30 aprile 2020 11:53

In alcuni paesi europei e negli Stati Uniti sono stati segnalati casi di bambini colpiti da rare sindromi infiammatorie.

Di che si tratta?
All’inizio di questa settimana, la Pediatric intensive care society britannica ha avvertito i medici che, nelle ultime tre settimane, c’è stato un aumento nel paese del numero di bambini di tutte le età con “uno stato infiammatorio multisistemico che richiede cure intensive”. Aumenti simili sono stati segnalati anche in altri paesi, tra cui l’Italia e la Spagna.

Che cos’è uno stato infiammatorio multisistemico?
È una violenta risposta immunitaria dell’organismo che può colpire diversi organi e tessuti. In questo caso i sintomi sono molto simili a quelli di due malattie rare: la sindrome di Kawasaki, che provoca l’infiammazione dei vasi sanguigni (vasculite), e la sindrome da shock tossico, causata da tossine di origine batterica. Sono stati osservati anche altri sintomi, tra cui dolore addominale, problemi gastrointestinali e infiammazione del cuore.

Queste sindromi sono legate al covid-19?
La preoccupazione è che ci possa essere un legame, ma ancora non si sa. Solo una parte dei bambini colpiti da queste sindromi è risultata positiva al tampone per il Sars-cov-2. Potrebbero essere rare sindromi infiammatorie correlate al nuovo coronavirus oppure potrebbero avere un’altra origine non ancora individuata.

Ci sono molti casi?
No. Nel Regno Unito per ora sono stati segnalati poco più di una decina di casi. In Spagna, l’associazione dei pediatri ha recentemente lanciato un avviso simile a quello britannico, segnalando un certo numero di bambini in età scolare che soffrivano di “un quadro insolito di dolori addominali, accompagnati da sintomi gastrointestinali”, che potrebbe portare in poche ore allo shock, bassa pressione sanguigna e problemi cardiaci. Qualche caso è emerso anche in Francia, Portogallo, Belgio e Svizzera. Si tratta di casi rari, ma è importante che i medici li segnalino ai servizi sanitari nazionali, in modo da capire quanti sono e a cosa possono essere legati, e per assistere rapidamente e al meglio i bambini.

E in Italia?
Nelle regioni più colpite dalla pandemia è stato riscontrato un numero insolito di pazienti con i sintomi della sindrome di Kawasaki. Alcuni erano affetti dal covid-19 mentre altri avevano avuto contatti con persone contagiate. Nella bergamasca sono stati registrati circa venti casi, mentre di solito sono una decina all’anno. All’ospedale Gaslini di Genova sono stati osservati cinque casi nelle ultime 3-4 settimane, a fronte di una incidenza abituale della malattia di 7-8 casi all’anno.

Ci sono casi anche fuori dell’Europa?
Negli Stati Uniti tre bambini positivi al Sars-cov-2, di un’età compresa tra i sei mesi e gli otto anni, sono stati curati al Columbia university medical center di New York per un’infiammazione al cuore e all’intestino e febbre. Uno dei bambini è in condizioni critiche, uno è in terapia intensiva e uno è stato dimesso. Mark Gorelik, reumatologo e immunologo pediatrico della Columbia, ha raccontato alla Reuters di essere stato consultato per valutare se i bambini erano affetti dalla sindrome di Kawasaki.

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Gorelik non pensa che si tratti della malattia di Kawasaki, ma di una sindrome simile che ha lo stesso meccanismo di fondo della Kawasaki: una forte risposta immunitaria innescata da un agente infettivo. Un altro caso era stato segnalato in una bambina di sei mesi in California che, ricoverata per la sindrome di Kawasaki, era poi risultata positiva al tampone per il Sars-cov-2.

I bambini si ammalano spesso di covid-19?
Finora i bambini sono stati tra le fasce della popolazione meno colpite dal nuovo coronavirus. Non è chiaro il perché, ma uno studio condotto in Cina su circa 45mila persone con covid-19 confermato ha rilevato che i bambini di età inferiore ai dieci anni rappresentavano meno dell’1 per cento dei casi. Ci si chiede se i bambini siano in realtà infettati come tutti gli altri, solo che manifestano sintomi più lievi. Anche una nuova ricerca in Cina suggerisce che sia così, ma molti altri studi dicono che non solo i bambini hanno forme più lievi, ma si infettano meno e trasmettono anche meno il virus. Secondo Mark Gorelik è possibile che in alcuni bambini la malattia abbia due fasi: l’infezione iniziale e una risposta immunitaria secondaria che prende piede dopo alcune settimane. I ricercatori della Columbia hanno condotto alcuni studi preliminari e hanno visto che almeno due dei pazienti erano portatori di geni che potevano alterare la loro risposta immunitaria.