Cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi invernali nello stadio olimpico di Pyeongchang, in Corea del Sud, il 9 febbraio 2018.

La strategia di Pechino per risolvere la sfida coreana

Cerimonia d’inaugurazione delle Olimpiadi invernali nello stadio olimpico di Pyeongchang, in Corea del Sud, il 9 febbraio 2018.
15 febbraio 2018 13:14

Con il capodanno lunare che incombe, le Olimpiadi invernali di Pyeongchang, in Corea del Sud, non sono certo l’interesse prioritario dei cinesi, che semmai aspettano quelle del 2022 a Pechino. Anzi, tra amici si dice che per la Cina dell’orgoglio nazionale targato Xi Jinping le prime vere Olimpiadi invernali saranno solo quelle del 2022.

Eppure, il polverone politico-diplomatico sollevato proprio da questi giochi obbliga anche chi è indaffarato a cucinare i ravioli della festa e non sa niente di biathlon, combinata nordica e skeleton a buttare un occhio verso la penisola.

Nella prima settimana abbiamo avuto, nell’ordine: la visita in Corea del Sud delle più alte figure familiar-istituzionali nordcoreane che abbiano mai messo piede al di sotto del 38º parallelo, cioè l’ottuagenario capo di stato Kim Yong-nam e soprattutto l’affascinante Kim Yo-jong, sorella minore del Kim al potere; la proposta recapitata al presidente sudcoreano Moon Jae-in di un incontro al vertice da tenersi a Pyongyang quanto prima (gli ultimi due sono stati nel 2000 e nel 2007); il semaforo verde dato a tale proposta dall’amministrazione statunitense, che non ha escluso la possibilità di incontrare in futuro i vertici nordcoreani senza porre come precondizione la rinuncia del regime di Pyongyang al suo programma missilistico-nucleare.

Se son rose fioriranno, il terreno resta incredibilmente accidentato soprattutto per l’inconciliabilità degli obiettivi statunitensi – disarmare la Corea del Nord – e quelli nordcoreani – continuare ad armarsi.

La linea di Pechino
Chi conosce l’arte di conciliare l’inconciliabile di solito è la Cina. Proprio nei giorni delle Olimpiadi, ho avuto l’occasione di approfondire la posizione cinese grazie a Tong Zhao, un esperto di politiche nucleari del Carnegie–Tsinghua center for global policy. Tong dice di parlare a titolo personale, ma ascoltandolo in una conferenza a Pechino, e poi ricontattato di persona, si ha la sensazione che molte delle sue opinioni rispecchino da vicino la linea di Pechino sulla crisi nordcoreana.

Di formazione scientifica, Tong parte da un dettaglio tecnologico che secondo lui ridefinisce i termini del problema.

“La Corea del Nord potrebbe sospendere i test di missili balistici intercontinentali (Icbm), perché non ha bisogno di una capacità di danno ([damage expectancy](https://www.thefreedictionary.com/damage+expectancy+(nuclear)) missilistico-nucleare del 100 per cento per farsi prendere sul serio dagli Stati Uniti”, spiega. “Per ora tale capacità si attesta intorno al 20 per cento. Lo standard statunitense per considerare nemico un paese è molto più alto, intorno all’80 per cento. Nella zona grigia tra quel 20 e quell’80 per cento sia Corea del Nord sia Stati Uniti possono cantare vittoria e lì stanno le opportunità di dialogo”.

Insomma, se la comunità internazionale convince Pyongyang a fermarsi in quella zona grigia di deterrenza nucleare “imperfetta” ci sarebbero secondo Pechino ampi margini di dialogo.

Del resto, per Tong è palese che la strategia statunitense della “massima pressione” non porta a nulla. Anzi. “Rex Tillerson, il capo della diplomazia statunitense, ha detto che Washington non vuole attuare un cambio di regime, ma per imporre alla Corea del Nord la rinuncia al nucleare bisogna applicare sanzioni così pesanti che rischierebbero di destabilizzarla. È invece necessario fugare ogni sospetto che si voglia far crollare Kim Jong-un”.

Anche perché la comunità internazionale non ha la minima idea di come la Corea del Nord potrebbe reagire se messa in un angolo. Gli Stati Uniti dovrebbero saperne qualcosa. “Nella seconda guerra mondiale il Giappone attaccò Pearl Harbor quando subì l’embargo del petrolio imposto da Washington. La crisi dei missili a Cuba accadde quando gli Stati Uniti imposero il bloqueo totale nel 1962”.

Per tranquillizzare i nordcoreani ci vuole tempo, non esistono scorciatoie

Per scongiurare rischi, è quindi fondamentale comprendere la percezione nordcoreana rispetto a una minaccia esterna. E su questo, Pechino e Washington non si intendono.

La Cina, secondo Tong, ritiene che Pyongyang si senta davvero minacciata dagli Stati Uniti, ma che al tempo stesso voglia paradossalmente migliorare le sue relazioni con Washington. “Le due opzioni non si escludono, i cinesi la vedono così perché è il loro stesso sentire: odiano gli Stati Uniti, sono convinti che applichino una strategia di contenimento nei loro confronti e al tempo stesso cercano di avere buone relazioni con loro. Per tranquillizzare i nordcoreani ci vuole tempo, non esistono scorciatoie”. Molti cinesi suggerirebbero per esempio a Washington di non riprendere le esercitazioni congiunte con la Corea del Sud, dopo le Olimpiadi.

Inoltre, la Cina pensa che non ci sia il rischio che Pyongyang usi preventivamente armi atomiche. “Per questo Pechino accetta che la Corea del Nord possa perfino dotarsi di armi nucleari”. E qui passa la differenza fondamentale con gli Stati Uniti. Non che Pechino si fidi ciecamente di Pyongyang, ma il punto è che non si fida neppure di Washington, e ritiene che il fallimento dei precedenti colloqui sia dipeso anche dalla malafede americana.

“E poi i leader cinesi pensano che le sanzioni abbiano un impatto limitato perché la stessa Cina le ha sperimentate in passato”, al tempo della guerra di Corea nel 1950 e poi dopo il massacro di piazza Tiananmen nel 1989; e da parte dell’Unione Sovietica dopo la frattura politica di fine anni cinquanta, “e non ne ha particolarmente sofferto”.

La migliore opzione è incoraggiare la Corea del Nord ad aprirsi gradualmente e a cambiare la propria percezione della minaccia esterna

Come migliorare le relazioni con la Corea del Nord e mitigare i sospetti dei nordcoreani? In questo caso, Pechino e Pyongyang hanno una visione simile riassumibile nella formula “top-down trust building”, spiega Tong Zhao: “Prima ci si accetta come interlocutori alla pari, poi si discute nel merito. Gli Stati Uniti invece non sono disposti a riconoscere la Corea del Nord come membro della comunità internazionale, figuriamoci come un interlocutore alla pari”.

“La Corea del Nord vuole essere accettata come potenza nucleare”, spiega Tong. Nella parata militare di Pyongyang alla vigilia dei Giochi sono stati esibiti i missili intercontinentali di ultima generazione – quattro Hwaesong-15 e tre Hwaesong-14 – poche ore prima che la rappresentativa olimpica nordcoreana sfilasse a Pyeongchang insieme a quella del Sud.

Come spiegare questi comportamenti? Per l’analista cinese, il messaggio di Pyongyang è “siamo una potenza nucleare e da qui non si torna indietro, ma siamo una potenza responsabile e disposta a entrare nella comunità internazionale. Del resto, se la Corea del Nord rinunciasse al programma atomico, difficilmente potrebbe riprenderlo in un secondo momento; se invece gli Stati Uniti riconoscessero la Corea del Nord come interlocutore alla pari e facessero promesse sulla sua sicurezza, potrebbero rimangiarsi la parola in men che non si dica”.

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Quindi i nordcoreani non faranno mai marcia indietro sul deterrente nucleare. “La cosa migliore in questo momento è congelare la situazione e poi costruire gradualmente la fiducia nordcoreana”.

Ed ecco la proposta sino-russa che potrebbe piacere anche ai sudcoreani: stop ai test nordcoreani e stop alle esercitazioni militari congiunte tra gli Stati Uniti e la Corea del Sud. “La migliore opzione è incoraggiare la Corea del Nord ad aprirsi gradualmente e a cambiare la propria percezione della minaccia esterna”, spiega Tong. “È un processo di costruzione della fiducia. Un coinvolgimento graduale della leadership nordcoreana può insegnarle a gestire un apparato nucleare, a non usarlo come minaccia o ricatto e a relazionarsi con la comunità internazionale. Magari si può ottenere che riducano la capacità nucleare al minimo indispensabile”.

Si dice che il confucianesimo sia una grande scommessa intellettuale sulla capacità dell’uomo di migliorarsi. Così sembra pensare la Cina quando guarda la penisola coreana.

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