Questo articolo è parte della campagna Unite a cui hanno aderito scrittrici e giornaliste italiane per denunciare la violenza di genere e nominarla.
Alle 21.47 il telefono vibra nella tasca. A quell’ora Nadiya è appena tornata a casa dopo il lavoro (i nomi delle donne in questo articolo sono stati cambiati per questioni di privacy e sicurezza). Nella chat di Whatsapp ogni sera trova trenta, quaranta messaggi non letti. Da qualche anno è lo spazio che condivide con altre rifugiate ucraine per trovare un lavoro o una casa. O per risolvere qualsiasi altro problema con i documenti o con la farraginosa burocrazia italiana. Le iscritte sono quasi tutte donne. Si scrivono in ucraino. Non ci sono frasi inutili, faccine o meme. Sono vietate. Si scambiano solo informazioni indispensabili: come rinnovare i documenti, come trovare appartamenti in affitto o annunci di lavoro.
La chat è nata nel 2022, subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, quando milioni di donne ucraine con i loro figli attraversavano l’Europa in treno, in auto, a piedi in cerca di un rifugio sicuro.
Quattro anni dopo nella chat sono iscritte quasi cinquecento persone, che non si conoscono di persona, ma condividono una quotidianità fatta di sacrifici, lavoro e preoccupazioni per chi è rimasto a casa o è al fronte. La chat è una delle principali reti informali di sostegno della comunità ucraina in una grande città italiana del sud. La usano madri single, lavoratrici stagionali, mediatrici culturali, studenti. Qualche operatore italiano. “Scriviamo solo cose importanti”, racconta Nadiya, 38 anni e due figli. “Se una ha un problema, chiede”. È in quella chat che, a un certo punto, è comparso un nome.
Un imprenditore locale, attivo nel settore agricolo, comincia a scrivere in privato a diverse donne ucraine. Dice di cercare una mediatrice. Poi cambia versione: ha bisogno di hostess per una fiera commerciale in un’altra città. Una collaboratrice “libera di viaggiare”. Compenso: 150 euro al giorno, hotel a quattro stelle. Sempre la stessa richiesta: bella presenza, ragazze disponibili, nazionalità ucraina.
“All’inizio sembra serio”, racconta Oleksandra, 42 anni. “Parla di lavoro. Poi cambia tono. Chiede di incontrarsi per un caffè. Insiste sui viaggi. Dice che serve una ragazza molto libera”. Quando Oleksandra scrive nella chat per chiedere se qualcuno lo conosce, arrivano tre risposte rapide: “Bloccalo”, “È pericoloso”, “Ha scritto anche a me”.
Non tutte vogliono parlare. Alcune hanno paura. “Se capisce che abbiamo raccontato qualcosa?”, dice una delle donne che ha accettato di spiegare cosa è successo solo a condizione di restare anonima. “Sa chi siamo. Sa dove viviamo”. Qualcuna è andata all’appuntamento e le voci che girano fanno pensare a una rete di sfruttamento della prostituzione.
Il rischio della tratta
Secondo i dati del ministero dell’interno italiano, dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 in pochi mesi sono arrivate in Italia 173mila persone, in larga maggioranza donne con i figli al seguito. All’epoca l’Italia era il paese europeo con una delle comunità ucraine più numerose dell’Unione europea (250mila persone). Chi arrivava era traumatizzata dalla guerra, dai bombardamenti. Lasciava dietro di sé case distrutte, mariti e figli al fronte, famiglie spezzate, perché gli uomini sotto ai sessant’anni non potevano lasciare il paese a causa della legge marziale.
Rispetto ai profughi di altri paesi, gli ucraini hanno potuto beneficiare di una protezione temporanea che è stata concessa immediatamente da tutti i 27 stati dell’Unione e che ha permesso di spostarsi in maniera legale al suo interno, di lavorare e di prendere una casa in affitto.
Durante l’emergenza, sono stati realmente protetti dalle istituzioni, ma anche dalle persone comuni, che hanno messo a disposizione immobili e si sono date da fare con raccolte di beni di prima necessità e fondi. Nei primi giorni della crisi le famiglie italiane si sono offerte di ospitare i profughi e si è parlato di ventimila posti messi a disposizione.
Con il passare del tempo, dopo i primi mesi, questa rete di solidarietà è svanita. E le ucraine in Italia hanno dovuto fare i conti con pregiudizi e misoginia. Alla fine del 2025 secondo il ministero dell’interno i beneficiari della protezione temporanea in Italia erano più di 163mila, mentre sono più di quattro milioni i rifugiati ucraini nell’Unione europea. Il loro permesso di soggiorno è stato esteso dalle autorità europee fino al 4 marzo del 2027, ma non ricevono più i sussidi in denaro che erano previsti all’inizio dell’emergenza.
“All’inizio, nei primi mesi, c’è stata una grande accoglienza, ma nessuno è andato a controllare cosa era successo qualche mese dopo”, afferma Grazia Moschetti, operatrice dell’unità disuguaglianze globali e migrazioni della ong Action Aid Italia. “Alcune hanno dovuto lavorare per pagare l’affitto in case che erano state offerte, altre hanno avuto delle case che non erano a norma, messe a disposizione con l’idea che si trattasse di un’emergenza e che in ogni caso le rifugiate si sarebbero dovute accontentare di abitazioni di fortuna”, continua l’operatrice.
Un sondaggio dell’Osservatorio Balcani e Caucaso ha rilevato che il 71,2 per cento delle rifugiate ucraine in Italia ha sofferto per le difficoltà burocratiche e linguistiche incontrate, mentre il 53,4 ha avuto difficoltà a trovare un impiego stabile.
Molte di loro avevano dei titoli di studio ed erano abituate a un tenore di vita alto, ma è stato complicato fare valere quei titoli. L’inserimento lavorativo è avvenuto in modo rapido, ma si sono dovute adattare a un mercato del lavoro precario e povero come quello italiano. Molte hanno trovato impiego come lavoratrici domestiche, nell’assistenza familiare, nella ristorazione e nell’agricoltura stagionale. Ma il fatto di essere donne le ha penalizzate: hanno dovuto affrontare molestie quotidiane e il pericolo di cadere vittime di tratta e di sfruttamento sessuale o lavorativo.
“Ci sono arrivate moltissime denunce di molestie quotidiane sul posto di lavoro o nello spazio pubblico, il fatto che fossero donne giovani, belle, straniere, in una situazione di difficoltà, spesso senza il loro compagno accanto, ha scatenato dei pregiudizi, misoginia e un arretramento culturale che è diventato violenza verbale e molestia”, racconta Grazia Moschetti di Action Aid.
“Per molte è stato quasi impossibile fare valere il proprio titolo di studio, alcune si sono iscritte all’università in Italia, quando hanno capito che la guerra sarebbe continuata”, racconta l’operatrice. Al sud soprattutto, continua, si sono dovute confrontare con un contesto in cui una donna su due non lavora o lo fa per poche ore al giorno e in nero. “Lavorano soprattutto nell’agricoltura e nella ristorazione, oltre che nei servizi di assistenza alla persona, ma questi sono ambienti in cui il sessismo è molto forte”, spiega l’operatrice. “Ricevono proposte di ogni tipo e fanno fatica a denunciare perché se ne vergognano”.
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Le associazioni che si occupano di tratta e sfruttamento avevano lanciato l’allarme già nella primavera del 2022: il rischio che l’emergenza umanitaria diventasse terreno fertile per molestie e sfruttamento sessuale e lavorativo era alto.
Anche l’Osce ha allertato sul pericolo che le rifugiate ucraine diventassero un obiettivo per le reti criminali internazionali: “I rischi di sfruttamento si estendono allo spazio virtuale, perché gli ucraini usano internet e i social media per cercare aiuto e lavoro, mentre i trafficanti li contattano con il pretesto di assistenza o offerte di lavoro. Inoltre, le ricerche online di contenuti espliciti e servizi sessuali di donne e ragazze ucraine sono aumentate notevolmente. Per esempio, il traffico di ricerca globale per le parole ‘porno ucraino’ è aumentato del 600 per cento, mentre le ricerche di ‘escort ucraine’ sono aumentate del 200 per cento nei primi mesi della crisi umanitaria (Thomson Reuters, marzo 2022). Questo picco nella domanda di accesso sessuale a donne e ragazze ucraine incentiva i trafficanti a reclutarle e sfruttarle su larga scala”.
Nel 2022 un’inchiesta della Reuters aveva mostrato un aumento considerevole in molti paesi europei della richiesta di video pornografici o di escort ucraine. Nel corso di un’audizione al parlamento europeo nel novembre del 2022, è emerso che le ucraine correvano un rischio elevato di finire nelle reti della prostituzione o nell’industria della pornografia e che molte erano reclutate attraverso piattaforme online.
In Italia le molestie sul lavoro restano un fenomeno ampio e sottostimato: secondo l’Istat negli ultimi anni centinaia di migliaia di donne hanno subito comportamenti sessuali indesiderati in ambito lavorativo, spesso senza denunciare. Nel 2022-2023 si stima che il 13,5 per cento delle donne di 15-70 anni, che lavorano o hanno lavorato, abbia subito molestie sul lavoro a sfondo sessuale. Soprattutto le più giovani di 15-24 anni (21,2 per cento). Per una donna rifugiata in una condizione strutturale di vulnerabilità, l’esposizione è più alta.
“Non conosci bene la legge, non conosci i tuoi diritti. Sei in difficoltà. Hai figli”, dice Nadiya. “Se qualcuno ti offre un lavoro, lo ascolti. Hai bisogno di lavorare. Anche se qualcosa della proposta che ti viene fatta non ti convince”.
Lo sfruttamento e le molestie
Le molestie per una rifugiata ucraina sono quotidiane. “Alla fermata dell’autobus un uomo mi ha detto: ho una casa grande, vieni a vivere con me, ti trovo lavoro”, racconta Oleksandra. “Sempre così. Prima ti vogliono aiutare. Poi capisci che vogliono altro”.
Un altro le propone un lavoro da babysitter, poi le chiede se è sposata. “Quando dici che sei da sola, cambia tutto”. Dopo essere fuggita dall’est dell’Ucraina con due figli piccoli, Nadiya trova lavoro come commessa in un negozio, parla perfettamente italiano, perché prima della guerra era venuta in Italia per tre mesi per frequentare un tirocinio all’università.
È qualificata, ha due lauree. Ma sul posto di lavoro incontra un’altra forma di violenza: bullismo, molestie, commenti sul suo aspetto fisico, battute sul suo paese di origine, discriminazioni e ostilità. “Mi hanno detto che sono venuta qui per trovare un marito”, racconta. “Oppure mi facevano battute sull’Ucraina, su Putin. Per me è stato peggio delle bombe sulla testa”.
Il datore di lavoro non interviene. I colleghi la prendono continuamente in giro. “Di che colore hai le mutande oggi?”, le chiede uno. Nadiya si ammala, decide di licenziarsi, va da una psicoterapeuta. Ricomincia altrove, tra contratti brevi e lavori di pulizia per integrare il reddito. “Non siamo deboli”, dice tra le lacrime. “Ma la nostra condizione ci ha resi vulnerabili”.
Nella chat le donne discutono a lungo dell’imprenditore in cerca di ragazze di bella presenza. Alcune lo hanno incontrato. C’è chi dice che insisteva sui viaggi, sui regali, su un rapporto più personale. Nessuna denuncia. La domanda rimane: è un singolo uomo che approfitta della sua posizione sociale per cercare relazioni asimmetriche con donne straniere? O è un anello di qualcosa di più strutturato?
Le operatrici che lavorano con le comunità migranti invitano alla cautela. In contesti dove la criminalità organizzata ha storicamente controllato parti del mercato del lavoro, l’intermediazione informale può diventare facilmente sfruttamento.
“Il punto”, dice un’operatrice che segue il gruppo, “è che queste donne si sono accorte che qualcosa non andava e si sono parlate. Questo è un argine, ma non basta”.
Le chat WhatsApp sono diventate uno spazio di autodifesa. Quando una riceve un messaggio sospetto, lo segnala. Quando un annuncio sembra poco chiaro, qualcuna verifica. Non è un sistema perfetto. Non sostituisce le istituzioni. Ma crea una soglia di attenzione.
“Se fossi stata sola”, dice Nadiya, “forse sarei andata a quell’incontro senza pensarci troppo. Invece per fortuna sono stata protetta dalle altre donne”. Intanto sono svanite le speranze di tornare presto a casa, la guerra continua. Molte sono tornate per dei brevi periodi in Ucraina per incontrare la famiglia o per sottoporsi a delle visite o a delle operazioni, ma poi sono tornate in Italia. Le famiglie di alcune di loro dipendono dalle rimesse di chi lavora all’estero.
Nella chat arrivano altri messaggi: una stanza in affitto, un corso di lingua, una domanda sul permesso di soggiorno. La vita quotidiana riprende spazio. Alle 22.13 qualcuno scrive: “Fate attenzione a chi vi scrive in privato”.
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