico

Così come la violenza misogina fuori da internet, quella online è spesso sottovalutata e normalizzata. In Internet non è un posto per femmine (Einaudi 2026), la sociologa Silvia Semenzin scrive che “in linea con altre forme di violenza di genere”, l’obiettivo di quella digitale è “silenziare, intimidire, umiliare, punire ed escludere le donne dallo spazio pubblico”.

Nel 2025 l’ex ministra svedese per lo sviluppo digitale Anna-Karin Hatt ha dichiarato che gli attacchi ricevuti online hanno contribuito alla sua decisione di dimettersi dal governo. L’anno prima la ministra per l’informazione del Punjab, in Pakistan, Azma Bokhari si era temporaneamente allontanata dalla vita pubblica dopo la circolazione di deepfake a sfondo sessuale che la riguardavano.

Un’elaborazione a partire da dati raccolti dall’ong Avviso pubblico dal 2010 al 2023 mostra la sproporzione degli attacchi contro donne e uomini impegnati in politica in Italia. Rispetto ai sindaci, le sindache devono fare i conti con una probabilità tre volte superiore di subire aggressioni fisiche o verbali. Questa violenza, alla fine, agisce da deterrente: le donne che ne sono state vittime tendono a non ripresentarsi alle elezioni.

Le femministe che partecipano al dibattito pubblico online sono regolarmente oggetto di violenza, orchestrata non solo da influencer mascolinisti, ma anche da personalità più popolari. Alcune donne rinunciano a scrivere o a esprimere opinioni femministe per evitare potenziali abusi, modificando di fatto il modo in cui stanno su internet.

La misoginia funziona come “braccio armato” dell’ordine patriarcale, come sostiene la filosofa politica Kate Manne: ha la funzione specifica di controllare e far rispettare le sue norme e aspettative, nonché di punire chi esce dai ranghi. Mettere a tacere le donne che hanno una voce pubblica, e scoraggiare le altre.

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