Mentre nella grande sala del popolo di piazza Tiananmen il Partito comunista cinese rivelava al mondo una leadership in cui Xi Jinping appare sempre più eletto tra gli eletti, nel sobborgo meridionale di Dayangfang, a quindici chilometri di distanza, la municipalità di Pechino stava sostituendo tutti gli impianti di riscaldamento, per renderli più efficienti e puliti: basta carbone, nel futuro prossimo ci si riscalderà a metano.

Prima delle Olimpiadi del 2008, nella capitale erano state chiuse tutte le centrali a carbone di quartiere. Ai tempi, si voleva contenere lo smog durante il grande evento, ma dopo la drastica chiusura non si offrì un’alternativa valida alla cittadinanza. Così, ogni circondario, isolato e condominio finì per allestirsi caldaie in proprio, naturalmente a carbone. E lo smog aumentò. Ora si compie la transizione e non solo a Dayangfang, bensì nell’intera Pechino: nuove caldaie, tubi, termosifoni per tutti. Paga lo stato. Alle famiglie tocca l’irrisorio contributo del 5 per cento.

Apparentemente non c’è nessun nesso tra l’incoronazione di Xi Jinping come “presidente di tutto” – secondo la fortunata definizione del sinologo Geremie Barmé – e le caldaie di Pechino, ma saltando dal micro al macro lo si trova: la Cina si sta modernizzando e cerca di mettersi in regola con norme da paese evoluto – per esempio perseguendo la sostenibilità ambientale – ma lo fa a modo suo: con una ferma direzione centralizzata.

Fare sul serio
Entra in una nuova era dove l’azione dall’alto si irradia in ogni angolo del paese. Xi Jinping è stato ufficialmente definito hexin, “nucleo” del partito e del potere. Il congresso del partito non ha fatto che ratificare questa tendenza. Strumento principale di questa concentrazione di potere politico-amministrativo è la creazione di “gruppi centralizzati” su materie specifiche, presieduti dallo stesso Xi, che sono posti al di sopra delle normali agenzie e ministeri. Per esempio, restando al tema ambientale, proprio durante il congresso il presidente ha annunciato la creazione di un nuovo gruppo che prenderà in gestione tutto il “capitale di risorse naturali” (notare il linguaggio) della nazione. Di solito questa è percepita come notizia positiva, perché vuol dire che la leadership intende fare sul serio.

Da sempre la storia cinese alterna fasi di accentramento e decentramento. Se questo movimento continuo non è armonico, il paese finisce come un motore che va fuori giri, grippa, arriva la sciagura – alluvioni, terremoti, carestie sono il naturale corollario della frattura nel ciclo delle cose – e la dinastia crolla fragorosamente. È un gioco d’equilibri, dunque: se c’è troppa centralizzazione, ecco il tiranno; se c’è troppa decentralizzazione, arriva l’anarchia.

Oggi, assistiamo a una fase di accentramento nella persona di Xi. È lui il traghettatore verso una “nuova era”.

La composizione del comitato permanente del politburo, i cinque che oltre a Xi e al premier Li Keqiang governeranno la Cina per i prossimi cinque anni, è una conferma. Il fatto che nella stanza dei bottoni non entri nessun rappresentante della sesta generazione, cioè quella che dovrebbe subentrare nel 2022, lascia intendere che il leader non abbia per ora nessuna intenzione di scegliersi un successore e la possibilità che resti anche allo scadere dei canonici dieci anni di mandato non è a questo punto da escludere.

C’è il consenso del partito dietro alla beatificazione di Xi. Altrimenti, non avrebbe potuto sconfiggere le consorterie interne

Quanto ai cinque prescelti, sono, in ordine gerarchico, Li Zhanshu, un fedelissimo consigliere di Xi; Wang Yang, già vicepremier e funzionario riformista in economia, inventore del “modello Guangdong” (la regione più ricca della Cina), uomo capace di gestire senza spargimenti di sangue conflitti politico-sociali come la vicenda di Wukan, il villaggio che nel 2011 si ribellò ai satrapi locali e ottenne il privilegio di votare i propri leader; Wang Huning, ideologo del mercato mitigato dallo stato; Zhao Leji, un fedelissimo di Xi, che diventerà anche capo dell’anticorruzione al posto di Wang Qishan; e Han Zheng, sindaco di Shanghai, che appare come una concessione alle altre fazioni del partito.

Sarà questa la squadra che avrà il compito di realizzare il “pensiero di Xi Jinping sul socialismo con caratteristiche cinesi per una nuova era”.

Il contributo teorico del segretario del partito che è anche presidente della Repubblica popolare cinese è appena stato inserito nella costituzione del Pcc. Nella formulazione, oltre a quella spinta verso il futuro, colpisce il fatto che Xi sia citato per nome e cognome, al pari di Mao Zedong e Deng Xiaoping e a un livello superiore rispetto a Jiang Zemin e Hu Jintao. Se Mao aveva però elaborato testi teorici, fatto inchieste tra i contadini, esposto tattiche di guerriglia, scritto di pratica e contraddizione, di ruolo degli intellettuali e di “servire il popolo”, di Xi Jinping resta oggi agli atti solo Governare la Cina, la sua raccolta di discorsi e note che non chiarisce molto quale sia il suo “pensiero”.

Tuttavia, la propaganda diffonde questa idea di nuovo inizio, di nuova creazione. E lo stesso Xi, nel suo rapporto inaugurale al congresso, ha pronunciato più volte la parola fuxing, “rinascita”.

Cosa ci attende dunque in questa nuova era? Nel discorso durante la presentazione della sua squadra, Xi ha scandito il ritmo: entro il 2020, creare una società moderatamente prospera, un miglioramento economico senza lasciare indietro nessuno; entro il 2021, completare la riforma del partito affinché sia sempre di più un tutt’uno con il popolo. E poi entro il 2035 e il 2050 la Cina diventerà una “potenza”, cioè un paese che primeggi in tutti i campi.

Una missione quasi sacra
C’è il consenso del partito dietro alla beatificazione di Xi. Altrimenti, non avrebbe potuto sconfiggere le consorterie interne, i gruppi di interesse presenti in quel grande comitato d’affari da novanta milioni di iscritti. La sua incoronazione non è “contro” il partito, ma “per” il partito. Quando nel 2012 è salito al potere, le élite politiche cinesi avevano la sensazione che il Pcc, minato dalla corruzione, stesse implodendo. Più volte si sentiva ripetere “Xi è la nostra ultima speranza”.

Ora il salvatore della patria è investito di una missione quasi sacra: ridare alla Cina il suo posto nel mondo, che per i cinesi significa “al centro”. Cosa poi questo significhi in pratica, lo vedremo. Possiamo essere ottimisti o pessimisti, dipenderà da come la leadership cinese interpreterà la parola chiave qiangguo, “potenza”, più volte pronunciata da Xi.

In una visione ottimistica non è da intendere come potenza della pace di Vestfalia, all’europea, bensì come tianxia, alla cinese: una riedizione del sistema in cui l’imperatore della Cina è “nominalmente” il centro del mondo, ma di fatto non è che il garante dell’armonia di cielo e terra, cioè della pace tra le nazioni e forse anche di un’armonia sociale in cui non c’è eguaglianza – perché il confucianesimo la esclude – ma tutti stanno fondamentalmente bene.

Se invece ci abbandoniamo a foschi presagi vediamo nella Cina una superpotenza emergente che intende competere in una logica da stato-nazione.

Per ora osserviamo e cerchiamo indicazioni nell’applicazione del “socialismo secondo caratteristiche cinesi che entra in una nuova era” all’interno della Cina stessa. Ma questa è un’altra storia.

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