Anche questa settimana giornaliste, analisti ed esperti del continente africano hanno concentrato la loro attenzione sul Corno d’Africa per osservare le dinamiche messe in moto dall’inizio di una nuova guerra nella regione etiope del Tigrai. Il timore principale è che un conflitto prevalentemente interno (le forze del governo di Abiy Ahmed contro una coalizione di gruppi armati, ognuno con una forte connotazione regionale) si trasformi in uno scontro più ampio, in grado di diffondersi nel resto della regione coinvolgendo altri paesi, primo tra tutti l’Eritrea.

L’Etiopia, che la settimana scorsa ha rotto i rapporti diplomatici con il paese vicino (alleato invece nella precedente guerra in Tigrai del 2020-2022), accusa Asmara di sostenere i ribelli. Del pericolo di un allargamento del conflitto ha parlato al podcast Il Mondo la corrispondente della Reuters in Africa subsahariana, Giulia Paravicini, che di recente ha pubblicato un reportage dall’Eritrea, dove i giornalisti stranieri difficilmente riescono a entrare.

L’8 ottobre diverse fonti giornalistiche (tra cui la Reuters e la Bbc) hanno confermato la presenza delle truppe eritree nel nord dell’Etiopia, in particolare nella città di Adigrat, dove è stato avvistato un convoglio formato da decine di camion. Il giorno successivo è arrivata anche la notizia che i soldati eritrei sono stati il bersaglio di attacchi con i droni sferrati dalle forze del governo etiope. Tutti eventi che danno sostanza al timore di una diffusione regionale degli scontri.

Subito dopo l’ascesa al potere del premier etiope Abiy Ahmed, nel 2018, Etiopia ed Eritrea avevano chiuso un lungo contenzioso e il successo diplomatico era valso ad Abiy il premio Nobel per la pace. Ma, dopo aver combattuto fianco a fianco contro il Fronte popolare di liberazione del Tigrai (Tplf) nell’ultima guerra, Asmara e Addis Abeba si sono trovate di nuovo ai ferri corti.

In primo luogo, perché Asmara non era stata coinvolta nell’accordo di pace di Pretoria che aveva messo fine a quel conflitto; poi, perché Abiy – non contento di quanto avuto finora dal suo governo – mira a ottenere uno sbocco sul mare per il suo paese di 130 milioni di abitanti. E uno dei porti più vicini è quello di Assab, in Eritrea.

“L’Eritrea occupa un vasto territorio in una delle aree più calde del momento”, ha detto Murithi Mutiga, dell’International crisis group, alla Reuters. Asmara ha infatti il controllo di una costa lunga mille chilometri sul mar Rosso, via di passaggio per gli scambi commerciali, diventata ancora più importante dopo la chiusura dello stretto di Hormuz a causa della guerra in Iran.

Queste coste fanno gola ad Abiy, spiega un lungo articolo del sito egiziano Mada Masr. Nell’articolo Faisal Ali, Hassan Alnaser, Hazem Tharwat e Kidus Lemma scrivono che la ricerca di un accesso al mare fa parte di una strategia più ampia dell’Etiopia per ricostruire la sua posizione regionale.

Per questo Abiy cerca una soluzione stabile, e non accordi di breve termine, come quello proposto dal Somaliland nel 2024, in cui il governo di Hargeisa ha offerto ad Addis Abeba di prendere in affitto venti chilometri di costa intorno al porto di Berbera, con tutto quello che ne consegue per i paesi vicini. Tra l’altro, l’idea che il governo del Somaliland disponga in questo modo del territorio sotto il suo controllo non va giù alle autorità di Mogadiscio, che rivendicano la sovranità somala su quelle terre.

Simile è la lettura di Ishaan Tharoor sul New Yorker, che fa il punto sulle alleanze regionali (ricapitolando: da una parte possiamo mettere Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia, che in qualche modo si portano dietro anche Turchia e Qatar; dall’altra, Etiopia, Emirati Arabi Uniti, Forze di supporto rapido sudanesi, Somaliland e in una certa misura anche Israele. Attraverso le parole di una delle sue fonti, Tharoor descrive il Corno d’Africa come “una parte disfunzionale della già frammentata scena politica del Medio Oriente”.

Infine, per approfondire la politica degli Stati Uniti nella regione, segnalo su Semafor una breve analisi firmata da Cameron Hudson, secondo cui Washington ha già scelto chi sostenere: l’Etiopia, paese che meglio s’inserisce nella “diplomazia commerciale” del segretario di stato Marco Rubio. Ma, secondo Hudson, per gli Stati Uniti è un errore, perché perdono la possibilità di fare da mediatore tra il governo e i ribelli.

Questo testo è tratto dalla newsletter Africana.

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